Non è mai troppo tardiLa Conferenza sul Futuro dell’Europa deve ancora stabilire le sue regole

A Strasburgo si è svolta la terza plenaria dell’evento di democrazia partecipativa. Il dibattito è convincente, ma restano ancora incerte le modalità per arrivare alle conclusioni, e adesso occorre trovare consenso fra le parti in causa, senza votazioni

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La vita è uno spettacolo teatrale senza prove, sosteneva Charlie Chaplin: una massima applicabile anche alla Conferenza sul Futuro dell’Europa, un esperimento di democrazia partecipativa che non ha precedenti su cui basarsi e procede aggiustando le sue stesse regole procedurali man mano che avanza il dibattito. Ancora oggi, le istituzioni comunitarie non sono in grado di dire con quali modalità verrà stilata la relazione finale, cioè il documento che contiene le conclusioni dell’evento.

Una discussione più incisiva
Al Parlamento di Strasburgo, intanto, si è svolta la terza sessione plenaria: commissari europei, eurodeputati, parlamentari nazionali, e membri dei 27 governi hanno incontrato i delegati degli 800 cittadini estratti a sorte della Conferenza, per discutere le raccomandazioni emerse dal Panel 2 e dal Panel 3 nelle scorse settimane.

La pandemia da Covid-19 ha inciso parecchio sulle presenze: sono entrati nell’emiciclo comunitario meno della metà dei 449 partecipanti previsti in tutto, con gli altri chiamati a collegarsi online dai rispettivi Paesi. Diverse defezioni anche fra gli 80 cittadini comuni delegati dei Panel: alcuni sono riusciti a partecipare ai lavori da casa, altri sono stati sostituiti.

Sul tavolo c’erano le 90 raccomandazioni dei due Panel finora conclusi, più quelle di altri incontri di cittadini, organizzati a livello nazionale. Le proposte nel dettaglio venivano esaminate nei gruppi di lavoro, mentre nell’emiciclo si sono svolte quattro sessioni tematiche: “Valori e diritti, Stato di diritto e sicurezza” gli argomenti della prima, mentre le altre erano dedicate a “Democrazia europea”, “Ambiente e cambiamento climatico” e “Salute”.

I lavori si sono aperti nel ricordo di David Sassoli, omaggiato dal co-presidente della Conferenza, Guy Verhofstadt. «Questo evento è un’estensione del suo sforzo di rendere l’Europa più vicina ai suoi cittadini», dice a Linkiesta l’eurodeputato belga. «Voleva che avessero un posto al tavolo dove vengono prese le decisioni: in questo modo noi politici siamo costretti a essere più aperti e creativi nel modo in cui rispondiamo alle loro aspettative, speranze e paure».

Poi è cominciata la discussione, sicuramente più tonica rispetto ai precedenti appuntamenti: persone comuni ed esponenti politici si sono concentrati su aspetti specifici, spesso facendosi domande a vicenda e legando i propri interventi a quelli altrui. La differenza con l’ultima sessione plenaria è evidente, confermata dai cittadini e pure dal commissario Maroš Šefčovič, che ne ha apprezzato la capacità di esprimere molti concetti in breve tempo.

Le loro raccomandazioni hanno ricevuto molto spesso attestati di supporto. Pure troppo, in alcuni casi: «Sulla questione delle liste transnazionali, mi è sembrato che gli eurodeputati volessero strumentalizzare la nostra proposta, interpretandola in modo funzionale ai propri obiettivi», dice a Linkiesta Chiara Alicandro. Il tema è infatti uno dei cavalli di battaglia dei federalisti europei, che secondo la delegata hanno incentrato su questo punto gran parte della discussione nel working group.

Le impressioni di chi è intervenuto a Strasburgo, comunque, sono generalmente positive, al contrario di quanto riferiscono alcuni delegati collegati da casa. «Mi sono rifiutata di parlare, perché certe cose non mi sono piaciute», dice a Linkiesta Ilenia Greco, rappresentante del Panel 3. «Ho notato una disorganizzazione assurda. Abbiamo dovuto fare i più importanti meeting preparatori tra delegati per conto nostro: senza traduzione, senza moderatore e nel tempo libero. Ma noi non lavoriamo per le istituzioni europee».

Oltre alle questioni organizzative, ci sono quelle economiche: i cittadini invitati alla Conferenza ricevono una somma giornaliera di 140 euro, in aggiunta alle spese di alloggio e al rimborso dei viaggi di andata e ritorno.

Per chi si collega online, la somma è dimezzata, perché mancano le spese vive da coprire: la scelta non piace ad alcuni di loro, che rivendicano l’impegno e il tempo trascorso davanti al computer per partecipare al progetto. «È una questione di principio: data la situazione della pandemia era meglio rimandare la sessione. Ma mi sembra che gli organizzatori vogliono chiudere», aggiunge Ilenia Greco.

Il calendario, in effetti, è serrato: l’emergenza sanitaria ha fatto slittare i Panel 1 e 4 dei cittadini, previsti tra dicembre e gennaio a Dublino e Maastricht, che si terranno invece a febbraio. Di conseguenza, scala a marzo la prossima plenaria, che dovrà analizzarne le raccomandazioni.

Il nodo delle regole
Queste due sessioni collettive servono infatti a traslare le raccomandazioni dei cittadini in un numero più limitato di proposte concrete, come spiegano a Linkiesta fonti del Segretariato comune, l’organo interistituzionale che organizza i lavori della Conferenza. Molte delle istanze espresse nei Panel riguardano lo stesso argomento, oppure auspicano obiettivi già in qualche modo perseguiti dall’attività legislativa ordinaria delle istituzioni europee.

Una volta eliminato il superfluo, la plenaria e il board della Conferenza dovranno concordare la relazione finale, quella che sarà poi presa in considerazione da Consiglio, Parlamento e Commissione europea.

Il regolamento della Conferenza prevede che la plenaria sottoponga al board una serie di proposte approvate «su base consensuale». Una nota specifica che un consenso deve essere raggiunto almeno fra le quattro «componenti» politiche dell’assemblea: i parlamentari nazionali, gli eurodeputati in rappresentanza del Parlamento, i membri della Commissione e i ministri e sottosegretari che rappresentano il Consiglio.

Non vengono tuttavia specificate le modalità con cui questo consenso debba essere certificato. L’obiettivo, al momento, sembra quello di arrivare tramite il dialogo a un accordo generale tra i partecipanti, senza che si renda necessaria una votazione. In questo modo, sostiene il Segretariato, nessuna delle singole proposte verrebbe di per sé rigettata, ma tutte contribuirebbero a plasmare il corpus delle conclusioni finali.

Ma se i tre commissari possono facilmente parlare con una voce sola, lo stesso non è scontato per i 108 eurodeputati, appartenenti a tutti i gruppi politici dell’Eurocamera, per i 108 parlamentari dei 27 Paesi e per i 54 membri (due a testa) dei governi nazionali. Se ogni componente dovrà esprimere una posizione univoca, sarà probabilmente necessario votarla a maggioranza al proprio interno.

Inoltre, la soglia minima del consenso necessario per procedere con la relazione non comprende i rappresentanti dei cittadini, ai quali, in caso di disaccordo, resterebbe solo la possibilità di esprimere questa «posizione divergente» nel documento finale. Un esito di questo tipo sarebbe però una catastrofe a livello di immagine per le istituzioni europee, che sceglierebbero così di ignorare il parere dei cittadini dopo aver organizzato un evento lungo un anno per coinvolgerli nel dibattito.

Non a caso il ministro degli Affari Esteri francese Clément Beaune, uno dei tre co-presidenti della Conferenza, ha sottolineato durante i lavori a Strasburgo l’importanza di prevedere un processo di «validazione» da parte dei cittadini: gli 80 delegati dei Panel dovranno dare il via libera alle conclusioni, anche se non è chiaro in che modo ciò debba avvenire.

Ma soprattutto, il meccanismo consensuale lascia a ogni «componente» politica una sorta di diritto di veto: una carta che potrebbe essere giocata dal Consiglio per «ammorbidire» una relazione finale troppo incisiva. Il nodo principale rimane la possibilità di modificare i trattati europei per allargare le competenze dell’Unione. Un’ipotesi che i commissari nel board della Conferenza (Šuica, Jourová e Šefčovič) non escludono a priori né sostengono esplicitamente, ma che difficilmente troverebbe concordi tutti i governi nazionali.

«Io spero che il Parlamento europeo, i parlamenti nazionali e i cittadini mettano all’angolo il Consiglio e la Commissione, per ottenere risposte concrete alle proprie proposte», spiega a Linkiesta l’eurodeputato del Partito democratico Brando Benifei, sicuro del fatto che i delegati dei Panel condividano le stesse aspettative.

Una sensazione maturata ascoltando i loro interventi, che con il passare del tempo e degli incontri si fanno sempre più puntuali, decisi e consapevoli. Nell’ultima occasione, non hanno avuto paura di rivolgersi in maniera diretta ai parlamentari né di esigere a gran voce il rispetto delle proprie posizioni.

Tagliarli fuori dalla fase finale del processo non sarà semplice: come ha scritto di recente il professor Alberto Alemanno a proposito della Conferenza, una volta che il genio democratico dell’Europa è uscito dalla lampada, sarà difficile rimetterlo dentro.