Lo spirito del tempoPerché il narcisismo è un pericolo per la democrazia

Si inserisce in modo corrosivo nel contrasto tra individuo e collettività. L’interesse insano per se stessi, spiega nel suo libro Tom Nichols, porta a privilegiare una mentalità edonista, lontana dalla condivisione degli interessi comuni. Non a caso in America nel 2016 è stato eletto un presidente egotista come Donald Trump

di Ali Syaaban, da Unsplash

L’ingrediente più importante nel declino della democrazia moderna è il narcisismo, la vera pandemia che è alla radice di pressoché tutti i suoi problemi. Il narcisismo, l’interesse insano per noi stessi a esclusione di tutto il resto – soprattutto degli altri esseri umani – ci spinge a trascurare i bisogni degli altri e a considerarli soltanto oggetti in rapporto alla nostra felicità.«»

Il suo compagno di viaggio è la presunzione, la convinzione egoistica ed egocentrica che la nostra importanza meriti una gratificazione costante. Il narcisismo indebolisce ogni tipo di virtù, ma è particolarmente letale per la fiducia sociale che consente alla democrazia di sopravvivere nei momenti difficili.

Per definizione, una democrazia è una comunità. Per definizione un narcisista è incapace di appartenere a una comunità o di accogliervi qualcuno.

Come siamo arrivati a questo punto è un interrogativo cruciale ma, a prescindere dalle strade che abbiamo percorso, gli americani, insieme a un nutrito numero di cittadini di altri paesi nel mondo sviluppato, si sono infilati nel vicolo cieco di una società incredibilmente narcisista e presuntuosa. Non è successo dalla sera alla mattina, e numerosi sociologi hanno previsto questo sviluppo.

Tra i più influenti c’è stato Christopher Lasch, che in un libro del 1979 intitolato La cultura del narcisismo criticò duramente l’arrivo del «nuovo narcisista», un edonista in cerca di gratificazione personale che eludeva l’inizio dell’età adulta e delle sue responsabilità. Lasch delineò un ritratto dell’americano medio alla fine del secolo paragonandolo a un bambino cresciuto che «esalta i pregi della collaborazione e del lavoro di gruppo» ma «nutre contemporaneamente profondi impulsi antisociali», che «loda il rispetto delle norme e dei regolamenti nella segreta convinzione che non si applichino nei suoi confronti», i cui «desideri non conoscono limiti» e le cui costanti richieste di gratificazione immediata creano uno «stato di inquietudine e di insoddisfazione perenne».

Lasch, che respingeva un’identificazione rigida con la sinistra o con la destra, non era un critico molto accattivante. Alcuni suoi avvertimenti si sono rivelati il prodotto di lacune, oppure semplicemente sbagliati. (Come ha osservato in seguito il giornalista E.J. Dionne, Lasch era convinto che «l’ideologia della supremazia dell’uomo bianco non sembra più avere alcuna funzione sociale rilevante», un’affermazione sconcertante anche per l’epoca).

Le opere successive di Lasch sembrano scritte da un accademico talmente stufo dell’atteggiamento dei colleghi e delle altre élite culturali da essersi trasformato in irascibile populista. Quando scrisse La ribellione delle élite, pubblicato poco dopo la sua morte nel 1996, fu molto più indulgente nei confronti delle masse, e maggiormente disposto a criticare le classi più abbienti, fino a giustificare lo stesso tipo di indolenza civica tra i cittadini comuni che pochi decenni prima avrebbe forse deplorato.

Tuttavia, alla fine degli anni Settanta, Lasch era in grado di vedere i danni già avvenuti. In un passaggio che sembra presagire internet e il ciclo continuo dei media, avvertiva che «una serie di eventi verificatisi nel corso della storia ha concorso all’attuale determinazione di uno stato crescente di coscienza di sé – un senso del sé come attore, tenuto costantemente sotto sorveglianza da amici ed estranei».

In una simile cultura, i risultati ottenuti a fatica, la collaborazione con gli altri e la gratificazione differita sono inutili. Quando i cittadini non fanno altro che recitare gli uni per gli altri, si aspettano onorificenze e ricompense psicologiche istantanee anche se non se le sono guadagnate, e sono arrabbiati e risentiti se non le ottengono.

In parte forse Lasch scriveva in reazione all’esibizionismo da quattro soldi, alla decadenza untuosa e alla stagnazione culturale complessiva dell’epoca della disco. (E, permettetemi di aggiungere a beneficio dei lettori più giovani che, in confronto al resto degli anni Settanta, la disco è stata una delle cose meno terribili del decennio).

David Frum ha descritto quel decennio come «anni strani, febbrili», un periodo di «inquietudine e disperazione, punteggiato da disastri», mentre Mark Lilla, professore liberal della Columbia University avrebbe poi ricordato quanto è difficile «spiegare a chi non era nato o non aveva ancora una coscienza politica il luogo degradato e senza una direzione che era l’America della fine degli anni Settanta».

Il benessere seguito alla Seconda guerra mondiale della generazione precedente era svanito, e l’energia dei suoi figli alla metà degli anni Sessanta si era esaurita nel giro di un decennio. L’introspezione divenne il nuovo passatempo e la realizzazione di sé il nuovo obiettivo.

Negli anni successivi l’America riuscì a riprendersi e a diventare una grande potenza militare ed economica. La cultura sociale e civile del Paese non ce la fece. Trent’anni dopo il violento attacco di Lasch, gli psicologi Jean Twenge e Keith Campbell pubblicarono The Narcissism Epidemic, una ricerca feroce che denunciava in modo dettagliato il livello a cui il narcisismo e il senso di superiorità si erano intrecciati alla vita americana. Twenge e Campbell delineano l’evoluzione della società americana dalla fine degli anni Sessanta fino al Ventunesimo secolo in un racconto complesso della sinergia tra ricchezza, presunzione, intrattenimento, istruzione e persistenza di una cultura giovanile smerciata grazie al naturale timore umano di invecchiare.

Questi sviluppi economici e culturali hanno prodotto un problema in pieno corso che Twenge e Campbell hanno definito «la strana adolescenza perpetua di molti adulti americani».

Immaginiamo che il narcisismo nella società si poggi su uno sgabello con quattro gambe. Una gamba è quella dello sviluppo, che comprende un’educazione permissiva e un’istruzione basata sull’autostima. La seconda gamba è la cultura mediale della vacua celebrità. La terza è internet: nonostante i suoi tanti vantaggi, il web funge da veicolo per il narcisismo individualeInfine, il credito facile trasforma i sogni narcisistici in realtà. L’ipertrofia narcisistica dell’io è stata la gemella culturale dell’inflazione del credito. Sono tutte e due bolle, ma quella del credito è scoppiata per prima.

È una descrizione della società americana che farà infuriare molti lettori, i quali sotto i rimproveri sull’educazione familiare e le abitudini di spesa potrebbero cogliere una «colpevolizzazione della vittima». Ma l’aumento del narcisismo negli Stati Uniti e nelle altre nazioni sviluppate non è stato un incidente inevitabile. Dagli avvertimenti di Lasch negli anni Settanta fino all’opera fondamentale di Robert Putnam nei Novanta sul “giocare a bowling da soli” (la tendenza generale degli americani a fare individualmente le cose che in passato facevano in gruppo), Capitale sociale e individualismo, fino alla miriade di studi internazionali condotti nelle università negli ultimi decenni, l’aumento dell’isolamento sociale e la simultanea ascesa del narcisismo non dovrebbero coglierci di sorpresa. L’aumento del narcisismo è indice di una crescita dell’autostima mentre i nostri legami con gli altri diminuiscono, una terribile congiuntura per cui amiamo più noi stessi e meno i nostri vicini.

Forse l’effetto più ovvio del narcisismo sulla vita politica è che gli americani hanno accettato di buon grado figure pubbliche narcisiste, soprattutto a livello nazionale. La tradizionale impassibilità dei personaggi politici del passato è sempre stata un’arma a doppio taglio, un modo per nascondere le fragilità mediche e morali di leader nazionali, da Franklin Roosevelt a John F. Kennedy e a Richard Nixon. Ma l’idea che tutti i candidati a una carica nazionale dovessero essere autentici o individui con cui identificarsi è diventata una tendenza inquietante della politica americana sulla scia della Guerra Fredda.

La scrittrice Joan Didion colse questa nuova sensibilità nel 1992 quando annotò che il candidato Bill Clinton parlava regolarmente delle difficoltà attraversate durante l’infanzia «non senza un certo dolore […] per spiegare questioni che riguardavano la sua età adulta».

Diceva spesso «il mio dolore», e «la mia passione», o «la mia ossessione» – «sarebbe una delle mie ossessioni da presidente». Chi non gli dimostrava grande entusiasmo per la realizzazione della sua passione o della sua ossessione era «gente che non mi conosce»; aveva bisogno «di farmi conoscere fuori dall’Arkansas come mi conoscono qui».

Per questo Clinton, scriveva Didion, «era molto più interessante come personaggio che come candidato, una personalità così aderente alle proprie fratture da prediligere l’autocommiserazione come modalità comunicativa». Fino agli anni Novanta, non era una qualità che di solito gli elettori trovavano attraente nel loro potenziale comandante supremo.

Ma Bill Clinton fu soltanto un avvertimento di ciò che sarebbe arrivato in seguito. Non si può commentare l’aumento del narcisismo nella vita pubblica americana senza parlare dell’ascesa di Donald Trump e del culto della personalità che gli si è creato intorno mentre era in carica e che ha continuato a circondarlo anche dopo la sconfitta.

Trump è stato da più parte descritto da medici professionisti, colleghi che lo hanno conosciuto, nonché da sua nipote – psicologica clinica – come un narcisista. Ma persino in un campo affollato di celebrità narcisiste, nel 2016 Trump spiccava non soltanto per il suo egocentrismo, ma anche per la sferzante ostilità che ha mostrato contro chiunque minacciasse il suo ego.

Chi lo osservava da decenni in qualità di celebrità da tabloid sapeva che il suo personaggio pubblico si reggeva su affermazioni stravaganti ed esagerate, su menzogne spudorate e su attacchi spietati a chiunque ostacolasse il suo percorso, compresa la sua famiglia. La sorpresa sono stati i milioni di americani che hanno accettato questo tipo di comportamento e lo hanno premiato.

da “Il nemico dentro. Perché siamo noi stessi a distruggere la democrazia”, di Tom Nichols, Luiss University Press, pagine 224, euro 20