Street art senza streetOrganizzare una mostra su Banksy ha senso?

Le opere del misterioso artista sono state concepite per essere libere e per tutti: portarle in spazi chiusi e a pagamento è tradire la sua missione? Intanto “The World of Banksy” è alla Galleria dei mosaici nella Stazione centrale fino al 27 febbraio

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“La ragazza con il palloncino”, “Il Lanciatore di fiori”, gli “Amanti mobili” sono solo alcune delle più famose opere che Banksy ha lasciato in giro per il mondo. L’artista, uno dei più quotati, misteriosi e stimati della nostra epoca, attraverso la street art vuole attirare l’attenzione su tematiche politiche e sociali. Ma non ha mai aver rivelato la sua identità. Di lui, di lei, o di loro (si è ipotizzato che dietro al nome di Banksy possa anche nascondersi un collettivo) si sa poco, se non che ha iniziato a Bristol la sua attività formandosi culturalmente nella scena underground della città. 

A Milano, dal 3 dicembre al 27 febbraio, sarà possibile passeggiare attraverso la riproduzione di 130 delle sue opere più famose nell’esposizione immersiva “The World of Banksy – The Immersive Experience” nella Galleria dei Mosaici nella Stazione Centrale di Milano. Trenta di queste, tutte riprodotte a grandezza naturale – o quasi – da street artist locali, non erano mai state esposte prima e la mostra, che più che una mostra è una performance, offre una panoramica esaustiva e piena dell’opera e della storia dell’artista. La domanda però è: dato che Banksy stesso non impedisce, ma neanche autorizza, mostre come queste, e che la sua arte è stata concepita per essere libera e per tutti, ha senso fare una mostra su di lui? 

Il curatore della performance immersiva alla stazione centrale Manu De Ros è convinto che non ci saranno problemi, e che lo scopo della mostra sia puramente divulgativo: consentire cioè agli spettatori di viaggiare nello spazio. Banksy ha sempre scelto luoghi insoliti e pregni di significato per le sue opere, da Bristol al Mali fino al muro di Betlemme che separa Israele dalla Palestina, ma anche nel tempo, alcune sono andate distrutte o vendute.

È però di soli due anni fa la polemica tra l’artista e uno degli altri centri culturali della città, il Mudec, che gli aveva intitolato la mostra “A visual protest” e che si era visto denunciare dall’artista. All’epoca il problema sembrò essere il percorso della mostra, che culminava nel gift shop del museo, con tanto di merchandising non autorizzato dall’artista. 

Il tema – oltre al copyright che, trattandosi di street art e quindi di qualcosa di per sé illegale – difficile da gestire è anche quello della volontà dell’artista, legata al modo in cui lui stesso concepisce la sua arte. L’opera di Banksy è per sua natura di protesta e lui/lei/loro ha più volte dichiarato che non si dovrebbe pagare per fruire di un’opera d’arte.

Questo concetto stava infatti alla base della vicenda de “La ragazza con il palloncino”, l’opera battuta all’asta da Sotheby’s per 1 milione di dollari che si è autodistrutta non appena il martelletto ha sancito la vendita. L’arte, per Banksy, smette di essere tale appena viene monetizzata. Non solo, chi sceglie come tela i muri delle città, che siano o meno luoghi pregni di significato, vuole che la sua arte sia fruibile da tutti in qualsiasi momento, soprattutto se ha sempre fatto della lotta alle disuguaglianze sociali uno dei propri cavalli di battaglia. 

La poetica e l’ideologia di Banksy sono sempre state in aperto contrasto col capitalismo e, in un certo senso, fare una mostra su di lui, seppur con fine divulgativo, è una sorta di tradimento del suo pensiero e della sua volontà di rendere l’arte libera per tutti.

Non solo, ogni sua opera è stata concepita in un determinato luogo per via del contesto sociale, storico o geopolitico: siamo sicuri che avulse da questi scenari siano in grado di suscitare negli spettatori le stesse sensazioni e facciano scaturire le stesse riflessioni?

D’altra parte è altrettanto vero che Banksy sia uno degli artisti più rilevanti di questo millennio e, in quest’ottica, non ha neanche senso che non venga rappresentato nell’offerta culturale di una città come Milano, i cui poli museali e centri d’arte contemporanea sono tra i più amati e frequentati del paese.

Frequentare mostre e centri d’arte ha un indubbio valore: sociale, culturale e ha anche un impatto positivo sulla salute stando a degli studi recenti, fortunatamente è un’attività cruciale della nostra contemporaneità. E se l’opera di Banksy forse non è tra le più congeniali per essere racchiusa in un percorso museale, sicuramente la sua storia, il suo pensiero e la sua poetica meritano di essere divulgate. D’altra parte anche Justin Bieber “La ragazza con il palloncino” se l’è tatuata sul braccio.