Il ruolo dell’ItaliaLetta dice che va giocata ogni carta contro i Talebani, ma no all’intervento militare

Il segretario del Partito democratico propone di procedere in tre step: «Evacuazione ordinata, creazione di corridoi umanitari, pressione internazionale per la formazione di un governo di unità nazionale». Se non accetteranno, «la risposta deve essere dura e il primo passo sarà il non riconoscimento del nuovo governo»

(AP Photo/Zabi Karimi)

«Sono ore decisive e non devono essere sprecate. Non possono essere questi i titoli di coda dell’impegno dell’Occidente in Afghanistan. Non basta il vertice dei ministri degli Esteri, va convocato subito un Consiglio europeo che cerchi di raddrizzare il possibile. Serve una Ue unita e decisa, ora ogni distinguo è una diserzione. Questa è una guerra persa e bisogna limitarne gli effetti disastrosi».

A dirlo è il segretario del Partito democratico Enrico Letta in un’intervista a Repubblica. E ora bisogna procedere in tre step, spiega Letta: «Evacuazione ordinata, creazione di corridoi umanitari, pressione internazionale per la formazione di un governo di unità nazionale».

Ma il primo impegno sarà quello di accogliere chi scappa dal regime talebano. «La cattiva gestione del dramma migratorio è un errore che non va ripetuto e, peraltro, è stata una delle ragioni che ha generato il populismo», dice Letta.

Secondo l’ex presidente del Consiglio, quella in Afghanistan è «una guerra disseminata di tanti, troppi errori, a cominciare dall’unilateralismo con cui è stata aperta e chiusa dagli Stati Uniti. Non si può infatti leggere la vicenda afghana slegandola dalla guerra in Iraq del 2003 e dalla over-reaction americana dopo l’attentato dell’11 settembre». Però, ammette, ci «sono stati anche dei risultati, a cominciare dall’eliminazione di al Qaeda e dalla crescita di una società civile afghana nuova e vivace, che però ora noi stiamo tradendo. Le immagini di questa fuga caotica dell’Occidente da Kabul, degli aerei che decollano dai tetti e lasciano la popolazione alla mercé dei talebani è un’onta che cancella anche quanto di buono è stato fatto in questi venti anni. A cosa sono valse tutte le vite perse? Anche la Nato ne esce malconcia».

Certo, dice, «pur con tutti i suoi limiti l’Occidente è l’unica parte del mondo che spende soldi e vite umane per cercare di migliorare le condizioni di vita anche in altre parti. Ma alla crescita della società civile afghana non si è accompagnato il nation building, la costruzione della nazione. Quello che è accaduto a Kabul dimostra che si possono avere le migliori tecnologie, i soldi, le truppe, i droni, ma alla fine ci sono Paesi nei quali questo non basta a impiantare i valori democratici».

La democrazia non si esporta, insomma. «È stato uno degli abbagli successivi alla caduta del muro di Berlino, insieme alla teoria della fine della storia», dice Letta. L’errore del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in questa fase, è stata sopravvalutare «la forza del presidente Ghani e della struttura statale che gli era stata creata intorno. Ma non dimentichiamo che la scelta del ritiro nasce in epoca Trump, lì si sono gettate le basi del disastro. Ora ho fiducia che Biden possa contribuire a cambiare questo finale».

Ma intanto «la questione dei diritti delle donne negati è centrale. Noi non dobbiamo lasciare nessuno solo davanti al ritorno del Medioevo, è un imperativo morale e politico». Secondo Letta, servono: «Evacuazione ordinata, creazione di corridoi umanitari, pressione internazionale per la formazione di un governo di unità nazionale. Sono tre tappe fondamentali e non vanno confuse l’una con le altre. Condivido le parole del presidente del Consiglio Mario Draghi quando dice che nessuno di coloro che hanno collaborato con la missione italiana deve essere lasciato sul campo e questa dottrina va interpretata in senso estensivo. Non possiamo permetterci di essere accusati di tradimento. Se occorre rafforzare la presenza transitoria di sostegno logistico delle nostre forze, è bene farlo. Lo dobbiamo innanzitutto ai 53 soldati italiani morti, ai 700 feriti e alle loro famiglie».

Se i Talebani non accetteranno un governo di unità nazionale, come probabile, «la risposta deve essere dura e il primo passo sarà il non riconoscimento del nuovo governo. L’Italia che presiede il G20 di fine ottobre può fare molto», dice Letta. «Ogni carta possibile va giocata».

Ma il segretario Pd esclude l’intervento militare. «Lo si potrebbe forse considerare una extrema ratio», dice, «ma certo è poco credibile dopo quello che è accaduto in questi giorni. È il momento, da noi, di una straordinaria mobilitazione nazionale che aiuti la società afghana a resistere e a continuare a vivere anche fuori dall’Afghanistan. Dovremo dimostrare accoglienza e generosità. Non possiamo girarci dall’altra parte. Noi ci saremo».

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