La strana coppiaL’amore può essere raccontato con le leggi della fisica, dice Elena Lietti

Nello spettacolo “Costellazioni”, in scena al Teatro Parenti fino al 6 febbraio, l’attrice lombarda insieme a Pietro Micci porta in scena una relazione che si snoda tra mille universi paralleli, tra scelte fatte e il riflesso di decisioni prese in altri mondi. Un testo che, racconta, le ha fatto amare una materia poco apprezzata a scuola

da Teatro Parenti

Una storia d’amore vissuta ai confini della fisica, un viaggio tra universi paralleli, multiversi, possibilità che si escludono. In questo intreccio tra meccanica quantistica e teoria delle stringhe ogni scelta si riflette in infiniti mondi alternativi. È il senso profondo di “Costellazioni”, tratto dal testo di Nick Payne, in scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 6 febbraio, per la regia di Raphael Tobia Vogel.

A interpretare i due protagonisti sono Pietro Micci ed Elena Lietti. Per l’attrice, che ha lavorato più volte al teatro Parenti, è prima di tutto un ritorno a casa, «tra le mille peripezie del momento». Oltre a Vogel, con cui ha già collaborato in passato (“Marjorie Prime”) c’è – «nella sala accanto!» – anche Filippo Timi, con cui ha iniziato la sua carriera. «Il Parenti è sempre stato un punto di ritorno e di riferimento, mi piace pensare che sia una casa», con la sua atmosfera, i suoi spazi, «la cultura».

Con Raphael lavora bene: «Abbiamo le stesse ossessioni, esploriamo le tipologie umane fin nel dettaglio, in questo senso parliamo la stessa lingua». E poi lui, «come me, è un grande amante del cinema e ama mescolare i linguaggi». Lei lo fa nella carriera: il suo ultimo film uscito è “Tre piani”, di Nanni Moretti, mentre a breve arriverà “Le otto montagne” di Felix van Groeningen, tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Cognetti.

Nel caso di “Costellazioni” la cosa viene più semplice «perché la scrittura lo permette. È contemporanea, naturalistica, ciematografica. Non è, come dicono gli inglesi, larger than life, ma raccolta. Sono situazioni quotidiane per le quali il linguaggio minimalista del cinema si adatta alla perfezione». Anche la messa in scena riflette questa caratteristica: è il connubio tra la scrittura «e la volontà di Rapahel di rendere tutto il più intimo possibile, e vicino. In modo da cogliere ogni sfumatura dei gesti, delle espressioni, come avviene nelle inquadrature cinematografiche».

Un’altra impresa è stato trovare «il codice giusto, i segni più eloquenti per indirizzare l’attenzione dello spettatore e non confonderlo. Sono 68 scene diverse e ognuna delle quali deve avere un elemento scenografico che le distingua, devono tutte essere intellegibili. Quando si trova la soluzione, il racconto fluisce chiaro».

E allora lo spettatore potrà seguire quella che è «una storia d’amore dove la fisica è la chiave», al termine della quale resteranno «pensieri e sensazioni profonde, illuminanti, che restituiscono una certa speranza». Ce n’è bisogno. Lei stessa ne è rimasta colpita, «fin dalla lettura. Mi sono innamorata del mio personaggio, che è insieme carismatico e dotato di un umorismo buffo».

Preparare lo spettacolo ha implicato lo studio della fisica, che è stato «come aprire una finestra e fare entrare aria nuova in casa. Mi sono appassionata a questi temi, il testo ha avuto un effetto profondo. A scuola avevo studiato fisica, come tutti, ma non mi aveva illuminato. Adesso ho letto testi, mi sono fatta aiutare, ho compreso quanto queste cose, solo all’apparenza lontane e astruse, entrino nella vita di ogni giorno. Ho capito che il tempo non è uguale per tutti – lo diceva già Einstein negli anni ’30 – e soprattutto ho avuto modo di vedere da vicino come funziona la mente scientifica». E com’è? «Prima pensavo che lo scienziato fosse quello che sa tutto, e invece è il contrario: è quello che non sa, che gode nella ricerca dell’errore, dell’incertezza, di ciò che rimane oscuro. Proprio l’opposto».

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