Inside TallinLa congiura parlamentare per far fuori la presidente dell’Estonia

Kersti Kaljulaid non è stata rieletta alla guida della Repubblica dall’Assemblea monocamerale, nonostante un sondaggio commissionato dal quotidiano Eesti Päevaleht le desse il più ampio sostegno pubblico fra i possibili contendenti. Il Paese baltico perderà il record che ha detenuto per sei mesi, cioè quello di unica democrazia parlamentare al mondo guidata da un tandem tutto al femminile

LaPresse

I Paesi che si affacciano sul mare del Baltico hanno una lunga storia di presenza femminile in politica, e pure di esponenti alla testa dello Stato dalle posizioni ferme e talora divisive, soprattutto nei confronti dell’ingombrante vicino a est, la Russia. Dopo il decennio della lituana Dalia Grybauskaitė, negli ultimi cinque anni la presidente della Repubblica dell’Estonia Kersti Kaljulaid – prima donna, e pure la più giovane, nel ruolo – è stata autorevole rappresentante della categoria, serrando i ranghi di una postura senza aperture di sorta nei confronti del Cremlino. Ma anche facendosi portavoce nel resto del mondo delle storie di successo del suo piccolo Paese – 1,3 milioni di abitanti, età media poco più di 40 anni -, la tigre digitale dell’Unione europea che ha visto prima di altri l’orizzonte della doppia transizione e si è equipaggiata per rispondere nel migliore dei modi ai nuovi trend.

L’Estonia, patria di Skype, è diventata così l’Eden tech d’Europa, dove una nuova impresa nasce ogni 18 minuti con un clic e un programma di e-residency attrae giovani nomadi digitali (70mila al 2020): un incubatore naturale per le start-up di successo, tra cui 7 “unicorni” che superano il miliardo di euro di fatturato.

Dal 2005, per votare, si può scegliere se andare al seggio o se farlo sul web (alle europee 2019 si espresse così il 46,7% degli elettori). Ma il fatto che l’Estonia sia all’avanguardia globale nell’i-voting non ha messo la politica nazionale al riparo da una congiura di palazzo vecchio stile, anche per il rinnovo di una carica piuttosto cerimoniale quale il capo dello Stato.

Vittima designata, alla ripresa dei lavori parlamentari, proprio Kaljulaid, che non è stata rieletta alla guida della Repubblica dall’Assemblea monocamerale, nonostante un sondaggio commissionato dal quotidiano Eesti Päevaleht le desse il più ampio sostegno pubblico fra i possibili contendenti (35%), cinque volte più di Alar Karis, il direttore del museo nazionale che al secondo scrutinio, nel primo pomeriggio del 31 agosto, ha staccato il biglietto per la presidenza. I 72 voti su 101 (4 oltre la maggioranza di 68 necessaria) hanno evitato la convocazione di un collegio elettorale speciale composto da deputati e rappresentanti delle amministrazioni locali.

Da ottobre, quando Karis si insedierà, l’Estonia perderà il record che ha detenuto per sei mesi, cioè quello di unica democrazia parlamentare al mondo guidata da un tandem tutto al femminile: la presidente Kaljulaid e la premier Kaja Kallas. Il primato, in ogni caso, era stato doppiato già in estate da un secondo Paese diventato indipendente 30 anni fa con la dissoluzione dell’Unione sovietica e che tra poco rimarrà solo a difenderlo: la Moldavia, dove alla presidente Maia Sandu si è aggiunta, in un binomio tutto europeista e filo-occidentale, la premier Natalia Gavrilița.

Interpellata a proposito di un secondo mandato (ne avrebbe potuti fare due consecutivi al massimo), Kaljulaid si era detta più volte aperta all’ipotesi, tanto che, dopo un’incerta partenza nell’indice di gradimento delle altre capitali, a inizio anno si era pure ritirata dalla corsa per segretario generale dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo, dicendo di volersi dedicare alle “turbolenta situazione” in Estonia. Sono gli stessi giorni in cui a Tallinn la presidente benedice un governo di larghe intese fra il Partito Riformista e il Partito di Centro (in Europa sono entrambi membri della famiglia liberal-democratica, ma in patria si dividono fra centro-destra e centro-sinistra), dopo una crisi-lampo e la cacciata dall’esecutivo dei populisti filo-trumpiani di Ekre, con cui Kaljulaid si era varie volte scontrata.

È quella l’origine, in qualche modo – insieme alla procedura elettorale a tratti bizantina -, delle circostanze che hanno portato alla sua estromissione dopo un solo mandato. L’allora premier, Jüri Ratas, oggi presidente del Parlamento, ha infatti negato il sostegno del Partito di Centro a Kaljulaid e, per amor di coalizione, è stato seguito dai colleghi del Partito Riformista di Kallas, di fatto facendo mancare alla uscente il bottino di 21 deputati necessario per avanzarne la candidatura e proponendo congiuntamente il nome del solo Karis; una scelta consensuale che secondo alcuni ha ridotto la dialettica a un esercizio di stile come ai tempi dell’Urss. Tra i temi che più hanno polarizzato l’opposizione alla presidente uscente fra i deputati centristi, seconda forza in Parlamento e riferimento della minoranza russofona, il tema della sua contrarietà insegnamento bilingue in estone e russo. Bizzarro perché – fanno notare gli osservatori più attenti – neppure Karis si sarebbe mai espresso a favore di questa soluzione.

Nelle ore dello scrutinio, Kaljulaid non ha rinunciato al suo consueto aplomb e si è fatta ritrarre, in una serie di scatti condivisi sui suoi profili social, alle prese con la raccolta del miele dalle arnie del giardino dell’ufficio presidenziale. L’attivismo della presidente, del resto, non si è arrestato neppure nelle settimane che hanno preceduto il voto e segnalano – secondo i media estoni – la volontà di rimanere una protagonista della politica, stavolta più attiva, del Paese. Kaljulaid ha avuto un ruolo di primo piano non solo durante le celebrazioni della fine dell’occupazione sovietica e della riconquista dell’indipendenza da parte degli Stati del Baltico, ma pure in occasione della Piattaforma Crimea, l’iniziativa avviata dall’Ucraina per riunire la comunità internazionale nell’opposizione al riconoscimento dell’annessione della penisola da parte della Russia, e in reazione ai flussi migratori eccezionali al confine con la Bielorussia. Fuori dal contesto regionale, la quasi ex capo di Stato si è mossa in prima linea nel quadro delle Nazioni Unite, con la nomina a giugno da parte del segretario generale António Guterres a rappresentante speciale del progetto “Every Woman Every Child” che pone l’accento globale su donne e bambini.

I radar di Kaljulaid, tuttavia, sarebbero già proiettati oltre. Estonia 200, un piccolo partito liberale fondato nel 2018 e per ora senza seggi in Parlamento, ne aveva sostenuto la chimerica ricandidatura, insieme ai socialdemocratici, e adesso potrebbe essere interessata ad ingaggiarla nei suoi ranghi in vista delle legislative del 2023. C’è un altro appuntamento, però, che potrebbe mettersi di mezzo in questo disegno: l’indicazione di un nuovo segretario generale della Nato, il cui mandato inizierà tra esattamente un anno. L’Alleanza Atlantica è alla ricerca, per la prima volta, di una guida civile che sia donna (forti le quotazioni dell’ex premier britannica Theresa May) e, possibilmente, dopo il norvegese Jens Stoltenberg, che provenga dallo spazio post-sovietico. Una scelta che verrebbe vista come fumo negli occhi da Mosca – individuata, insieme a Pechino, come “rivale sistemico” della Nato nella strategia 2030 -, tanto più se dovesse ricadere su personalità baltiche come Kaljulaid, ciclista amatoriale che negli album fotografici dell’Alleanza è ritratta anche in giro sulle due ruote insieme alle truppe di stanza nella base di Tapa.

L’Estonia, nel frattempo, imparerà a fare la conoscenza con il suo nuovo capo di Stato. Con Kaljulaid, Karis condivide l’esperienza nella Corte di Conti (la prima in quella Ue, lui in quella nazionale) e la formazione scientifica e gli studi in genetica, dopo i quali il nuovo presidente ha cominciato una carriera accademica, diventando rettore dell’Università estone delle scienze naturali e poi dell’ateneo di Tartu, la seconda città del Paese dove ha sede il museo nazionale estone, di cui Karis è da tre anni direttore. Inaugurata nel 2016, l’imponente struttura museale, progettata da tre giovani archistar internazionali fra cui l’italo-israeliano Dan Dorell, ricorda una pista di decollo e, quasi ad inglobare un recente passato che questa terra non vuole dimenticare, sorge in un’ex base aerea militare sovietica fino a pochi decenni fa inaccessibile e da cui partivano velivoli che, sprezzanti, indugiavano bassi sulla città.

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