In fondo al cervelloIl dilemma del candirù e la violenza che alberga in ognuno di noi

In “Nova” (Adelphi) lo scrittore Fabio Bacà esplora la vibrazione sinistra che, tra i rumori della vita, coglie le persone nei momenti di debolezza. Un impulso che un inaspettato maestro gli insegna a riconoscere

di Mohamed Nohassi, da Unsplash

Due giorni dopo si ritrovarono davanti al sottopasso di San Colombano, dopo un’ora di chiacchiere sui camminamenti delle mura. Erano le nove e mezza di una serata ventosa. Diego chiese a Davide di fermarsi, incrociò le braccia e gli si parò davanti, fissandolo attentamente. A tre o quattro metri da loro c’era un ragazzo, svenuto, o ubriaco, con la schiena appoggiata al muro e la testa crollata sul petto.

«Immagina questo pezzo di strada» disse Diego «come l’equivalente di un tratto di fiume amazzonico infestato da piranha o candirù; e ora immagina te stesso, con il tuo orologio d’oro e la borsa di pelle, come un vecchio bufalo che guada lentamente il fiume, e che borsa e orologio siano le microulcerazioni della pelle da cui particelle di siero fluiscono eccitando l’olfatto delle creature attorno a te».

I lampioni macchiavano la scena di chiaroscuri. La galleria sembrava il fondale di tela e cartone di un vecchio film espressionista.

Candirù? si chiese Davide. Cos’era un candirù?

Il sottopasso cominciava ad animarsi. All’imbocco della galleria si stavano formando capannelli furtivi: Davide intercettò sguardi torbidi, espressioni accigliate. Una nebbia d’interesse parve calare su di loro.

Diego disse che non c’era motivo di preoccuparsi: non era mai stato lì prima di quel momento e non aveva alcun influsso specifico di autorità su quelle persone, eppure non c’era ragione di temere che borsa, orologio e portafogli finissero in mani altrui.

«C’è un Potere dentro di noi» disse a quel punto. Davide gli chiese cosa fosse, esattamente, questo Potere. Lui rispose che lo sapeva benissimo. L’aveva sempre saputo. Poi, come se gli avesse letto nel pensiero, disse che la Vandellia cirrhosa, o candirù, era un sottile pesce osseo, una rara specie di vertebrato parassitario, con la sinistra abitudine di infilarsi nell’uretra degli sventurati che si bagnavano nudi nel Rio delle Amazzoni. Si diceva che il dolore di essere divorati dall’interno fosse così atroce che c’erano casi documentati di indigeni che avevano preferito tagliarselo di netto, piuttosto che sopportare di essere tenacemente rosicchiati da un parassita prima di morire di febbre nella capanna dello sciamano. Il che, disse Diego, gli sembrava una metafora della scelta cui tutti saremmo stati chiamati, prima o poi: tagliarsi di netto qualcosa che credevamo indispensabile, o morire.

«Tagliare. «O morire. «La società moderna reprime gli istinti che non comprende o che non le fanno comodo. Inibisce l’aggressività individuale perché ritiene che confligga con l’idea di civiltà. Gesù è vissuto duemila anni fa: la sua morte violenta ha redento i nostri peccati. Abbiamo decantato la parabola del martirio di tutti i suoi contenuti edificanti, dimenticando che è stata la cruda violenza a restituirci il significato di quel sacrificio.
«Dio ha creato il mondo con la violenza.
«L’universo si è espanso nel nulla in virtù della pura violenza.
«Le nostre anime sono state salvate da un atto di violenza».

La luna era salita oltre i caseggiati sul lato occidentale della via. L’ombra appuntita di un tetto sfiorò la scarpa sinistra di Davide: in quel momento il vento crebbe d’intensità, come a istituire un paradigma di causa ed effetto tra pressione atmosferica e tangibilità della sua persona. Davide si guardò le scarpe, sorpreso da un pensiero così strano. Stava impazzendo?

No. Forse stava solo ricablando connessioni dismesse tra zone inoperose del suo cervello.

Una coppia di balordi si era avvicinata di qualche metro, parlottando in una lingua straniera.

Diego si girò a guardarli.

«Serbi» disse. «Gente che appena vent’anni fa decapitava i vicini di casa sorpresi a pregare sul libro sbagliato. Gente che non ha mai perso il contatto con la parte più selvaggia di sé. Ma la violenza è un potere ambiguo, che ha bisogno di essere controllato: se non lo domini, dominerà te. E non puoi controllare qualcosa che neghi a priori. Non puoi gestire una parte di te che rifiuti persino di concepire. Per convivere con il Potere devi nutrirlo e addomesticarlo. Decine di secoli di culto della pace, del perdono e dell’amore si sono raggomitolate nella più stucchevole delle utopie: guarda a che punto è il mondo dopo duemilacinquecento anni di buddhismo, danze sufi e yoga Vipassana. È inutile tentare di comprimere la tua indole fino a ridurla a un innocuo accessorio della way of life occidentale. Altrimenti la violenza riemergerà, e nel momento peggiore. Mentre discuti con un fratello o un cognato. Mentre litighi con un socio. Mentre tua moglie alza la voce e su quel tagliere c’è un coltello a lama lunga».

Davide guardò i due serbi. Uno di loro lo stava fissando. «I tuoi vestiti firmati» mormorò Diego. «La tua borsa Smythson da duemila euro. Il tuo Hublot da settemila.

«Eppure ne uscirai vivo.
«Non sei solo.
«Non siamo soli.
«C’è qualcosa dentro di noi».

da “Nova”, di Fabio Bacà, Adelphi, 2021, pagine 279, euro 19