Dentro la bollaLe opportunità, aspettative e incertezze della Conferenza sul Futuro dell’Europa

L’iniziativa presieduta congiuntamente da Commissione, Consiglio e Parlamento europeo e rivolta a tutti i cittadini europei, ha l’obiettivo di affrontare i temi fondamentali per i prossimi anni. Al momento però la partecipazione è esigua e i dubbi sulla possibilità di un dialogo proficuo con i Paesi scettici nei confronti dell’Ue rendono il percorso in salita

LaPresse

I prossimi 24 mesi saranno determinanti per il futuro dell’Unione, singoli Stati membri e cittadini, con nuove sfide, appuntamenti, scadenze, nuovi inizi e cambiamenti a livello internazionale. L’associazione Erasmo ha scelto di concentrare la propria attenzione su questo arco temporale, per analizzare gli eventi in programma in partenariato con Linkiesta, Spinelli Group, Re-Generation, Fondazione Antonio Megalizzi, Cultura Italiae, Comunita di Connessioni, Italiacamp, GaragErasmus e A2A.

Dopo 71 anni dalla Dichiarazione Schuman, è giunto il momento di ripensare il futuro dell’Europa dando la parola ai suoi cittadini. O almeno questo è l’obiettivo che si pone la Conferenza sul Futuro dell’Europa, un’iniziativa presieduta congiuntamente da Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, ma che ha origine da un’idea abbozzata dal Presidente francese Macron in una tribuna pubblicata sulle più importanti testate del continente poco prima delle elezioni europee del 2019.

Per circa un anno, i cittadini europei saranno chiamati a esprimere le proprie proposte riguardo alle sfide che l’UE si trova ad affrontare, dai cambiamenti climatici alla trasformazione digitale, passando per la necessità di sviluppare un sistema economico al servizio delle persone e quella di rafforzare le fondamenta democratiche dell’Unione stessa. Questa partecipazione dal basso avverrà principalmente tramite una piattaforma digitale dotata di traduzione automatica multilingue, attiva già dal 19 aprile.

Ciascun cittadino può registrarsi e condividere idee riguardo a uno dei nove argomenti proposti, oppure “sollevare ulteriori questioni”, come previsto dalla Dichiarazione comune firmata dai Presidenti delle tre istituzioni lo scorso marzo. La piattaforma consente inoltre una certa interattività, dato che gli utenti hanno la possibilità di commentare e sottoscrivere le idee pubblicate. Una sezione specifica raccoglie poi tutti gli eventi organizzati nell’ambito della Conferenza in ogni parte dell’Unione. In aggiunta, è prevista la convocazione di quattro panel di 200 cittadini ciascuno – la cui composizione dovrà essere rappresentativa della popolazione europea – i quali dibatteranno sulle riflessioni emerse dalla piattaforma per ricavarne raccomandazioni concrete.

Quindi, gli input provenienti dai cittadini confluiranno in una sessione plenaria che si riunirà almeno ogni sei mesi. La plenaria si occuperà, – insieme a un comitato esecutivo composto dai rappresentanti di Commissione, Consiglio e Parlamento – di produrre la relazione finale, attesa per la primavera 2022. 

Dando un’occhiata ai capitoli più recenti della storia d’Europa, appare evidente come la Conferenza costituisca un tentativo inedito di dar voce ai cittadini. Molto è cambiato dalle prime fasi del processo di integrazione, in cui l’UE si accontentava di essere un progetto elitario fondato sul “consenso permissivo”. Al contrario, negli ultimi decenni, si è assistito a un aumento dell’interesse verso l’UE, la quale trova uno spazio crescente nei dibattiti nazionali, anche se non sempre in chiave positiva.

Anzi, a causa di informazioni e percezioni imperfette riguardo al loro operato, le istituzioni europee finiscono spesso per diventare il capro espiatorio per tutto ciò che non va nel verso giusto. In tal senso, la Conferenza potrebbe essere una buona opportunità per avvicinare i cittadini alle istituzioni, nella misura in cui l’iniziativa riuscirà a diffondere un’immagine dell’Unione più comprensibile, superando sfiducia e pregiudizi.

La volontà, più volte sottolineata da varie personalità politiche e istituzionali europee, di dare più spazio alle opinioni dei cittadini rappresenta quindi un significativo passo avanti. Tuttavia, restano dubbi sull’effettiva capacità della Conferenza di attrarre una vasta partecipazione. La piattaforma digitale costituisce sicuramente uno strumento innovativo, che, a differenza delle elezioni per il Parlamento europeo e dei referendum – i due canali principali attraverso i quali i cittadini possono incidere sul processo politico europeo – permette una maggiore articolazione delle proposte. Allo stesso tempo, la piattaforma risulta più accessibile dell’iniziativa dei cittadini europei, uno strumento che consente ad almeno un milione di cittadini di invitare la Commissione a proporre atti legislativi, ma che prevede un iter piuttosto lungo e criteri non facili da soddisfare.

Sarà tutto ciò sufficiente a spronare alla partecipazione quei cittadini che percepiscono l’UE come una realtà distante dalle loro vite e sono, pertanto, poco propensi a farsi coinvolgere? Al momento, la piattaforma conta meno di 15 mila partecipanti, un numero esiguo se rapportato agli oltre 446 milioni di cittadini europei. Quale sarà, invece, l’approccio di coloro che hanno posizioni scettiche – se non apertamente ostili – nei confronti dell’Unione? Saranno disposti a utilizzare i canali aperti dalla Conferenza per far valere la propria visione continuando al contempo a disconoscere la legittimità di una democrazia europea certo imperfetta ma in apparente espansione?

Se ciò si verificasse, la Conferenza rischierebbe di finire paralizzata dall’incapacità di mettere insieme opinioni contrastanti. Allo stesso tempo, non si può escludere che, per evitare che questo esperimento di democrazia partecipativa si riveli controproducente, le voci più fuori dal coro saranno messe al margine. A tal proposito, vale la pena ricordare il ruolo di “filtro” che Commissione, Consiglio e Parlamento saranno chiamati a svolgere durante i lavori e al termine della Conferenza.

A prescindere da tutto ciò, affinché la fiducia degli europei verso le istituzioni si rinsaldi, è necessario che a questo esercizio di ascolto seguano misure concrete. Nondimeno, su questo aspetto aleggia l’incertezza, poiché non c’è accordo su quale dovrà essere il risultato definitivo della Conferenza. La Dichiarazione congiunta si limita ad affermare che “le tre istituzioni esamineranno rapidamente come dare un seguito efficace” alla relazione finale. Pertanto, la strada su cui procedere è ancora da definire.

Il Consiglio ha escluso una riforma dei Trattati, ma tale possibilità continua a essere contemplata sia a Bruxelles che in altri angoli dell’Unione. Von Der Leyen aveva aperto a questa eventualità presentando al Parlamento il suo programma di candidata alla presidenza della Commissione. Durante la cerimonia di inaugurazione tenutasi il 9 maggio a Strasburgo, però, lei stessa ha cercato di ridimensionare le aspettative, affermando che «dobbiamo essere onesti sul fatto che la Conferenza non sarà la panacea o la soluzione a tutti i problemi». Nella stessa occasione, il Presidente del Parlamento Sassoli ha invece ribadito che, se una modifica dei Trattati si rivelerà necessaria, «non dobbiamo averne paura, non dobbiamo avere tabù».

Di fatto, molte delle questioni che si suppone saranno oggetto di discussione, quali la creazione di liste transnazionali per l’elezione degli eurodeputati, il sistema dello Spitzenkandidat, l’attribuzione del potere di iniziativa al Parlamento europeo e l’estensione del voto a maggioranza qualificata, saranno difficilmente attuabili senza una revisione dei Trattati. Proprio il superamento del voto all’unanimità in seno al Consiglio è uno dei temi su cui si discute di più, anche in Italia. Questo “elefante nella stanza” – per riprendere l’espressione utilizzata dall’onorevole Bonino a un recente convegno a proposito della Conferenza resta un ostacolo di non poco conto.

La clausola dell’unanimità si applicherebbe, infatti, anche qualora, in seguito ai lavori della Conferenza, si decidesse di procedere a una revisione dei Trattati. Bisognerebbe quindi approvare all’unanimità una modifica dei Trattati per uscire dal sistema dell’unanimità. Un elefante nella stanza, certo, ma che si morde la coda.

C’è una possibile via d’uscita a questa apparente impasse? Un’idea molto popolare tra gli accademici è quella che la Conferenza fornisca finalmente l’occasione giusta alle istanze più europeiste per far fronte comune e procedere sulla strada dell’integrazione differenziata, un sistema – già utilizzato per alcune materie specifiche – che consentirebbe ai Paesi più ambiziosi di rafforzare la loro integrazione, senza dover coinvolgere sin dal principio tutti gli Stati Membri. Tuttavia, tale Europa a diverse velocità – oltre a presentare limiti dal punto di vista pratico – appare in netto contrasto con la logica che fa da sfondo alla Conferenza.

Questa si propone infatti come un’iniziativa inclusiva, rivolta a tutti i cittadini europei, senza distinzioni di nazionalità, genere, età e contesto socio-economico. Si fa quindi appello a un popolo europeo, la cui esistenza è spesso messa in dubbio. Ora però, proprio grazie alla Conferenza, questo popolo è di fatto chiamato a dare il suo contributo per realizzare quello che, nelle parole utilizzate da Macron per il primo lancio dell’iniziativa, dovrebbe essere un “Rinascimento europeo”. I prossimi mesi ci diranno se la Conferenza sul Futuro dell’Europa si rivelerà all’altezza di tali aspettative. Per il momento, le incertezze non mancano e la riflessione proposta da Erasmo sull’importanza di questo “Biennio Europeo” (che coincide con la durata della Conferenza) può aiutare ad affrontare tali incertezze.

*Erika Frontini – Lorenzo Repetti (ricercatori del Centro Studi Internazionali – CSI)