Immagini di liberazione L’irripetibile attivismo omosessuale degli anni Settanta

Le fotografie di Giovanni Rodella testimoniano le prime lotte per i diritti civili delle minoranze LGBTQ+. L'organizzazione intorno a quei movimenti favorirono un'emancipazione che non si è mai più arrestata

Chiude oggi i battenti a Firenze la mostra fotografica Come eravamo. La presa di coscienza del movimento omossessuale italiano 1976-1983, che, inauguratasi l’11 gennaio presso la Galleria Immaginaria in via Guelfa, racconta per immagini anni cruciali e complessi d’un attivismo estroso, sbrigliato, provocatorio nel nome di una radicale liberazione sessuale. Attivismo per l’improrogabile riconoscimento di essere, sempre e ovunque, semplicemente se stessi: lesbiche, gay, bisessuali, trans, nell’orgogliosa riappropriazione d’esistenze negate per millenni.

È quanto documentano gli scatti del fotografo mantovano Giovanni Rodella, che di quella stagione irripetibile fu testimone privilegiato fissandone, attraverso l’obiettivo dell’inseparabile Contax, emozioni, figure, momenti determinati.

Stagione in cui alla fondamentale azione del primo movimento di liberazione omosessuale, avviato nel 1971 da Angelo Pezzana a Torino, subito conosciuto con l’appellativo acronimico F.U.O.R.I. (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano) o anche FUORI! e federatosi tre anni dopo al Partito Radicale, s’affiancava sempre più preponderantemente quella di collettivi autonomi, così chiamati perché indipendenti dallo schieramento pannelliano.

La federazione del movimento di Pezzana aveva subito costituito un problema per tante persone di sinistra e aveva portato nel 1975, grazie a Mario Mieli, alla formazione del gruppo Fuori! Autonomo di Milano, alla conseguente uscita dal Fuori! e alla trasformazione, all’inizio del 1976, nei Collettivi omosessuali milanesi o Com.

Di realtà esemplate su quella lombarda ne sarebbero poi nate in tutta Italia proprio nella seconda metà degli anni ‘70: si pensi, ad esempio, al Collettivo frocialista bolognese, ideato dall’esule cileno Samuel Pinto alias Lola Pugnales insieme con Beppe Ramina e poi divenuto Circolo di cultura omosessuale XXVIII giugno, o al Collettivo Narciso (Nuclei armati rivoluzionari comunisti internazionali sovversivi omosessuali), fondato a Roma da Marco Sanna, Enzo Ienna, Porpora Marcasciano. A esprimerne le istanze e documentarne le iniziative era dal 1978 la nuova serie del bollettino Lambda, diretto da Felix Cossolo.

Tutte le immagini sono di Giovanni Rodella

Su quel variegato e complesso universo in costante evoluzione s’affaccia nel 1976 un giovane fotografo omosessuale originario di Castelgoffredo, poi trasferitosi a Firenze negli anni ’80. È appunto Giovanni Rodella, la cui mostra si pone in linea di continuità con quella tenutasi lo scorso anno a Torino in occasione del 50° anniversario di fondazione del FUORI!, che così spiega a Linkiesta le motivazioni a essa sottese: «Ho avuto l’hobby per la fotografia dall’età di 18 anni. Ma solo dopo i 24 ho potuto frequentare un corso biennale a Brescia per la riproduzione audiovisuale di opere del ministero per i Beni culturali e quindi aprire il mio primo studio fotografico a Castiglione delle Stiviere. Sette anni dopo ho scelto di optare per una città come Firenze, dove il mio lavoro si è incentrato su scatti per pubblicazioni turistiche, cataloghi d’arte e brochure. Sentivo però il bisogno di fare anche altro».

Un bisogno che l’autore della rassegna fotografica esplicita subito col dire: «È così che iniziai a realizzare sia nella mia terra d’origine sia a Firenze reportage sul movimento per i diritti civili e Lgbt+, per il quale ho sempre nutrito il tipico sentimento di appartenenza insieme col desiderio d’esprimere la mia identità. Contemporaneamente, però, ho sempre creduto che tutto ciò sarebbe stato nel tempo un’importante testimonianza. È così che a mano a mano s’è arricchito sempre di più il mio archivio fotografico a partire dal 1976. Anno in cui ho eseguito i primi scatti di eventi pubblici, dove la comunità omosessuale poteva esprimersi con le Istituzioni ma soprattutto confrontarsi con gente dalla mentalità aperta al dialogo».

A distanza di decenni quegli eventi continuano ad affascinare e a interpellare gli animi attraverso un dossier fotografico di palpitante interesse, che, anche a mostra conclusa, potrà essere ammirato attraverso l’omonimo catalogo Come eravamo. La presa di coscienza del movimento omossessuale italiano 1976-1983, edito per i prestigiosi tipi Nardini (Firenze 2021, pp. 128).

A impreziosirlo gli importanti testi didascalici di Ivan Teobaldelli, scrittore, giornalista e cofondatore con Felix Cossolo del celebre «mensile di cultura e informazione gay» Babilonia, che con stile conquidente fornisce particolari importanti sugli scatti della 6° Festa del Proletariato giovanile al Parco Lambro di Milano (1976); dello spettacolo en travesti Pissi Pissi Bao Bao e delle performance teatrali tanto degli Immondella-Elusivi con Mario Mieli quanto del gruppo lesbico Le gaie a Parma (1977); del Gay Greek Camp nell’isola di Paros (1978); del Camping La Comune a Isola di Capo Rizzuto (1979); della 1° Giornata dell’Orgoglio omosessuale a Bologna (1980); del Controcapodanno di Torino a opera del COSR (Collettivo omosessuale sinistra rivoluzionaria) e delle Brigate Saffo (1980-1981); della manifestazione mantovana de FUORI! in occasione del bimillenario della morte di Virgilio (1981); della presentazione del neonato magazine Babilonia a Brescia (1983).

Sempre attuali, quelle foto contengono però in sé anche aspetti di caducità. «Ripercorrendo – si legge nella presentazione al catalogo redatta dallo stesso Rodella – gli scatti eseguiti di quei primi eventi pubblici (che furono anche i primi della mia esperienza professionale) riemerge in me una frenesia liberatoria oggi difficilmente riproponibile. Cambiano i tempi, anche nella documentazione sociale e politica, e cambiano i modi di esprimersi anche nella fotografia».

L’autore spiega poi così «la scelta del nudo: fu una libera espressione, per nulla “forzata”; è tuttora la conferma che non vi dev’essere censura o proibizione di sorta, nonostante qualcuno abbia ancora la convinzione che siano “altri” i problemi di cui la società si deve occupare. C’è sempre “altro” da fare e di cui “occuparsi” per non occuparsi dei diritti. E dunque è necessario qualche volta reagire, con i mezzi che abbiamo a disposizione. Per me, la fotografia».

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