L’età colpevoleIl Covid ha rovinato le vite dei giovani italiani, ma non lo si vuole dire

In un Paese familista e paternalista, i ragazzi sono passati dall’essere un problema trascurabile a veri e propri untori. Frutto di una narrazione che, spiega il professor Vincenzo Galasso nel suo ultimo libro (pubblicato da Egea) riflette una società che non investe nel futuro e, anzi, guarda con diffidenza alle nuove generazioni

Claudio Furlan/Lapresse 18 May 2020 Milano (Italy)

Nonostante le frasi benauguranti, non siamo diventati migliori con la pandemia. Anzi, già nel periodo più duro del lockdown (quello del marzo 2020) era cominciata una sorta di caccia all’untore, appoggiata dai media e sostenuta da una narrativa ben radicata: quella contro i giovani. Lo ricorda Vincenzo Galasso, ordinario di Economia in Bocconi, nel suo ultimo libro: “Gioventù smarrita. Restituire il futuro a una generazione incolpevole” (Egea editore).

I rimproveri verso i ragazzi sono partiti fin da subito: sono stati accusati di avere «una percezione distorta del rischio tipica dell’adolescenza, un comportamento sfidante, aggressivo». Per il sindaco di Bologna «non hanno compreso bene che il virus si propaga attraverso le persone». Sul Corriere della Sera si è parlato di loro come «i nostri grandi untori» (marzo 2020), come un insieme di persone «insofferente a regole e costrizioni» (agosto 2020), addirittura erano «degli assassini» (maggio 2020, secondo Antonio Sechi, ex primario dell’ospedale San Giovanni Bosco di Torino).

A questo quadro si sono aggiunte le chiusure anti-movida, le fotografie della Darsena di Milano, il coprifuoco alle 22 e non alle 23 (su cui i virologi si accapigliavano con la foga di una disputa teologica). Il sottotesto era ovvio: gli anziani morivano e i giovani se ne infischiavano, proprio perché meno a rischio. O meglio ancora, i più vecchi erano le vittime e i giovani, in un certo senso, erano i responsabili.

Eppure le cose non stavano così. Anzi. Secondo le indagini campionarie del progetto REPEAT (REpresentations, PErceptions and ATtitudes on the Covid-19), i giovani sono stati più che ligi. A marzo, su una scala di 10, i giovani avevano un punteggio di 9, mentre le altre fasce d’età di 9,35. Ad aprile erano migliorati e saliti a 9,18, mentre il resto della popolazione aveva mollato un po’ la presa con 9,28. Se qualche differenza c’è stata nel corso dei mesi, soprattutto a livello di mascherine e assembramenti, è stata minima: i giovani evitavano contatti fisici con un punteggio di 8,84, mentre il resto della popolazione arrivava a 9,44. Una scollatura reale che non giustificava le prese di posizioni contro i ragazzi.

«I dati dimostrano che la narrativa diffusa era falsa, anzi: era una follia», spiega Vincenzo Galasso a Linkiesta. «Si spiega sia con la radicata mentalità paternalista del Paese» sia «con un calcolo politico. Il governo dell’epoca ha messo in atto un’operazione di blame avoidance. Ha impostato la questione in modo che se le misure non fossero funzionate la colpa sarebbe stata dei cittadini, evitando di considerare i suoi errori e le sue mancanze». E così si è finito per puntare il dito sui ragazzi.

Oltre alla colpa, si aggiunge la sottovalutazione delle sofferenze dei più giovani. «Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è perché, in quanto padre e professore, ho potuto vedere di persona gli effetti del lockdown e della DAD sui ragazzi». Il 2020 e in parte il 2021 sono stati in questo senso due anni perduti. La chiusura delle scuole – la più lunga in Europa è avvenuta proprio in Italia, mentre altri Paesi hanno cercato di mantenere un approccio più equilibrato – si è accompagnata alla perdita di una serie di occasioni sociali, di crescita, di momenti di passaggio simbolici ma rilevanti. La stessa maturità semplificata ha indebolito un rito e svuotando in parte il senso di cinque anni di studio e la soddisfazione di avere compiuto un percorso.

«È facile dire che, in fondo, non si tratta di una grande perdita», continua Galasso, «e che in quanto giovani avranno modo di rifarsi». Non è così. Quanto avviene in quegli anni, gli impressionable years, segnano le persone, contribuiscono a formare valori, attitudini e visione del mondo. È un periodo fondamentale, che definisce il distacco dall’educazione dei genitori a quella che nel libro viene definita «un’insaziabile interazione con il mondo che sta fuori». Rinunciare a questo, anche se sembra cosa da poco (e non sono mancati paragoni con i coetanei di cento anni prima, costretti a stare in trincea a uccidersi) ha effetti di lungo periodo. «Non solo», continua Galasso a Linkiesta. «Ai giovani non è stato concesso il beneficio di poter soffrire. Lo dovevano fare di nascosto. Gli effetti della pandemia su di loro, a fronte della tragedia degli anziani, sono stati trattati in modo residuale».

Ad esempio, sull’istruzione ci si è affidati alla didattica a distanza, «adottata in modo uniforme per fasce di età diverse, con risultati fin troppo chiari: i test Invalsi del 2021, rispetto a quelli del 2019, sono un disastro». È un problema, ma gli effetti del Covid nell’istruzione vengono rimossi, «non li si vuole vedere. E questo è sbagliato dal punto di vista culturale e, direi, anche dal punto di vista morale. La povertà educativa va affrontata. Fa parte di quelle cicatrici che restano per sempre e segnano gli anni successivi, anche quelli dopo gli studi». Lo dicono gli studi: cominciare a lavorare in un anno di crisi ha effetti di lunga durata, «riduce le possibilità di carriera perché, spesso, si rimane nel posto di lavoro iniziale, anche se non è quello più adatto. Si perde slancio e sicurezza di sé, ci si autocolpevolizza». Il risultato lo si vede da una ricerca americana: chi si laurea in un anno di crisi avrà, anche a distanza di anni, uno stipendio più basso rispetto a chi si è laureato in tempi migliori. Per l’esattezza, scenderà del 3,8% per ogni punto di disoccupazione in più, rispetto al 2% dei senior.

Insomma, i giovani sono davvero smarriti e si fa poco o nulla per aiutarli a orientarsi. «La scuola non è più da tempo un ascensore sociale. I genitori avevano capito, decenni fa, che investire nell’istruzione dei figli li avrebbe aiutati ad avere un lavoro migliore. Ora la situazione è cristallizzata ed è un problema che riguarda tutte le società occidentali. In Italia è reso più grave dall’alto tasso di dispersione scolastica e dal divario Nord-Sud». Una questione enorme, di cui non esiste una sola soluzione. «Ma si può partire da alcune piccole cose. Io propongo, per esempio, di modificare il calendario, estendendo a tutto il Paese il pomeriggio a scuola e, magari togliere il sabato. E anche riducendo la vacanza estiva: tre mesi di lontananza da scuola – a meno che le famiglie non spingano per viaggi all’estero, corsi di lingua e attività di volontariato – abbattono il capitale scolastico».

Un’altra cosa da fare è «spendere per l’istruzione, non per le pensioni». L’Italia è un Paese che «pensa moltissimo ai giovani a livello personale, cioè investe molto sui figli. Ma non dal punto di vista generazionale. Come società, i soldi sono dati agli anziani perché siano loro a lasciarli ai più giovani. Siamo troppo familisti e paternalisti». Invece andrebbero impiegati nella scuola, anche per valorizzare gli insegnanti. «È un lavoro che ha perso ogni forma di gratificazione e di prestigio sociale. Chi lo fa bene è spinto soltanto da ragioni personali e di passione per la sua missione. Gli altri si limitano al minimo sindacale. E gli effetti sono deleteri». Servono allora nuovi criteri di assunzione, dando più peso alla formazione e alla qualità. «La riforma della scuola non può più essere fatta contro i docenti, ma deve incanalare una richiesta di maggiore professionalità e di competenza». Anche perché – è il caso dell’inglese – i ragazzi, abituati a serie e film in lingua originale, si accorgono subito se il docente è preparato o meno.

Per la politica è più semplice, però, ragionare in termini elettorali e premiare le pensioni. «È anche un target più facile da accontentare. Basta puntare appunto sulle pensioni e la sanità. Per i giovani la ricetta è più complicata, hanno interessi più variegati ed è difficile promuovere politiche che accolgano un ampio consenso».

Quello che serve ai giovani, che mostrano una leggera inclinazione per l’autoritarismo (cioè hanno meno problemi rispetto agli altri di fronte all’idea di una figura non controllata dal Parlamento, emerge dai sondaggi) ma si sono messi in fila per le vaccinazioni «anche secondo un ragionamento pragmatico, cioè quello di riprendersi la propria libertà» e non si fanno incantare dalla propaganda no-vax (che invece raccoglie adesioni tra i 40-60enni), è più attenzione e, al tempo stesso, più spazio. «Sono loro che abiteranno il futuro e noi dobbiamo garantirgli l’opportunità di crescere e di lasciare loro indipendenza». Serve anche una buona dose di gratitudine: nonostante la narrativa, si sono sacrificati, trascurando gli anni più significativi della loro gioventù, per la collettività. E il libro di Galasso ha il merito di dargliene atto.