Ultimi della filaLa preoccupante frenata delle campagne vaccinali in Romania e Bulgaria

Dopo una partenza promettente, la popolazione rumena non pare ancora abbastanza convinta del vaccino anti-Covid. A questo si aggiungono i problemi infrastrutturali e una propaganda fuorviante della Chiesa ortodossa nazionale. Mentre tra i cittadini bulgari persiste una visione conservatrice che sminuisce il valore e l’efficacia del farmaco

LaPresse

Luglio, tempo di bilanci. Sei mesi sono passati dall’inizio delle vaccinazioni in tutta Europa e, nonostante alcune difficoltà incontrate lungo il percorso, la campagna procede spedita in tutto il Continente, dove ormai si contano oltre 360 milioni di dosi somministrate e il 33,8 per cento di persone completamente vaccinate. Ci sono Stati che accelerano e altri che decelerano: due in particolare, dopo un inizio promettente, hanno iniziato a rallentare, finendo agli ultimi posti.

Romania e Bulgaria registrano tassi di vaccinazione tra i più bassi di tutta l’Europa. Per tanti motivi.

Centomila, poi 61 mila e infine circa 18 mila. La regressione della campagna vaccinale rumena negli ultimi tre mesi è impressionante. Se all’inizio dell’anno la Romania si attestava stabilmente tra i primi Paesi per numero di vaccinazioni, da un po’ di tempo la storia sembra essere differente. «In questo momento, la maggior parte delle persone convinte dai benefici della vaccinazione sono già state vaccinate», ha affermato Valeriu Gheorghita, capo della campagna nazionale di vaccinazione, a Euronews.

Il vento sembra aver cambiato direzione ad inizio aprile quando, dopo i primi mesi in cui i rumeni sembravano voler compiere anche lunghe distanze pur di vaccinarsi, è stata data a tutta la popolazione la possibilità di vaccinarsi. Da allora la percentuale di popolazione vaccinata si è più o meno fermata intorno al 20 per cento, nonostante una campagna che comunque non ha mai lasciato nulla al caso.

«La Romania ha una delle campagne vaccinali più militarizzate d’Europa, la piattaforma online utilizzata per la registrazione dei vaccini è gestita addirittura da uno dei nostri numerosi servizi di intelligence, lo Special Transmission Service» ha detto Sorin Ionita, analista politico del think tank Expert Forum sempre a Euronews.

Non sono bastati i messaggi del governo e le iniziative anche singolari per incentivare la vaccinazione (come l’apertura di un centro nel castello di Dracula, che abbiamo raccontato qualche settimana fa, o addirittura il buono per i mici, le tipiche polpette grigliate rumene, come hanno fatto a Bucarest): la gente non pare ancora abbastanza convinta. A fare la parte del bastian contrario c’è sicuramente la Chiesa ortodossa nazionale che, sin dall’inizio, ha mostrato tutti i suoi dubbi sulla campagna di vaccinazione.

Alcuni vescovi e sacerdoti influenti hanno infatti inviato messaggi contrastanti, mettendo spesso in discussione l’esistenza della pandemia e la necessità di vaccinarsi. In più il territorio rumeno è in gran parte dominato da aree rurali, che infatti registrano un bassissimo tasso di dosi somministrate. La ragione è legata agli enormi problemi infrastrutturali presenti: le campagne, così come le piccole città, spesso non hanno accesso all’acqua corrente e ai servizi medici, così come a Internet.

«È francamente singolare che nessuno nel governo abbia pensato a una soluzione diversa da quella tecnologica per vaccinare le persone nelle aree rurali. La presenza di anziani, poi, non aiuta: spesso queste persone non hanno accesso o non sanno usare Internet», ha dichiarato il professor Catalin Augustin Stoica, docente di sociologia presso l’Università nazionale di studi politici e pubblica amministrazione (SNSPA).

l caso AstraZeneca, poi, non ha certo aiutato: lo dimostra anche un recente sondaggio di Eurofound, che evidenzia come l’intenzione di vaccinarsi in Romania, una volontà espressa dal 59 per cento degli intervistati, sia più bassi della media UE, stimata intorno al 64 per cento. «I dati sociologici hanno mostrato che in Romania, all’inizio della campagna di vaccinazione, l’intenzione della popolazione di vaccinarsi era intorno al 31-35 per cento ed è progressivamente aumentata fino a superare il 50 per cento, insieme all’andamento della campagna di vaccinazione. Tuttavia, si stima che un terzo della popolazione sia ancora titubante e il resto della popolazione è contrario», ha affermato Gheorghita.

Anche per questo la Romania ha iniziato a vendere il vaccino all’estero per evitare di doverlo buttare, arrivando addirittura a vaccinare la nazionale argentina di rugby, di passaggio nel Paese per un test amichevole con la squadra rumena. Secondo quanto racconta Bloomberg, 35 mila dosi di AstraZeneca sarebbero scadute già mercoledì 30 giugno: per evitare il ripetersi di simili eventi, visto che ben 4,4 milioni rischiano di deteriorarsi nei prossimi due mesi, il governo di Bucarest ha iniziato a vendere i suoi vaccini in più a Danimarca e anche Irlanda, l’ultima beneficiaria di un lotto da ben un milione di dosi cedute in solidarietà, visto l’arrivo della variante Delta.

Un’onda conservatrice
Una storia diversa riguarda invece la Bulgaria. «I bulgari sono molto conservatori e gli anziani sono anche peggio. La maggior parte non ha un’istruzione ed è difficile per loro comprendere il valore del vaccino», ha affermato Tihomir Bezlov, analista del Democracy Study Center di Sofia, in un articolo di Euronews.

Sempre Bloomberg ha notato come negli ultimi tre mesi la vaccinazione in Bulgaria sia scesa dalle 25 mila dosi iniettate nel mese di aprile alle appena 8 mila 100 di giugno. Un segnale nient’affatto positivo. La politica e il carattere divisivo del tema hanno certamente contribuito: non è un caso che la Bulgaria abbia ricevuto soltanto un quinto delle 500 mila dosi di AstraZeneca, ordinate nel dicembre 2020, senza che il governo si sia mai sforzato di trovare un rimedio.

L’argomento è finora rimasto tabù anche nelle due campagne politiche, quella di primavera e quella attualmente in corso, che vedrà il Paese votare il prossimo luglio. Persino i medici bulgari hanno espresso le proprie perplessità sull’efficacia della vaccinazione. «È un lavoro duro con le persone non istruite e anche coloro che decidono di prendere la dose non vengono nel giorno e nell’ora stabiliti. Altri si infettano nel frattempo e perdono la fede. Io, come medico, devo però proteggere gli interessi dei miei pazienti, la maggior parte dei quali anziani con malattie croniche, e non posso garantire a nessuno che non peggiorerà o svilupperà nuove malattie dopo la vaccinazione», ha detto a Euronews Maria Vlahova, medico di medicina generale che nutre parecchi dubbi sia sul Covid che sulla pandemia.

La speranza del governo è quella di vaccinare il 70 per cento dei bulgari entro la fine dell’estate, un risultato che però non salverebbe una stagione turistica che si preannuncia ormai compromessa, al contrario della vicina Grecia pronta a vaccinare i più giovani, anche al costo di pagarli. Per dare una spinta decisiva alla vaccinazione il governo bulgaro ha organizzato dei “corridoi verdi”, che diano la possibilità a chiunque di vaccinarsi senza dover aspettare, che però ha per il momento ancora limitato agli over 60 e soltanto dal venerdì alla domenica. Un’autentica contraddizione.