L’implosione della LegaLa crisi senza fine di Salvini e la nascita del super-centro draghiano

È ormai legittimo ipotizzare una spaccatura concreta nel Carroccio che unisca i deputati e senatori vicini a Giorgetti con Italia viva, Azione, Cambiamo, e soggetti minori che formano la galassia parlamentare né di sinistra né di destra. Un gruppone decisivo nella partita per il Quirinale e per il futuro del presidente del Consiglio

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S’avanza lo spettro di un nuovo super-centro per effetto della improvvisa crisi di Matteo Salvini. Uno spettro, un fantasma, un Genio della lampada: un’altra Lega, non tanto nel senso di una nuova formazione politica ma in quello di una Lega ripulita dal sovranismo dei citofoni e dai fumi alcoolici del Papeete. Una via di mezzo tra la scissione e la manfrina. Fosse un partito normale, farebbe un congresso.

Dunque è legittimo ipotizzare una spaccatura concreta della Lega e la formazione di una Cosa Giorgettiana, un’area antisalviniana, una sotto-Lega artefice di un movimento magari non organizzato ma molto politico, un super-centro con dentro Italia viva, Azione, Cambiamo, i soggetti minori che formano la galassia parlamentare né di sinistra né di destra, un gruppone – ricordiamolo – di decine e decine di parlamentari, assolutamente decisivo nella partita per il Quirinale. Anzi, probabilmente sarebbe questo super-centro a dare le carte, a scegliere fior da fiore dalla rose stilate dal Partito democratico e dalla destra: non è indispensabile formare un gruppo parlamentare per essere determinanti, nella corsa al Colle basta uno sguardo per impallinare chiunque. Di lì bisognerà passare, per amore o per forza. Oggi si tratta di una palude indecifrabile, con la regia di Giancarlo Giorgetti potrebbe diventare un protagonista.

Gia, perché oltre alle dinamiche squisitamente parlamentari in teoria potrebbe prendere corpo un fatto politico potenzialmente enorme: l’espressione politica in grado di dare forma a quel draghismo che appare come il vero oggetto del desiderio di questa fase politica. E nel momento in cui il presidente del Consiglio è il protagonista di una ripresa superiore alle attese, certificata ieri dalla Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef), è chiaro che il suo nome sia di gran lunga il più forte in campo.

È bene chiarire che Mario Draghi è superiore a questi posizionamenti in suo nome che probabilmente non gli fanno né caldo né freddo (semmai può temere – azzardiamo un’ipotesi – che un’implosione della Lega possa creare imprevisti per la tenuta della maggioranza), ed egli certo non regalerà il suo nome e la sua immagine a qualsivoglia formazione politica. Ma allo stesso tempo Draghi non potrebbe impedire che qualcuno facesse della sua azione la bandiera della propria iniziativa, che insomma qualcuno si draghizzasse per davvero. E in questo senso un nuovo super-centro avrebbe qualche titolo per farlo. Non è forse Giorgetti un grande sostenitore del presidente del Consiglio? E lo stesso Draghi non è stato forse voluto soprattutto da Matteo Renzi?

Se tutto questo avvenisse, il Pd sarebbe di fronte alla ennesima occasione perduta. Che è poi il motivo per cui sembra che il Nazareno non dia credito all’ipotesi di una scissione leghista con le conseguenze che abbiamo sommariamente riassunto con il termine di super-centro. Un dirigente esperto come Filippo Sensi infatti derubrica il terremoto leghista a «beghe interne»: nervi saldi, non cambia niente. Può benissimo darsi, ma resta il fatto che l’obiettivo della draghizzazione auspicata dai liberal dem di LibertàUguale nel recente convegno di Orvieto pare destinato a essere fatto proprio da altri soggetti, congelando il Pd nel suo recinto del 20% con un alleato – il Movimento 5 stelle – in caduta libera.

Questo ventismo degli uomini di Enrico Letta (cioè l’arroccamento su numeri che garantiscono sì una certa rendita di posizione ma non parlano a tutto il Paese) si ricava da ogni intervista dei massimi esponenti dem, da ultimo in quella a Repubblica Peppe Provenzano, che nel suo peraltro coerente ragionamento evita di mettere le mani nella questione del rapporto con Draghi limitandosi dire che «Draghi non ha esaurito la sua funzione», una frase che allude alla speranza che l’attuale presidente del Consiglio resti a palazzo Chigi anche l’anno prossimo.

Ma – questo non lo dice ma lo pensa – non oltre: sia chiaro che la parentesi si chiude con le politiche del 2023 («Questa formula non è replicabile»). E mentre è ancora impossibile capire cosa il Pd intenda proporre per la prospettiva del Paese, gli altri potrebbero bruciarlo sul tempo accreditandosi come gli eredi del draghismo.

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