Le regole del giocoCosì la censura cinese colpisce anche il mondo dei videogame

Niente politica, poca violenza, pochissimo sangue. Ma anche silenzio su omosessualità e famiglia non tradizionale. Per superare il filtro delle regole non scritte da Pechino programmatori e sviluppatori devono adeguarsi a richieste sempre più stringenti. Come quella di evitare i viaggi nel tempo

da Piqsels

Per il mondo dei videogame, il mercato cinese è una miniera d’oro. I giocatori sono tantissimi: oltre 740 milioni di persone, un numero pazzesco che supera l’intera popolazione di Stati Uniti, Germania, Francia e Inghilterra messe insieme. Le possibilità di guadagno, di conseguenza, sono pressoché infinite. Ma non è una cosa semplice: per garantire l’accesso al suo mercato il governo di Pechino ha stabilito negli anni una serie di regole rigide, alcune chiare e definite, altre vaghe e complicate che garantiscono ai membri del partito un’ampia libertà di azione, di selezione e, come è ovvio, di censura.

Come spiega questo long read del Guardian, per sbarcare in Cina una azienda che produce videogiochi dovrà, per forza, avere un partner cinese. I due più importanti – veri e propri colossi del tech – sono Tencent e NetEase, che da questo requisito governativo hanno tratto immensi vantaggi. Nel corso del tempo hanno acquisito parte delle aziende straniere che sviluppano videogiochi e hanno garantito loro l’accesso al mercato interno. Il caso di Riot Games, di origine statunitense, è un caso tra i più clamorosi: nel 2011 Riot ha venduto il 93% delle sue azioni a Tencent in cambio di 400 milioni di dollari. Nel 2015 ha venduto anche il 7% rimanente, diventando una società cinese in modo completo.

Il passaggio di proprietà, come spesso accade, è stato sentito a più livelli. Ma il punto principale è consistito nella lunga serie di proibizioni, divieti, suggerimenti e censure che sono intervenuti nella produzione dei videogiochi. Come racconta il giornale britannico, già nel 2011 c’erano linee guida molto chiare contro scommesse, violenza e nudità. Come è ovvio, è proibita la violazione del copyright e la diffusione di segreti di Stato. Meno chiare invece sono le raccomandazioni contro opere che «mettono in pericolo le tradizioni culturali nazionali e la moralità sociale», o che «promuovono culti o superstizioni feudali», in cui i burocrati possono decidere di intervenire su qualsiasi cosa.

Per i programmatori non si tratta insomma di una cosa semplice, anche se con l’esperienza qualche regola non scritta veniva recepita: mai rappresentare personaggi che emergono dal suolo, mai mostrare ossa o arti penzolanti (chissà perché) mai mostrare il sangue in modo realistico. E anche: prestare grande attenzione alle rappresentazioni degli abiti tipici cinesi, cioè mai mescolare capi del nord con quelli del Sud. Sarebbe stato inappropriato e, tutto sommato, ridicolo.

Si tratta, fin qui, di interventi limitati al carattere estetico, che puntavano a rendere l’aspetto del videogioco meno violento e impressionante. Da quando Xi Jinping è salito al potere, però, le cose hanno cominciato a cambiare. Le maglie si sono strette e l’azione della censura è diventata più profonda, ideologica e pressante. L’influenza cinese sul mondo dei videogiochi è cresciuta di pari passo con quella, denunciata da più parti, su quella del cinema di Hollywood. Pechino ha cominciato a reprimere ogni manifestazione di dissenso sulle sue posizioni su Hong Kong, Taiwan e sul Tibet. I videogame non ne sono rimasti fuori.

Vista l’ampiezza dello spettro delle contestazioni, il lavoro degli sviluppatori è diventato ancora più difficile. Oltre alla violenza eccessiva (che può costringere a ridisegnare da capo il videogioco) Pechino è molto severa su videogiochi che rappresentano i viaggi nel tempo. Il motivo non è chiaro, forse è collegato con l’idea che spesso storie al passato o ambientate in realtà alternative veicolino forme di critica al governo.

Allo stesso modo la Paradox Interactive, una delle aziende più importanti del mondo, non è riuscita, nel 2015, a superare il filtro di controllo di Pechino per il suo videogioco Stellaris, che pure era ambientato nel futuro e parlava di viaggi spaziali. Forse – anche qui, in assenza di spiegazioni, si rimane nel campo delle ipotesi – il fatto che fosse possibile colonizzare nuovi pianeti scegliendo la forma di governo (democratica, dittatoriale, etc) non è piaciuto: contemplare la possibilità di scegliere, per le autorità cinesi, è già pericoloso.

Nel 2018 Pechino aveva annunciato che per nove mesi non sarebbe più uscito nessun nuovo videogioco, né straniero né locale. Una decisione mai chiarita: forse dovuta alle varie voci di protesta delle famiglie per l’eccessiva violenza cui erano esposti i figli, o a una serie di disaccordi sulle linee di regolamentazione. O ancora, come un modo per tenere a bada colossi come Tencent o NetEase che stavano crescendo troppo.

In ogni caso, quando la situazione è stata scongelata, sono state aggiunte ulteriori restrizioni: il processo per l’approvazione di un nuovo prodotto viene allungato, diventando più complicato; le chiusure a ciò che poteva venire mostrato aumentano, eliminando scene di figli nati fuori dal matrimonio o le unioni gay. In più, vengono promossi nuovi titoli a tema patriottico. Di fronte a questi muri, spesso le grandi aziende rinunciano a penetrare nel mercato cinese o, al contrario, elaborano giochi pensati solo per la Cina.

A Pechino hanno capito che i videogiochi, più dei film e della letteratura, costituiscono uno strumento di educazione delle masse importantissimo. Milioni di ragazzi imparano la storia dagli scenari di videogiochi come Assassin’s Creed, più che da ciò viene detto a scuola. Riuscire a governare quel mondo, oltre a contrastare la prevalenza americana sui temi e sui soggetti, sarebbe una ennesima dimostrazione della sua ritrovata potenza.