La spinta di BruxellesLa strategia della Commissione per aggirare lo stallo sulla riforma migratoria

Ursula von der Leyen vuole introdurre procedure più rigide alle frontiere esterne. È l’ultimo tentativo di portare avanti elementi del Pact on Migration, ferma da più di un anno. Il Consiglio europeo chiede rimpatri e sorveglianza, ma non affronta il tema chiave della redistribuzione

LaPresse

Se la questione delle migrazioni appare un ostacolo insormontabile nel dialogo fra i Paesi dell’Ue, la Commissione europea sembra aver trovato il modo di aggirarlo il più possibile. A settembre 2020 l’esecutivo comunitario presentava il Pact on Migration, il pacchetto legislativo che avrebbe dovuto rappresentare la svolta nella gestione comunitaria dei flussi, abolendo, tra le altre cose il Regolamento di Dublino. Più di un anno dopo, però, le proposte presentate sono quasi tutte ferme ai nastri di partenza e gli Stati non sembrano disponibili a intavolare negoziati reali per approvarle. Soprattutto, i leader nazionali non intendono affrontare gli aspetti più divisivi del tema migratorio, ma solo quelli «esterni»: politiche di rimpatrio, cooperazione con i Paesi terzi e sorveglianza alle frontiere dell’Unione sono gli unici elementi presenti nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo. Ancora nessuna apertura a meccanismi di solidarietà e redistribuzione di persone migranti nell’Ue.

L’approccio alternativo della Commissione
Preso atto dello stallo, la Commissione sta adottando una strategia alternativa: introdurre singoli aspetti del patto nella legislazione europea tramite altri regolamenti, direttive, proposte di decisioni del Consiglio e persino atti non legislativi, ma dagli effetti concreti tangibili. In questo modo, si aggira il contrasto fra gli Stati che mantiene bloccato il Pact on Migration e si riduce la voce in capitolo del Parlamento europeo, accorciando i tempi di discussione e approvazione. Questa tattica non si può applicare al patto nella sua interezza, ma punta a «spacchettarlo», rinnegando così l’approccio «complessivo» alle migrazioni. Si sorvola invece sulle questioni che sono motivo di scontro fra i Paesi e si procede con quelle più digeribili per tutte le capitali europee.

L’elemento più evidente di tale strategia è una controversa proposta formulata a inizio dicembre, che autorizza Polonia, Lettonia e Lituania ad applicare misure eccezionali e temporanee per fronteggiare l’«attacco ibrido» portato ai loro confini dal governo bielorusso, accusato di facilitare l’afflusso massiccio di persone migranti proprio per destabilizzare l’area. 

Le autorità degli Stati in questione potranno estendere il periodo di registrazione per le domande di asilo a quattro settimane, avranno a disposizione fino a 16 settimane per valutarle e durante questo periodo possono trattenere i richiedenti nei pressi del confine. Queste misure ricordano i processi di pre-entry screening e border asylum procedure che la Commissione ha incluso nel Pact on Migration e vorrebbe applicare ai migranti irregolari presenti alle frontiere esterne dell’Ue. La prima coinvolge tutti gli stranieri, che devono essere identificati e registrati al massimo cinque giorni e in «luoghi vicini ai confini». La seconda è una disamina accelerata delle domande d’asilo (massimo 12 settimane), che permette di trattenere nel frattempo la persona migrante nei pressi della frontiera. 

Trattandosi di una proposta per una decisione del Consiglio, il testo non dovrà essere approvato dal Parlamento europeo, che può svolgere solo un ruolo consultivo: il via libera deve arrivare dai 27 Stati membri, con votazione a maggioranza qualificata. «Così si riduce il processo co-legislativo, assegnando un ruolo marginale all’istituzione eletta direttamente dai cittadini», spiega a Linkiesta Sara Prestianni, esperta di migrazione e asilo dell’organizzazione per i diritti umani EuroMed Rights.

Una dinamica analoga si è verificata con la recente proposta di riforma dell’area Schengen: consta di due regolamenti, uno dei quali è una vera e propria revisione delle norme che regolamentano i movimenti all’interno della zona di libera circolazione. Per disincentivare l’istituzione temporanea di controlli alle frontiere interne (una pratica attualmente adoperata in Germania, Francia, Austria, Danimarca, Svezia e Norvegia), si introducono nuove misure per sorvegliare meglio quelle interne.

Tra queste ci sono la limitazione del numero di valichi di frontiera, l’intensificazione della sorveglianza, la possibilità di prorogare il termine di registrazione per le domande di asilo fino a quattro settimane e di esaminarle tutte alla frontiera, eccezion fatta per i casi a rischio sanitario. Si tratta di fatto di un tentativo di istituzionalizzare il meccanismo di crisi già concesso a Polonia, Lituania e Lettonia, secondo l’analisi di Prestianni, visto che i sistemi di controllo proposti sono praticamente gli stessi. 

In questo caso i regolamenti andranno approvati da Consiglio e Parlamento, lasciando margini più ampi di miglioramento. Alcuni parlamentari hanno già criticato la proposta, come Laura Ferrara del Movimento Cinque Stelle, secondo cui «rischia di penalizzare i Paesi di primo ingresso come l’Italia». Il riferimento è a un altro punto dell’iniziativa, che prevede una procedura più rapida ed efficace per riportare nel Paese europeo d’arrivo i cosiddetti «dublinati»: persone migranti che già secondo le regole vigenti devono essere trasferite nello Stato dell’Unione dove sono state registrate.

Sotto questo aspetto è lo stesso Pact on Migration a incrementare le responsabilità dei Paesi di frontiera, spiega l’esperta di EuroMed Rights, aumentando da uno a tre anni a partire dall’ingresso irregolare, il periodo in cui uno Stato membro è responsabile della valutazione di una richiesta d’asilo. Con la riforma dello Schengen Borders Code, per l’Italia potrebbe cambiare poco, visto che già ora sono operativi i controlli alle frontiere con Austria e Francia, con le autorità di questi Paesi costantemente alla ricerca di migranti irregolari a cui sbarrare il passo.

«Mi sembra che l’impasse del patto stia provocando delle forme alternative di farne passare i contenuti. La Commissione ha cercato di andare incontro alle posizioni più estremiste proponendo politiche per limitare l’immigrazione irregolare, ma questo non è bastato per ottenere il favore di alcuni Paesi», afferma l’esperta. Lo stallo del Pact on Migration è provocato soprattutto dal rifiuto dei Paesi del gruppo Visegrad (Cechia, Slovacchia, Ungheria e Polonia) dei meccanismi di solidarietà, che con il patto sarebbe obbligatoria in determinate circostanze, comportando ricollocamenti di persone migranti o rimpatri a carico dei Paesi non di primo ingresso. Per gli Stati frontalieri dell’Europa meridionale (Italia, Grecia, Spagna e Malta), invece, il Pact non è abbastanza ambizioso e per questo non ha senso sostenerlo. 

La dimensione che raccoglie più consenso è, al contrario, quella «esterna», composta dai meccanismi per rendere più complicato l’accesso all’asilo, più rapido il rimpatrio delle persone respinte e più efficaci gli accordi con i Paesi di transito e origine dei flussi. 

La Commissione sta infatti insistendo su questi punti, non necessariamente attraverso iniziative legislative. «In Grecia sono state finanziate con fondi comunitari strutture detentive de facto per l’analisi delle richieste d’asilo», dice Sara Prestianni. In teoria i richiedenti sono liberi di muoversi sul territorio nazionale una volta presentata la domanda, ma nella pratica questi centri sono situati nelle periferie delle isole e dotate di sistemi di sicurezza di alto livello. L’obiettivo sembra perpetuare il cosiddetto «approccio hotspot», che consiste nel vagliare le richieste quanto più vicino possibile alle frontiere e tenerne sotto controllo i titolari, per poi poterli rimpatriare più rapidamente in caso di esito negativo.

Una strategia simile, del resto, è spesso adottata anche a livello nazionale: alle isole Canarie, meta nel 2021 di un aumento di arrivi dalle coste dell’Africa, la polizia ha cercato a lungo di impedire ai richiedenti asilo di imbarcarsi sugli aerei per la Spagna, prima che un giudice decretasse il diritto di ogni straniero a raggiungere il continente fintanto che la sua domanda è in fase di valutazione. 

Della proposta complessiva ideata nel 2020 dalla Commissione, gli Stati membri sembrano apprezzare soltanto l’approccio repressivo e l’«ossessione per i rimpatri», secondo  Prestianni. Il file legislativo che ha le maggiori chances di vedere presto la luce riguarda la riforma della concessione dei visti: la Commissione potrà ampliare o restringere la disponibilità verso i cittadini di un Paese terzo, in base al livello di cooperazione in materia migratoria di quel Paese, cioè, in sostanza, alla sua inclinazione ad accettare i rimpatri. 

Le conclusioni dei 27 Capi di Stato e di governo confermano l’orientamento: «Il Consiglio europeo riconosce l’importanza di una politica europea di rimpatri più uniforme» e chiede di utilizzare come “leve negoziali” con i Paesi di origine dei migranti «tutte le strategie, gli strumenti e i meccanismi, inclusi i fondi allo sviluppo, i commerci e visti», per mettere in atto gli accordi di riammissione già raggiunti o firmarne di nuovi.

Anche questa, però, è una maniera di strumentalizzare la questione migratoria, che tra l’altro ha provocato a giudizio di Sara Prestianni un effetto boomerang per molti Stati europei. «L’Ue fa pressione sui Paesi terzi con altri mezzi perché ricevano i migranti respinti. E i Paesi terzi, dal Marocco alla Turchia o alla Bielorussia, fanno lo stesso: usare i migranti come arma di ricatto per ottenere altri vantaggi».

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