Spazio italiano La sfida da mille miliardi di dollari della Space Economy che l’Italia non può mancare

Stiamo crescendo e investendo nel settore, con 153 aziende e 1,6 miliardi di euro. A livello europeo sono numerosi i programmi attivati e funzionanti che hanno già un impatto sulle nostre vite. Non è fantascienza, ma «è la migliore occasione nella storia umana per creare e studiare società economiche partendo quasi da una pagina bianca»

AP Photo/John Raoux

Non è fantascienza, è già cronaca. Si chiama Space Economy. I numeri dimostrano che credere in questa nuova frontiera, oggi, è un po’ come essere appassionati di volo all’inizio del Novecento.

Secondo l’Ocse, sarà uno dei «più efficaci motori di crescita economica» di un futuro che è il nostro presente. Più prosaicamente, stima Morgan Stanley, il settore varrà più di mille miliardi di dollari entro il 2040. È la soglia, anche psicologica, del triliardo di dollari. Nel 2016, il settore pesava 350 miliardi. L’Italia può, e deve giocare, una parte nella nuova corsa allo spazio.

«There is a lot of space in Italy» è il titolo della campagna presentata allo SpaceCom Expo 2022 di Orlando, Florida, una convention organizzata in collaborazione con la Nasa. Il padiglione italiano punta ad amplificare, anche all’estero, una crescita già in corso: viene documentata, ogni anno, dal catalogo dell’industria spaziale nazionale, compilato dall’Asi, la nostra agenzia spaziale. La prima edizione è del 2017, nell’ultima, quella del 2021, sono censite 153 aziende: 21 di grandi dimensioni, 105 piccole e medie imprese, 21 start-up. Il comparto registra un fatturato annuo di 1,6 miliardi di euro e dà lavoro a più di 6mila persone.

Ma è a livello europeo che si può fare la differenza. Gli occupati sono 250mila, per un valore aggiunto stimato tra i 46 e i 54 miliardi di euro. Il settore privato è stato finora il più mediatizzato, tra i primi successi del turismo spaziale dei multimiliardari Richard Branson e Jeff Bezos e la Space-X di Elon Musk, che nel 2022 punta a riscrivere un primato, con in media un lancio alla settimana. Privato è stato anche il record di investimenti del 2021: 14,5 miliardi di dollari, il doppio rispetto al 2020. Ma tra i protagonisti (ri)troveremo presto i governi nazionali, anche per ragioni strategiche.

Cina e Russia stanno per firmare un patto di cooperazione quinquennale che prevede la costruzione di una stazione internazionale sulla Luna entro il 2035. Malgrado gli annunci ad alto tasso di ecumenismo scientifico, è in aperta competizione col programma americano ed europeo, Artemis. Non si può chiedere troppo a superpotenze che non vanno d’accordo nemmeno sul pianeta Terra. Ufficialmente, un trattato del 1979 ha dichiarato il satellite «neutrale» e «patrimonio comune dell’umanità». Anche per questo, arrivare primi è importante. Gli scenari di un nuovo colonialismo, almeno per lo sfruttamento minerario, non sono così remoti. Quelle sulla Luna sono le prove generali.

La Space Economy non si esaurisce ai suoi aspetti più familiari, perché mitizzati dal cinema o dalla fantascienza. Sempre Morgan Stanley ha elencato dieci «driver» principali: uno è tornare sulla Luna, poi ci sono il lancio e la rete internet dei satelliti, l’esplorazione dello spazio profondo, l’osservazione terrestre, che consente di monitorare clima e maree; l’estrazione mineraria dagli asteroidi, la mappatura e, in prospettiva, lo smaltimento dei detriti. C’è il turismo spaziale, certo, ma non si può prescindere dalla ricerca e dallo sviluppo industriale per fabbricare tutta la componentistica.

Il budget pluriennale della commissione europea per il programma spaziale salirà fino a 14,88 miliardi di euro per il periodo 2021 al 2027. Un aumento costante nel tempo, rispetto agli 11 miliardi del 2014-2020 e i 5 miliardi del 2007-2013. «L’Europa è una potenza spaziale – ha detto alla quattordicesima EU Space Conference di gennaio il commissario europeo al mercato interno, il francese Thierry Breton. Ha la necessaria esperienza, la capacità industriale, start-up e asset che contano su scala globale, ma non possiamo sederci sugli allori. Il 2022 sarà un anno importante per lo spazio».

Il riepilogo di come i fondi comunitari vengono spesi aiuta a capire quante sono le applicazioni delle tecnologie studiate per lo spazio, ma utilissime pure sulla Terra. I nomi richiamano quelli degli scienziati che hanno cambiato la storia umana, segnando un «prima» e un «dopo».

Copernicus è il primo provider al mondo dei cosiddetti «space data», una mole di informazioni che viene utilizzata dal 60% delle aziende attive nell’osservazione terrestre. Permette uno scambio di dati di 16 terabyte al giorno.

Galileo è un sistema di navigazione e posizionamento satellitare. Passa da qui il 10% del prodotto interno lordo del continente. È il «cuore» di due miliardi di dispositivi, in un mondo dove ci orientiamo solo grazie alle mappe del cellulare. Ha una delle maggiori precisioni in circolazione: 20 centimetri. L’Ue possiede più di trenta satelliti in orbita e ne monitora 240 in tempo reale. Insieme a un gigante del settore come CASSINI Space investment, il potenziale d’investimento per le startup europee sarà di un miliardo di euro.

Questi progetti hanno più ricadute sulla vita dei cittadini di quante ne possiamo immaginare. Sono alla base, per esempio, dell’agricoltura di precisione, che accresce la produttività del suolo del 10% e consente una riduzione del 20% dei pesticidi. Osservare il nostro pianeta significa contrastare il cambiamento climatico, mappando lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento degli oceani, l’avanzata dei deserti, la deforestazione e gli eventi meteorologici estremi, ma consentirà anche di coordinare meglio le operazioni di soccorso durante inondazioni, incendi, terremoti e uragani. Tutti eventi sempre più frequenti, e più disastrosi.

Dello sviluppo tecnologico, poi, beneficiano altri settori come il trasporto pubblico, le «smart cities» di domani, dove l’interconnessione ridurrà gli sprechi della società di oggi e ottimizzerà il riciclo dei rifiuti. Ma avrà un impatto anche sulle energie rinnovabili – basta pensare ai pannelli solari, messi a punto per lo spazio prima della commercializzazione su larga scala – e persino sulla salute, vista la centralità di parametri come la qualità dell’aria o le radiazioni che filtrano dall’atmosfera. Per salvare il pianeta, insomma, bisogna prima andare in orbita.

Agli anni d’oro della corsa allo spazio, si devono, in vario modo, innovazioni come i surgelati, le macchinette del caffè, le bottiglie con filtri per l’acqua, alcune creme per la pelle, il termometro a infrarossi, le lenti contro la luce blu che sono finite nelle maschere da sci, ma pure gli aspirapolvere da tappeto, le giacche in aerogel e i sistemi di purificazione dell’aria. In ogni punto della lista c’è il retaggio di un’epopea che, mezzo secolo dopo, potrebbe avere un nuovo atto.

In quel periodo, la Nasa riceveva finanziamenti pari allo 0,7% del PIL americano; per i quarant’anni successivi, la percentuale è scesa allo 0,1. In mezzo, una guerra fredda finita e una «nuova», sempre più vicina allo scongelarsi. Oggi il settore privato sta colmando quel vuoto, anzi, ha rilanciato sulle cifre. Nel 2018, generava già più di 300 miliardi di dollari di ricavi all’anno: troppi per sottovalutarlo. Le valutazioni delle maggiori firm – come SpaceX, a cento miliardi di dollari, cinque volte il valore di quattro anni fa – testimoniano la tenuta dell’ottimismo del mercato.

È una scommessa. Ma anche una sfida, non solo tecnologica, impossibile da ignorare, per una specie che sogna di diventare multi-planetare. Lo ha ricordato Matthew Weinzierl, professore alla Harvard Business School, in una ricerca dal titolo emblematico: Space, the Final Economic Frontier. «Dopotutto, sarà la migliore occasione nella storia umana per creare e studiare società economiche partendo quasi da una pagina bianca. Anche se gli economisti dovrebbero trattare con salutare scetticismo la prospettiva di una space economy avanzata, sarebbe irresponsabile considerarla fantascienza».