Inside LondraPerché non è così facile mandare a casa Boris Johnson

Dopo lo scandalo della festa a Downing Street in pieno lockdown, il premier britannico ha toccato nuovi minimi nei sondaggi. I conservatori sono molto divisi, forse non hanno un nome abbastanza forte da proporre come successore, e tutti attendono la pubblicazione del rapporto Gray, l’indagine che per ora ha congelato la caduta dell’esecutivo

AP/Lapresse

A meno che non si dimetta da solo, e Boris Johnson non sembra propenso a farlo, deporre un primo ministro non è così semplice. La sua apologia – a metà, perché le scuse poco sentite gli sono servite solo per introdurre l’autodifesa – non ha convinto il Parlamento e gli ha inimicato un altro pezzo di partito.

Saranno decisivi i risultati dell’indagine sulla violazione delle restrizioni, per l’aperitivo spacciato come una riunione mentre la nazione era in lockdown duro, a maggio 2020. Verranno pubblicati la settimana prossima. Il sistema di potere di Johnson è al collasso, ma la corsa – già iniziata – per la successione potrebbe dividere il partito invece di cementarlo.

A Westminster, il pentimento di Johnson non è parso autentico. Livido, sembrava scocciato di doverne rispondere in aula. Ha dipinto il giardino come un’«estensione dell’ufficio di Downing Street», non era a conoscenza dell’invito del suo staff di presentarsi con alcolici per «un brindisi socialmente distanziato» e, una volta lì, non si è accorto della festa.

Dopo il confronto, nella tea room (sì, il parlamento inglese ha una sala per il tè) si è lamentato con i colleghi di star pagando colpe non sue. Difficile non imputargli la serie di scandali che ha fatto crollare i conservatori nei sondaggi. Poco prima della seduta, una rilevazione di YouGov li dà staccati dai laburisti di dieci punti, non succedeva dal dicembre 2013.

Anche l’immagine del primo ministro è compromessa. Sei elettori britannici su dieci pensano che dovrebbe dimettersi, in base a un sondaggio condotto per il Times. Tra chi ha votato i conservatori, il dato è più basso, al 38%, ma anche la sua base non gli crede più: Johnson ha mentito per il 63% degli intervistati che si identificano nella sua area politica e per il 78% dell’opinione pubblica. Settimana dopo settimana, il suo indice di apprezzamento ha riscritto i minimi storici.

Lo stato maggiore del partito tiene solo a parole. Su ITV, l’ex ministra Caroline Nokes ha dato voce al malcontento interno. «Johnson sta danneggiando l’intero brand dei conservatori», ha attaccato la presidente dello Women and Equalities Committee. Ha chiesto le dimissioni anche il leader dell’ala scozzese del partito, Douglas Ross. Il capogruppo ai Comuni, Jacob Rees-Mogg, potrà anche sminuirlo come «figura di scarso peso», ma la posizione di Ross è condivisa dalla sua predecessora e da due terzi della pattuglia Tory al parlamento scozzese. Il partito rischia seriamente la scissione.

Ha fatto rumore anche il lungo silenzio dei candidati a prendere il posto di Boris, il ministro degli Esteri Liz Truss e quello dell’Economia, Rishi Sunak. Tattica e opportunismi. Entrambi hanno espresso il loro sostegno solo in tarda serata, con tweet stringati dopo ore di mutismo. Somiglia a una defezione soprattutto quella di Sunak, che in aula non si è visto perché era in visita in una fabbrica a chilometri di distanza, a Ilfracombe, e ha cinguettato un sibillino: «Il primo ministro ha fatto bene a scusarsi e supporto la sua richiesta di pazientare mentre Sue Gray conclude la sua inchiesta».

Già, la vera spada di Damocle sono le conclusioni dell’indagine. Dovrebbero uscire alla fine della prossima settimana. Secondo i giornali inglesi, molti parlamentari attendono quel documento per «tradire» Johnson. Si tratta del verdetto sulle (poco) presunte feste a Downing Street in piena pandemia. Lo scriverà la civil servant Sue Gray, nominata a dicembre. In passato era soprannominata «la donna che governa veramente la Gran Bretagna» perché, quando era al vertice del Comitato Etico dell’esecutivo, ha troncato le carriere di tre ministri, tra i quali il vice di Theresa May, Damian Green, nel 2017.

Con il suo discorso e le parziali ammissioni, Johnson si è comprato tempo. Di fatto, fino alla pubblicazione del rapporto di Gray. In aula, ha assicurato che reagirà di conseguenza al suo contenuto. Per un politico più coerente, equivarrebbe alla promessa di dimettersi se fosse “colpevole”. Virgolette necessarie, perché il fascicolo è tutto politico: passerà alla polizia londinese, che però non ha (ancora) mai tradotto in conseguenze penali le violazioni delle misure anti-contagio. Secondo i retroscenisti, se il primo ministro si è esposto è perché sa che l’indagine gli riconoscerà l’attenuante della «buona fede».

Come scrive la BBC, tra i corridoi di Westminster tutti discutono dei tempi e dei modi della defenestrazione di Johnson, ma nessuno si chiede se può sopravvivere alla crisi. Le tribù interne ai conservatori sono divise, mancano un piano e soprattutto il coordinamento che portò a disarcionare May nel 2019. Anche in quel caso, fu lei a dimettersi, prima delle forche caudine di un voto dei deputati.

Per innescare la sfiducia, infatti, da statuto servono le firme del 15% dei parlamentari conservatori. La soglia, quindi, varia ogni legislatura: per May era 48, oggi vale 54. Non è chiaro quante lettere siano arrivate al 1922 Committee, il comitato esecutivo di diciotto membri. Sarebbero tra la dozzina e la trentina, stima il Telegraph. Siamo oltre i livelli di guardia, ma non abbastanza perché cominci l’ordalia. Potrebbero arrivarne di nuove alla fine dell’inchiesta Gray.

A quota 54, i deputati del partito votano la sfiducia, a scrutinio segreto. È qui che quel 15% deve crescere fino alla maggioranza relativa. Si parla di 181 voti. La vita o la morte politica del premier passano da qui, ma anche dentro un partito spaccato è difficile che i frondisti siano così tanti. Se non venisse sconfitto, però, per il primo ministro scatterebbe una «tregua» di un anno, durante il quale non potrebbe più venire sfiduciato. In caso contrario, si aprirebbe il congresso.

Se restasse in sella con un margine molto risicato, Johnson potrebbe sempre valutare di rimettere il mandato alla base. Ma non è detto che tra gli elettori gli altri nomi in campo siano più forti, o più popolari, del suo, per quanto screditato.

Per questo non è così irrealistico quanto Nokes ha predetto in tv: «O Johnson se ne va ora, o dovremo aspettare le elezioni generali tra tre anni, e dipende dal partito decidere quando». Il premierato è al suo punto più basso, potrebbe essere tardi aspettare le consultazioni locali di maggio per dare il colpo di grazia. Anche perché – in politica, ma soprattutto per un giocatore d’azzardo come Boris – tre mesi sono tanti. Come ha detto a Linkiesta il professor Hansen della Brunel University di Londra, il governo «dovrebbe ringraziare il coronavirus» per aver distratto l’opinione pubblica dai fallimenti. Si spera che la variante Omicron non ripeta il favore.

«Le sue scuse sono così ridicole da essere offensive per i cittadini britannici», ha tuonato in aula il leader dei laburisti, sir Keir Starmer. Continua a invocare le dimissioni di Johnson: per un altro politico, ma non lui, sarebbero un atto dovuto. Starmer potrebbe provare a causarle attivamente, come ha fatto Jeremy Corbyn il 16 gennaio 2019, nei giorni più convulsi dell’era May. Ma nella storia inglese i casi di sfiducia sono rari: solo 23 dal 1945. Ancora meno frequenti quelli promosse dall’opposizione, che teme di ricompattare la maggioranza. Ha funzionato l’ultima volta nel 1979, quando per un solo voto cadde l’esecutivo di minoranza guidato da James Callaghan.

«Johnson voleva essere il re del mondo – si legge in un editoriale del Telegraph – potrebbe doversi accontentare di essere ricordato come il primo ministro in carica meno a lungo dai tempi di Henry Campbell-Bannerman». Che, per inciso, si dimise per ragioni di salute poche settimane prima di morire. Le sue ultime parole furono: «Questa non è la fine per me». Quella di Boris Johnson, invece, sembra arrivata.