Diritti in piazzaNel mondo femminista ci sono posizioni maggioritarie non rappresentate

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, la Rete per l’Inviolabilità del Corpo Femminile e la rete mondiale Whrc hanno deciso di organizzare a Milano un presidio per dare voce a chi non si identifica in quei movimenti che oggi hanno maggior visibilità

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Dunque, ti svegli la mattina e leggi che a Sassuolo un uomo ha ammazzato ex-moglie, due figli e suocera. Inutile scandagliare la scena del delitto, la storia è sempre quella e si replica in media ogni 2-3 giorni: lui non reggeva il fatto di essere stato mollato e ha pensato bene di risolverla così.

Poi su Twitter incappi nell’hashtag #WhereIsPengShuai. Peng Shuai è una famosa tennista cinese, il 12 novembre aveva denunciato di essere stata stuprata dall’ex-vicepremier e da allora è sparita dai radar.

Lo stesso giorno leggi anche che il Comitato Olimpico abbia deciso di aggiornare in senso più “inclusivo” le linee guida sulla partecipazione di trans MtF (da uomo a donna, ovviamente mai il contrario) agli sport femminili. Non sarà più neanche richiesto il dosaggio del testosterone, quindi non sarà più necessario a nessun uomo assumere ormoni per dichiararsi donna e competere come tale.

Un’ipocrisia in meno: basta vederli, quei corpi maschili, svettare tra le compagne di squadra e le competitor. Vincono tutto, uno sconcio e un’ingiustizia palese su cui nessuno sembra avere da dire –avete mai letto qualcosa sui quotidiani sportivi? – tranne poche atlete coraggiose tipo Martina Navratilova, finita sotto una gragnuola di colpi per avere affrontato l’argomento.

La faccenda è talmente seria da essere stata oggetto di uno dei primissimi ordini esecutivi del neo-eletto presidente Joe Biden che ha autorizzato i trans-atleti a competere con le donne nei college (Kamala Harris muta come un pesce). La faccenda è talmente seria che su questi temi lo stesso Biden si è giocato la Virginia.

Bene: si chiama identità di genere, e anche questa è violenza contro le donne.

Pochi giorni fa è arrivata in Italia, dall’Ucraina, un’incantevole bambina bionda che aspetta di sapere quale sarà la sua famiglia, dopo avere passato il primo anno abbondante della sua vita accudita da una baby sitter a cui l’avevano mollata i cosiddetti “genitori” intenzionali.

Si chiama utero in affitto, eufemizzato in gestazione per altri, e anche questa è violenza contro le donne, oltre che contro le bambine e i bambini.

Sempre a proposito di bambine/i: non c’è modo di conoscere i numeri dei minori ormonizzati in Italia con bloccanti della pubertà (puberty blocker) a causa del loro comportamento “non conforme” al sesso di nascita.

Gli stereotipi di genere cacciati dalla porta rientrano dalla finestra. Mio figlio giocava con la bambola Conchita, una mia nipote diceva di chiamarsi Andrea – oggi entrambi giovani eterosessuali – ma nessuno si è mai sognato di sottoporli a diagnosi e trattamenti “riparativi” sul modello iraniano: lì se sei omosessuale vai al patibolo, se invece “cambi sesso” tutto va bene.

In Svezia, in Finlandia, in Gran Bretagna, in Arkansas, pionieri dell’ormonizzazione infantile, ma anche in Australia e Nuova Zelanda, hanno dato un giro di vite, spaventati dall’epidemia di pentimenti e detransizioni.

Da noi invece – quanti lo sanno? – la pratica ha corso. Negli Stati Uniti nascono servizi di aiuto psichiatrico per le madri che non sopportano la vista delle loro bambine barbute e sottoposta a doppia mastectomia (top surgery, per dirlo con eleganza). Anche questa è violenza contro le donne e contro le bambine e i bambini.

Qualche settimana fa a Madrid una colossale manifestazione ha visto migliaia di donne e ragazze scendere in piazza per protestare contro tutte le nefandezze dell’ombrello transumano: non solo violenza maschile e femminicidi, dunque, ma anche identità di genere – lì il Parlamento sta discutendo un’orripilante legge detta Ley Trans –, utero in affitto, commercio di gameti umani, sistema prostituente e tratta, in breve tutti i temi che dovrebbero “naturalmente” comporre un’agenda femminista.

In Italia invece da anni le piazze vengono monopolizzate dall’anomalia costituita dal movimento Non Una di Meno, che qualificandosi come “intersezionale” e “transfemminista” su questi temi non ha nulla da obiettare.

Sostenuto dal progressismo mainstream (andate a dare un’occhiata ai programmi dell’Ufficio Nuovi diritti Cgil pro-utero in affitto e pro-sex work) ha assunto una posizione ancillare nei confronti della trans-agenda e pensa le donne come a una tra le minoranze dello spettro Lgbtq+. Chiedendo, per esempio, lo smantellamento della legge Merlin e la depenalizzazione dello sfruttamento, per la gioia del papponismo internazionale e degli stupratori a pagamento detti “clienti”.

Si chiama femminismo liberale, e si è più volte constatato che se provi ad andare a portare altri contenuti in quei cortei l’accoglienza che ti viene riservata non è esattamente festosa.

Probabilmente molte di quelle donne e ragazze che scendono in piazza non sono consapevoli del fatto che con la loro partecipazione stanno sostenendo un movimento che promuove la decriminalizzazione dello sfruttamento di prostituzione, il libero sex work, l’utero in affitto, la libera autocertificazione di genere, gli ormoni a bambine e bambini. Altrettanto probabilmente, se lo sapessero, deciderebbero altrimenti.

Proprio per questo la Rete per l’Inviolabilità del Corpo Femminile, composta da molte associazioni – Udi, RadFem, Se Non Ora Quando Sisters e tante altre – in collaborazione con la rete mondiale Whrc ha deciso di organizzare un presidio in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne per restituire visibilità a posizioni verosimilmente maggioritarie che ormai da anni non vengono rappresentate.

Scegliendo una piazza politicamente strategica, com’è sempre stata la piazza di Milano.

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