Onorata società foggianaLa preoccupante ascesa della Quarta mafia

Estorsioni, usura, riciclaggio e droga. Sono i pilastri dell’organizzazione criminale che agisce in Puglia, sempre più potente e violenta. Si è divisa in quattro articolazioni principali e fa affari con le cosche tradizionali ed estere, sfidando a viso aperto lo Stato

Una galassia di famiglie malavitose, ora riunite in storiche alleanze, ora contrapposte in faide sanguinose. Un’organizzazione basata su violenza e affari. La mafia foggiana, conosciuta anche come Quarta mafia, è questo e molto altro.

È sopratutto l’associazione mafiosa che in questi ultimi anni, nell’ombra, è riuscita maggiormente a crescere e allargare i propri confini, diramandosi – secondo quanto riporta la Dia nella sua ultima relazione – in quattro articolazioni principali: la società foggiana, la mafia garganica, la malavita cerignolana e la mafia sanseverese.

La prima si muove prevalentemente nella città di Foggia. Il Gargano invece è la terra dei “Montanari”, passati dall’abigeato al traffico di droga (fatta arrivare dall’Albania o coltivata in loco). La malavita cerignolana è specializzata nei furti di auto e, soprattutto, nelle rapine ai furgoni portavalori. Un vero e proprio marchio di fabbrica per i clan di Cerignola, che non disdegnano colpi in trasferta, anche all’estero. La criminalità sanseverese svolge invece un ruolo determinante nel traffico degli stupefacenti grazie ai rapporti con altri gruppi della provincia e con camorra, ’ndrangheta e criminalità albanese.

«È senza dubbio un fenomeno criminale da non sottovalutare, di vaste proporzioni all’interno del quale si è fatto troppo silenzio e per tanto tempo», spiega Vincenzo Musacchio, criminologo e ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services.

La Quarta mafia fonde violenza e corruzione in un’unica strategia criminale: «Per gli operatori economici ci sono le bombe. Per le amministrazioni locali c’è la corruzione. I mafiosi locali controllano il voto eleggono i loro rappresentanti e poi ottengono favori. In questa situazione ormai endemica la dimensione di degrado del foggiano è a livelli emergenziali».

Le cronache locali raccontano di guerre spietate a colpi di morti ammazzati, ma anche di lunghe tregue, funzionali alla pianificazione degli spazi di influenza per quelli che sono gli affari delle famiglie: racket delle estorsioni, usura, riciclaggio, gioco d’azzardo e droga.

Nei primi undici giorni di gennaio nella provincia di Foggia sono esplose otto bombe. Tre a San Severo, una a Vieste, quattro a Foggia. Sono stati colpiti un parrucchiere, una concessionaria di auto, un negozio di giochi, una profumeria, un fioraio, una ditta di distribuzione di caffè, un ristorante e l’abitazione del parente di un presunto esponente della criminalità organizzata. Mentre mercoledì notte un attentato incendiario è stato compiuto contro l’automobile di Generoso Rignanese, assessore al Bilancio del Comune di Monte Sant’Angelo.

Che si tratti di mafia lo hanno stabilito sentenze della magistratura. Le 25 condanne alla mafia foggiana, eseguite su richiesta del pubblico ministero Gianrico Carofiglio, confermano l’esistenza di un’associazione a delinquere ben strutturata.

«Undici bombe in dieci giorni sono un attacco diretto allo Stato. Il messaggio lanciato è chiarissimo: qui comandiamo noi, nulla è cambiato e nulla cambierà. In realtà la mafia è costretta a reagire con forza e crudeltà per rispondere agli arresti di questi ultimi mesi. Si sta costituendo la prima associazione anti-racket, si comincia a vedere l’antimafia sociale e questo le mafie foggiane non possono permetterlo», continua Musacchio.

La società foggiana controlla con la violenza un territorio molto vasto: la provincia di Foggia è la terza per grandezza dopo Sassari e Bolzano, è più vasta dell’intera regione Liguria. E detiene alcuni record negativi: è la provincia al primo posto in Italia, secondo i report annuali, in quanto a numero di estorsioni denunciate (28,1 ogni 100mila abitanti) ed è seconda in classifica, dietro Caltanissetta, per numero di omicidi volontari (2,3 ogni 100mila abitanti). È seconda, dietro Crotone, per tentati omicidi (3,9 ogni 100mila abitanti) ed è al terzo posto dopo Reggio Calabria e Vibo Valentia per denunce per associazione mafiosa (1,5 ogni 100mila abitanti).

Il comune di Foggia, nell’agosto scorso, è stato sciolto per associazione mafiosa. In precedenza era successo solo a un altro capoluogo di provincia, Reggio Calabria, nel 2012. Il sindaco della Lega, Franco Landella, è indagato per corruzione e concussione. Altre amministrazioni comunali della provincia erano state sciolte in precedenza: Cerignola, Monte Sant’Angelo, Mattinata e Manfredonia.

Ad oggi, a Foggia e nel tavoliere i clan egemoni (chiamate “batterie”) sono i Moretti-Pellegrino-Lanza, i Sinesi-Francavilla e il clan Trisciuoglio-Tolonese. «Nel Gargano abbiamo le famiglie Li Bergolis, Alfieri e Primosa di Monte Sant’Angelo. Le famiglie dei Tarantino e dei Ciavarella di San Nicandro Garganico. A San Severo abbiamo una estensione foggiana del clan Moretti-Pellegrino-Lanza e il clan La Piccirella-Testa», svela Luigi Bonaventura, ex boss della cosca Vrenna-Bonaventura, collaboratore di giustizia di ben 14 procure italiane e straniere. A Cerignola operano il clan Piarulli-Ferraro e il clan Tommaso-D’Angelo. A Lucera i clan predominanti sono Ritucci-Cenicola, Papa-Ricci, Bayan-Di Corso, Tedesco e Barbetti.

Pur conservando distinte segmentazioni, hanno radici comuni e, soprattutto, si muovono in sintonia cercando di non calpestarsi i piedi e spartendosi in accordo i relativi territori di pertinenza. «Questi gruppi si espandono infiltrandosi anche i territori ancora sani quali il Molise, l’Abruzzo, le Marche. Hanno anche contatti molto stretti con le mafie albanesi e nigeriane». Ma non solo: «Hanno rapporti molto forti con la ’Ndrangheta. Per dare un’idea: la zona del Salento per anni è stata chiamata da molte cosche “Le due Calabrie” per la presenza imponente di mandamenti ’ndraghetisti, tra cui la ’ndrina Alvaro e la Bellocco», rivela Bonaventura.

Ma come nasce questa organizzazione criminale? E come è strutturata? «Questa mafia si basa sulla violenza. È una loro caratteristica, che va controtendenza con il modus operandi delle mafie tradizionali, che preferiscono sempre più la corruzione e l’infiltrazione nella politica», spiega Antonio Laronga, procuratore aggiunto di Foggia.

La Quarta mafia nasce alla fine degli anni’70. Sono gli anni in cui Cosa Nostra, appena conclusa la prima guerra di mafia, prova a ridefinire i propri assetti e fonda le prime commissioni interprovinciali, finalizzate a garantire la pace interna. In Calabria la ’ndrangheta comincia a crescere, a evolversi, ad abbandonare l’ambiente rurale e ad allargare i propri orizzonti. E, soprattutto, è negli anni ’70 che Raffaele Cutolo dà vita alla Nuova Camorra Organizzata.

Proprio quest’ultimo sarà fondamentale per la nascita della Società. In un hotel di Foggia nel 1979, Raffaele Cutolo si incontra con le principali bande di malviventi della regione. Ha un unico obiettivo: colonizzare la Puglia per esportare il suo progetto di Nuova Camorra Organizzata, estendendo così il suo dominio. Nasce così la criminalità organizzata pugliese.

«Quando ancora il codice interno delle cosche vietava di avere affiliati non calabresi, la mia famiglia è stata tra le prime a stabilire un collegamento con Taranto e creare una “succursale” criminale», continua Bonaventura. Con quali scopi? «La Puglia è un punto strategico per Camorra e ’Ndrangheta, che trovando campo aperto hanno fiutato l’occasione di fare ricchi affari, da prima con il traffico di stupefacenti poi con quello di armi», aggiunge il collaboratore di giustizia.

La loro principale fonte di guadagno resta infatti il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti. «Le coste pugliesi sono un punto di approdo privilegiato per lo sbarco in Italia di decine di tonnellate di stupefacenti destinati al mercato nazionale ma anche a quello europeo e internazionale», dice Musacchio.

Negli ultimi cinquant’anni, però, la storia criminale della Puglia è contrassegnata dalla violenza delle “faide”. La più famosa è ambientata a Sannicandro Garganico, dove a partire dal 1981, si contano decine di morti tra le famiglie Tarantino e Ciavarella. La scena si è poi spostata a Monte Sant’Angelo, terra dei Libergolis, protagonisti di una altrettanta spietata guerra con i Romito di Manfredonia, che nell’agosto del 2017 culminerà nella strage di San Marco in Lamis, nella quale perderanno la vita anche i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, due agricoltori venutisi a trovare nel posto sbagliato al momento sbagliato.

«L’uso sistematico della violenza e familismo: sono questi i pilastri della Quarta mafia. Hanno la ferocia di “Cosa Nostra”, la consanguineità della ’ndrangheta, l’organizzazione in gruppi autonomi e il fiuto per gli affari della Camorra. A questo si aggiunge un’omertà della popolazione difficile da scalfire», dice Laronga. Le mafie foggiane, inoltre, non conoscono pentiti. anche se negli ultimi anni qualcuno ce n’è stato, ma si tratta di «pesci piccoli, non c’è una fuoriuscita che potrebbe rovesciare il regime criminale instaurato», commenta Laronga.

Nel frattempo, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ha definito la situazione criminale del foggiano una «emergenza nazionale», mentre il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese afferma che «dobbiamo far sentire la presenza forte dello Stato». Ma la realtà è un’altra. «Per molto tempo, a livello istituzionale, c’è stata una sottovalutazione di questo fenomeno. Complice anche la riforma della geografia giudiziaria del 2012-2013, che ha provocato nel territorio foggiano la chiusura di un tribunale e una procura della Repubblica e ben sei sezioni distaccate giudiziarie. Una defezione che ha lasciato campo aperto a questa mafia», conclude Laronga.