Falsi amiciL’equivoco della braceria e la scelleratezza onomapoietica dei ristoratori

Questo neologismo ormai è stato accettato, ma ricondurre la sua origine alla brace sarebbe un classico caso di rietimologizzazione, conseguente all’ingannevole suggestione di un termine straniero quasi omofono: brasserie

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C’è qualcosa di nuovo, da qualche anno, nel panorama della ristorazione, anche se si ammanta d’antico. È la “braceria”. 

Che cos’è una braceria? Il vocabolario Treccani, unico tra i maggiori dizionari ad accogliere la voce – dal 2018, come neologismo – ne dà questa definizione: «Ristorante specializzato nella preparazione di pietanze cotte alla brace». Dunque, braceria da brace, con l’aggiunta del suffisso -eria, come in pizzeria, gelateria, macelleria eccetera.

Tutto chiaro? Fino a un certo punto. Perché se indubbiamente plausibile è il fondamento etimologico, non è detto che sia da premesse etimologiche che la parola nuova abbia preso le mosse. Riesce difficile sfuggire al sospetto che abbia agito l’assonanza con una parola francese, brasserie, che non vuol dire però braceria bensì birreria e non ha niente a che fare con le braci (tutt’al più con il celebre romanzo di Sándor Márai, se il patron ne tiene in sala una copia). 

La brasserie è un popolare ristorante transalpino, semplice ma con qualche pretesa nel décor, insomma un gradino sopra il bistrot, dove è possibile consumare – oltre alla birra originariamente prodotta in loco – frutti di mare, affettati, insalate, crauti (retaggio alsaziano), carne con contorno di pommes frites: preparazioni che o non necessitano di cottura, o si contentano di normali fornelli. Il nome viene dal verbo brasser, fare la birra, che deriva dal latino parlato braciare, a sua volta costruito su un sostantivo latino di origine gallica, braces, ossia malto, che come è noto è l’ingrediente più importante della birra. Un bel ping-pong tra lo Stivale e l’Esagono, in cui però l’ultimo scambio fallisce e manda fuori la pallina.

Se le cose stanno così, possiamo a buon diritto ascrivere brasserie alla dispettosa famiglia linguistica dei “falsi amici”, vocaboli che hanno grafia o suono simili in due lingue diverse, ma significato differente e a volte opposto – come l’inglese brave che non vuol dire bravo ma coraggioso, il francese déjeuner che sta per pranzare e non per digiunare, il tedesco Blatt che non è una blatta ma una foglia, lo spagnolo burro che indica l’asino. Ricondurre “braceria” alla brace sarebbe dunque un classico caso di rietimologizzazione, conseguente all’ingannevole suggestione di un termine straniero quasi omofono. 

Nulla di male, beninteso. Per quanto incidentale, l’etimologia regge e la parola nuova che ne è giustificata denota efficacemente uno specifico esercizio pubblico destinato alla ristorazione. Però, però…

Di norma nella denominazione generica degli esercizi commerciali si fa riferimento a ciò che si serve o si vende, o al limite a chi serve o vende, non a come (con quale strumento) lo si fa: ad esempio, per restare nel campo alimentare, si parla di pizzeria e non di forneria, e analogamente si dice salumeria, macelleria (dal latino macellum, mercato delle carni), gelateria, cioccolateria, caffetteria (dallo spagnolo cafetero, venditore di caffè), vineria, pasticceria, osteria (che spesso si trova antichizzato in hostaria, dal latino hospes, ospite, attraverso il francese oste, ostesse), trattoria (anche qui, dal latino tractare, preparare, mediato dal francese traiter), fino ai più recenti bruschetteria, ravioleria, bisteccheria, hamburgeria, fassoneria (ristorante che serve carni piemontesi di razza fassona) e via neologizzando.

La stessa regola vale al di fuori del campo alimentare (libreria, cartoleria, tabaccheria, gioielleria, fotocopisteria), nonché nei nomi formati con il suffisso -teca (enoteca, paninoteca, biblioteca, emeroteca, da qualche tempo anche vinoteca, che fa più fine di vineria). “Braceria”, con la sua (meno intrigante) gemella “griglieria”, sembrerebbe l’eccezione in cui viene invece messo in primo piano il mezzo, in questo caso il combustibile. 

Perché? Bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati, i ristoratori che sono caduti nel trabocchetto dei falsi amici. Parebbe proprio che siano loro i responsabili del neologismo, o perlomeno della sua diffusione, come si può congetturare dalla lontana attestazione segnalata dalla Treccani. Si trova sulla Stampa dell’8 luglio 1995, siamo andati a cercarla: “il ristorante xy”, si legge, «offre un vantaggiosissimo menù braceria a 30 mila lire con carni per tutti i gusti».

Era una cosiddetta pagina redazionale, ossia con articoli non firmati di carattere pubblicitario, dedicati alla ristorazione nel Savonese e redatti su materiale fornito dai committenti. Negli anni successivi è stato un crescendo, nelle inserzioni sui giornali e negli spot sulle radio locali. C’è nella parola una sorta di magico potere attrattivo, evocativo di sensazioni forti, un senso di antica coinvolgente rusticità, qualche cosa di primitivo e ardente (come la bragia negli occhi di Caron dimonio) che scalda la fantasia.

Potrà non piacere (a me per esempio non piace), ma questo è nulla rispetto alla scelleratezza onomapoietica a cui si lasciano andare osti (della malora!) e affini, quando si tratta di dare un nome al proprio locale. Se è simpatico il ricordo di un ristorante torinese, ora passato di gestione e più volte rinominato, che trovandosi in corso Dante si era ribattezzato RistoDante, o apprezzabile, ai giorni nostri, l’arguzia della catena Poormanger, che gioca espressivamente con l’inglese e il francese (ma anche con il piemontese), che dire del panorama più vasto?

Qui la fantasia (malata) si scatena, tra giochi di parole usurati (chi non si è mai imbattuto in un Bar-lume, anche prima che diventasse il punto di ritrovo dei vecchietti investigatori di Marco Malvaldi?) o temerari (Sans soushì), funambolismi linguistici (Aperificio, Pizzacoteca), calembour allusivi (Zio pane, Zio pagnotta), incontinenze vernacolari (Boia fauss, Cammafà), strizzate d’occhio (Velavevodetto), cervellotiche grafie (Kettepare) e chi più ne ha più ne (o)metta. Se è vero che nomina sunt consequentia rerum, prima di entrare pensateci due volte.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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