La Cina è lontanaLa preoccupante schedatura degli studenti Lgbt richiesta dall’Università di Shanghai

L’ateneo cinese ha tentato di tracciare allievi lesbiche, gay, bisessuali, transgender o comunque «non eterosessuali» presenti nei corsi. Un accaduto che spiega la progressiva marginalizzazione e discriminazione nei campus universitari

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Nella Cina di Xí Jìnpíng, sotto accusa dell’Occidente prima per le dure reazioni alle proteste di Hong Kong e per le presunte responsabilità nella gestione della fase iniziale del Covid-19 e ultimamente per i rapporti coi talebani al potere a Kabul, la compressione dei diritti delle persone Lgbt+ è questione che rischia di essere marginalizzata e passare in secondo piano. Eppure, nonostante i giorni concitati per la crisi afghana, la notizia della schedatura di studenti lesbiche, gay, bisessuali, transgender o comunque «non eterosessuali» ordinata dall’Università di Shanghai (SHU) ha suscitato un polverone tale da superare gli ampi confini della Repubblica popolare.

A sollevare per primo la questione l’utente di Weibo Bābǎi Yīwàn Lǐ, che il 26 agosto ha scritto sull’importante sito di microblogging cinese: «Sembra che l’Università di Shanghai non sia l’unica a chiedere rapporti sugli studenti Lgbt e a tenerne traccia. Che l’intenzione dell’ateneo fosse buona o meno, tutto questo è orrendo».

Un messaggio, il suo, accompagnato dallo screenshot del documento Campus Survey, con cui la SHU, «in conformità con gli ordini pertinenti», chiede al personale delle sue trenta scuole e dei suoi tre campus di indagare e riferire su studenti Lgbt e non eterosessuali. Tra i «requisiti rilevanti», richiesti dal prestigioso ateneo con oltre 55.000 iscritti e 3300 docenti, anche le «posizioni ideologiche» degli allievi, intese come orientamenti politici, contatti sociali, stili di vita, e la loro «condizione psicologica», compresi il quadro generale di salute ed eventuali «disturbi mentali».

Nel giro di poche ore il post è stato condiviso più di 12.000 volte e ha ricevuto oltre 54.000 like suscitando preoccupazione e innescando un dibattito di enorme portata su Weibo: numerosi commentatori hanno affermato che la direttiva non era una prerogativa della SHU e che documenti simili circolavano nelle università da loro frequentate. Quando lo screenshot del Campus Survey è rimbalzato su Twitter, The Guardian è stato il primo tra i media occidentali a interessarsi ampiamente della questione.

Il quotidiano britannico ha rilevato come già domenica il post fosse stato oscurato – cosa che non meraviglia affatto se si tiene in conto che nell’aprile 2018 Weibo ha deciso di censurare, fra gli altri, tutti i contenuti indicati sotto la generica menzione di omosessualità – e come fosse andato a vuoto ogni tentativo di chiarimento indirizzato all’Ufficio comunicazione dell’Università di Shanghai. Università che a tutt’oggi non ha mai smentito la veridicità del documento, di cui continua a interessarsi da giorni la stampa internazionale.

Su Twitter Darius Longarino, ricercatore presso la Yale Law School e uno dei massimi esperti di diritti Lgbt e parità di genere in Cina, si è detto particolarmente preoccupato dei cosiddetti «requisiti rilevanti» e ha osservato come tali parole ricorrano nell’articolo “Un’analisi dello stato attuale delle comunità Lgbt nei college cinesi e delle relative contromisure”, pubblicato il 1° gennaio sulla rivista mensile sinica Higher Education Forum.

Scritto da un docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Giurisprudenza dell’Università di Shanghai, esso contiene fra l’altro l’invito ai rappresentanti degli studenti di «raccogliere» informazioni sugli iscritti Lgbt in modo che quelli «non biologicamente gay» possano essere aiutati nella formazione di «prospettive corrette sull’amore e sul matrimonio».

Alla discussione sul social network statunitense ha partecipato anche James Palmer, vicedirettore di Foreign Policy, per il quale «più che di persecuzione omofoba, si tratterebbe del bisogno del sistema di monitorare e schedare, specialmente attivisti potenziali».

Come che sia, sono innegabili le crescenti difficoltà della comunità Lgbt+ cinese negli ultimi anni e la progressiva marginalizzazione, stigmatizzazione e discriminazione di studenti lesbiche, gay, bisessuali e transgender nei campus universitari della Repubblica popolare. In luglio WeChat, la piattaforma di messaggistica e servizi di Tencent, ha eliminato di punto in bianco una dozzina di account su temi Lgbt+ gestiti da universitari.

Risale invece all’inizio dell’anno la decisione di un tribunale della provincia dello Jiangsu, che ha stabilito come la descrizione dell’omosessualità in un libro di testo universitario quale «un disturbo psicologico» non fosse erronea ma una mera «visione accademica».

Nel paese è ancora vivo, inoltre, il ricordo della chiusura improvvisa e definitiva di Shangai Pride, uno dei principali festival Lgbt+ cinesi, avvenuta il 13 agosto 2020. Non era stata data allora (né è mai stata data) alcuna motivazione. Ma in un post, pubblicato alcune ore prima dell’annuncio, Charlene Liu, cofondatrice del gruppo, aveva allora parlato di necessità di «proteggere la sicurezza di tutte le persone che sono coinvolte».

È indubbio che dal 1997, anno in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso sono stati decriminalizzati (benché soltanto nel 2001 l’omosessualità sia stata cancellata dalla classificazione nazionale delle malattie mentali), la Cina ha fatto alcuni passi in avanti nel riconoscimento dei diritti delle persone Lgbt+.

Tra questi va menzionata la «tutela reciproca», che, approvata nell’ottobre 2017 dall’Assemblea nazionale del Popolo, garantisce a persone dello stesso sesso in coppia, per quanto non legalmente riconosciute come tale, di prendere decisioni importanti su cure mediche e personali, morte e funerali, gestione della proprietà e mantenimento di diritti e interessi relativamente al proprio o alla propria partner. Ciononostante, nella società sono fortemente radicati e diffusi pregiudizio e stigma verso le persone Lgbt+, la maggior parte delle quali è dissuasa dal fare coming out in famiglia e in contesti pubblici.

Direttive poi, come quelle che si vanno moltiplicando negli atenei, non fanno che aggravare la situazione. Ormai è ben chiaro, insomma, che il governo centrale cinese, e in particolare quello della città di Shanghai, vuole stroncare ogni tipo di organizzazione politica legata a cause Lgbt+. 

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