Pac fattaCome sarà la nuova politica agricola comunitaria Ue

Il Parlamento europeo ha dato il via libera al nuovo piano: un quarto dei fondi europei è destinato a pratiche eco-sostenibili a livello ambientale e un meccanismo di condizionalità escluderà chi sfrutta i braccianti agricoli. Ora tocca ai governi presentare i propri piani nazionali, che dovranno essere in linea con il Green Deal

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Il Parlamento europeo ha dato il suo timbro finale alla riforma della Politica Agricola Comunitaria, una delle questioni più spinose degli ultimi anni nell’Unione europea. Dopo un lungo negoziato fra le istituzioni e un appassionato dibattito all’Eurocamera, la nuova Pac è stata ufficialmente approvata: successivamente alla ratifica, scontata, da parte anche del Consiglio Dell’Ue, entrerà in vigore dal primo gennaio del 2023.

Per quasi tre anni si è discusso a livello comunitario della ripartizione dei fondi all’agricoltura: circa 54 miliardi di euro all’anno, per un totale che vale un terzo dell’intero bilancio dell’Unione, divisi fra finanziamenti diretti agli agricoltori (il cosiddetto «primo pilastro») e sostegno allo sviluppo rurale nei Paesi membri (il «secondo pilastro»). 

La trattativa è stata così complicata che nei primi due anni del nuovo bilancio comunitario si è dovuta mantenere, in maniera provvisoria, la politica agricola precedente. L’accordo poi faticosamente raggiunto a giugno tra Parlamento e Consiglio è stato accolto positivamente dalla Commissione europea, ma non mancano le voci critiche: quelle degli ecologisti, fuori e dentro l’Eurocamera, che lo ritengono poco ambizioso dal punto di vista ambientale e ancora troppo favorevole alle grandi aziende agroalimentari.

Cosa c’è nella nuova Politica Agricola Comunitaria
I tre regolamenti che compongono la Politica Agricola Comunitaria sono stati approvati tutti a larga maggioranza. Tra i punti più innovativi della riforma ci sono i cosiddetti «eco-schemi»: il 25% dei finanziamenti diretti di ogni Stato membro deve essere erogato ad agricoltori che adottano pratiche con standard ambientali elevati, come l’agricoltura biologica, il risparmio idrico, o il miglioramento del benessere animale. 

Questa quota può essere ridotta al 20% nei primi due anni di applicazione della Pac (2023 e 2024) ed è sensibilmente più bassa di quanto proposto inizialmente sia dalla Commissione che dal Parlamento (30%). «Ma resta comunque una soglia sufficiente per perseguire gli obiettivi del Green Deal, come ha detto il vice-presidente Frans Timmermans», spiega a Linkiesta l’eurodeputato del Partito Democratico Paolo De Castro, convinto che in fin dei conti si sia raggiunto «un buon equilibrio fra la dimensione ambientale, economica e sociale». Agli «eco-schemi» si aggiungono infatti le misure agro-ambientali del «secondo pilastro»: per le pratiche più rispettose del territorio è previsto almeno il 35% dei fondi per lo sviluppo rurale di ogni Paese.

De Castro è soddisfatto anche dalle misure redistributive dei fondi agricoli comunitari. La nuova Pac prescrive che almeno il 10% dei finanziamenti diretti sia indirizzato a piccole e medie aziende agricole e almeno il 3% della somma totale di ogni budget nazionale agli agricoltori sotto i 40 anni, sotto forma di sostegno al reddito o spesa per gli investimenti.

In più ci sono una riserva di crisi da 450 milioni di euro all’anno per aiutare gli agricoltori in caso di instabilità dei prezzi e una soglia massima di fondi cumulabili per singolo beneficiario, detta capping: i sussidi della Pac vengono infatti ripartiti in base agli ettari posseduti e con questo sistema si cerca di limitare il beneficio per le imprese agricole di grandi dimensioni. 

«I Paesi che non vogliono applicare tale soglia – spiega De Castro – sono obbligati, in cambio, a redistribuire alle realtà agricole meno sovvenzionate il 10% dei propri finanziamenti diretti». Questa clausola è a suo parere molto importante per l’Italia, dove proliferano cooperative agrarie molto numerose, che sarebbero state escluse dai pagamenti con la semplice applicazione del capping.

Un altro punto rilevante della riforma è il «meccanismo di condizionalità sociale», che vincola ogni finanziamento comunitario al rispetto delle normative vigenti in materia di diritto del lavoro. Nel caso in cui vengano accertate violazioni dalle autorità competenti, scatterà una riduzione degli importi per l’impresa sanzionata. Il meccanismo sarà obbligatorio solo dal 2025, ma è per De Castro un grande passo in avanti, visto che si tratta della prima misura a tutela dei lavoratori agricoli nella storia della Pac.

A rivendicare questa «vittoria del Parlamento» è anche la delegazione europea del Movimento Cinque Stelle: «La misura tutela i lavoratori e tutti gli agricoltori onesti: dietro il caporalato, sopratutto nel Sud Italia, si nascondono gli interessi delle mafie», spiega a Linkiesta l’eurodeputato Dino Giarrusso. «Se un’azienda agricola fa lavorare i braccianti in nero o non rispetta i contratti collettivi, i pagamenti che dovrebbe ricevere vengono azzerati».

Il compromesso generale non rappresenta per Giarrusso la soluzione ottimale, ma è comunque molto meglio della precedente versione della Politica Agricola Comunitaria, che non prevedeva nessun impegno ambientale. «L’alternativa sarebbe stata quella di confermare la vecchia Pac per gli anni a venire: un suicidio per gli agricoltori, che sarebbero rimasti senza reddito, i consumatori europei e anche per l’ambiente».  

Per i Verdi è il «funerale del Green Deal»
A parte qualche defezione, espressa soprattutto con l’astensione, gli eurodeputati dei partiti italiani hanno sostenuto compatti l’adozione della riforma. Tutti tranne i quattro appartenenti al gruppo dei Verdi/Alleanza libera per l’Europa, che invece si sono opposti in ognuna delle tre votazioni, in linea con la posizione del loro gruppo politico.

«L’intera riforma è da bocciare: gli aspetti negativi prevalgono nettamente sui pochi positivi», dice a Linkiesta Eleonora Evi, europarlamentare e co-portavoce nazionale di Europa Verde, che ha seguito da vicino i negoziati sulla Pac e salva solo la maggiore trasparenza ottenuta riguardo la destinazione finale dei sussidi. 

A suo giudizio, le pressioni delle grandi aziende del comparto agroalimentare hanno inciso sulle scelte degli eurodeputati, creando un fronte ampio in cui ai partiti di destra e centro-destra si sono uniti pure socialisti e liberali.

«Oggi a Strasburgo abbiamo celebrato il funerale dell’agricoltura sostenibile», sostiene Evi, delusa dalla riduzione dei target ambientali originari: una decisione pesante, visto che il settore agricolo è responsabile di quasi il 15% delle emissioni di gas a effetto serra nell’Ue. Gli eurodeputati contrari alla Pac hanno manifestato il proprio dissenso anche fuori dall’Eurocamera, rimarcando l’incoerenza delle politiche appena approvate con gli obiettivi climatici dell’Unione Europea.

Su questo aspetto, tuttavia, la partita non è ancora chiusa: per accedere alle proprie quote dei sussidi agricoli (l’Italia disporrà di circa 50 miliardi in tutto), i 27 Paesi dell’Ue sono tenuti a presentare entro la fine dell’anno dei «piani strategici», che siano in linea con il Green Deal europeo. La Commissione Europea dovrà approvarli, in una dinamica simile a quanto accade con i Piani nazionali di ripresa e resilienza degli Stati membri. 

Ma è difficile incorrere in un netto rifiuto: piuttosto ci potrà essere qualche richiesta di aggiustamento, in una sorta di trattativa tra Bruxelles e le capitali, che comunque non vedrà più l’intervento del Parlamento comunitario. «Oggi stiamo firmando un assegno in bianco», ha detto durante la seduta plenaria Eric Andrieu, socialista francese relatore del Regolamento dell’organizzazione comune dei mercati, che però ha votato contro quello sui piani strategici. Non resta che vedere se a incassare saranno di più i piccoli agricoltori o le grandi aziende del settore. 

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