
E poi, dopo il corpo e il cervello, c’era l’anima. Anche quella, probabilmente, andava messa nell’elenco delle cose che non funzionavano alla perfezione.
Certo, anima era una parola impegnativa, anche perché Giorgio aveva smesso molto presto di credere all’esistenza di Dio, o almeno al fatto che si potesse sopravvivere alla propria morte: l’inizio del suo ateismo aveva coinciso, se lo ricordava ancora, con l’inizio della sua attività di masturbazione, non perché ci fosse un collegamento concettuale fra queste due cose, ma perché prima non aveva trovato il coraggio di confessare in chiesa quello che aveva cominciato a praticare e poi aveva pensato che non c’era bisogno di trovare il coraggio, visto che aveva perso la fede. Dunque anima non era una parola adatta. Forse meglio trovare un nome meno altisonante. Diciamo la propria interiorità.
Giorgio sapeva di aver dato dimostrazione che qualcosa non funzionava perfettamente dentro di lui. Non era solo il corpo, non era solo il cervello, era tutto l’insieme. Si trattava di quella cosa che con un termine più chiaro per gli altri che per se stesso avrebbe potuto chiamare Giorgio.
Per farla davvero molto semplice: cosa gli stava succedendo? Perché aveva rischiato di scatenare una rissa solo per la stupidità di una ragazza o per la superficialità con cui gli aveva chiesto scusa? Cosa lo rendeva così suscettibile, perché il suo umore variava con tanta facilità in relazione a una parola sgradevole, a una giornata di pioggia, a un appuntamento saltato?
Decise di rivolgersi a uno psichiatra e di sottoporgli tutti i sintomi del suo scompenso. Per questo telefonò ad Andrea in Italia. Perché era un suo amico, e rivolgersi a lui lo imbarazzava meno che raccontare la propria vita a uno sconosciuto, e perché poteva spiegargli le cose in italiano, con la sicurezza che avrebbe potuto descrivere i suoi malesseri con le sfumature necessarie a renderli comprensibili.
«Dormo male» gli disse. «Mi addormento con facilità, anzi direi che svengo appena tocco il cuscino, ma mi sveglio presto con una buona dose di ansia».
«Quanta ansia?»
«Dipende. Ovviamente quando ho qualche problema vero è più forte, ma può farsi sentire anche per assolute cazzate. Tanto che appena sono completamente sveglio, mi sembra di controllarla senza problemi. Ma prima, in quella fase in cui credi di essere già cosciente e invece non lo sei del tutto, l’ansia mi pesa sul petto come un macigno: mi sembra di essere quel tipo della pubblicità che si sveglia di notte con problemi di digestione e ha sullo stomaco un cinghiale. Hai presente?»
Silenzio. Evidentemente non aveva presente.
«Ci sei?» chiese Giorgio. «Ci sono, ci sono» disse Andrea.
Poi, dopo una breve pausa aggiunse: «Hai appena descritto il sintomo che è il caposaldo di ogni sindrome depressiva che sia degna di essere chiamata così. Però è un sintomo e, come un indizio, non fa una prova. E poi siamo al telefono, non si fanno diagnosi al telefono».
«Però?»
Giorgio riusciva a immaginare Andrea seduto alla scrivania, con quella sua aria bonaria accentuata da una leggera pinguedine. Sapeva che era davvero un bravo psichiatra, anche se l’aveva sempre colpito – quando erano giovani e si frequentavano – la sua assoluta incapacità di comprendere i propri comportamenti nelle relazioni amorose che, invece, in chiunque altro avrebbe immediatamente individuato e accortamente interpretato. Ma nessuno è buon giudice di se stesso, per rimanere nella metafora giuridica che Andrea aveva appena usato.
«Però dimmi tu» rispose Andrea. «Provi un senso di svuotamento, di inutilità, hai difficoltà ad affrontare le tue giornate? Senti spesso una stanchezza immotivata?»
«No» disse Giorgio, senza esitazioni.
Davvero tutto poteva dire di sé, tranne che non sentisse ogni giorno una voglia, anche se spesso priva di oggetto e astratta, di fare, di muoversi, di capire, in una sola roboante parola, di vivere.
«No» ripeté.
«Anzi, come diceva il poeta, sono continuamente alle prese con una disperata vitalità».
Andrea ridacchiò. «Be’, certo, da solo a New York..».
«Non parlavo di sesso» disse Giorgio, infastidito dal fatto che ogni medico che consultava finiva sempre per fare qualche allusione a quell’argomento. Gli sembrava che decenni di battute idiote sulle abitudini delle infermiere e dei dottori o, se qualcuno la voleva mettere in modo più dotto, sui legami fra Eros e Thanatos, improvvisamente rivelassero un fondamento più solido di quanto avesse mai immaginato.
«C’è altro? Oltre a questo risveglio precoce e alle tue crisi di ansia, c’è altro?»
Certo che c’era dell’altro. Non gli avrebbe più telefonato solo per un’ansia che non aveva mai raggiunto l’intensità di una crisi di panico (come invece era capitato nel passato, e come Andrea avrebbe dovuto ricordare: allora gli aveva prescritto degli ansiolitici che avevano pure funzionato).
«Sì. Sono insofferente. Provo fastidio per la lentezza e l’ottusità degli altri: reagisco in modo eccessivo. Persino quando qualcuno davanti a me ci mette troppo a uscire dalla metropolitana, o il guidatore aspetta qualche secondo prima di aprire le porte. E poi l’altro giorno in un bar, insomma in una enoteca, ho rischiato di provocare una rissa».
«Una rissa?»
«Mi hanno rovesciato addosso un bicchiere. Una deficiente, senza dubbio. Ma non c’era bisogno di mandarla a quel paese e di guardare in cagnesco il suo ragazzo appena ha preso le sue difese. Ed era pure parecchio grosso. Per fortuna Bernardo mi ha trascinato fuori dal locale».
Il suo amico aveva fatto un respiro profondo. Ma forse era una risatina.
«Ripeto: così, per telefono, non è giusto fare diagnosi..».
«Però..». lo incalzò di nuovo Giorgio. «Forse un disturbo da stress post-traumatico?» Stress ne aveva quanto si vuole, ma il trauma: quale poteva essere stato un trauma nella sua vita recente?
da “Una disperata vitalità”, di Giorgio van Straten, HarperCollins, 2022, pagine 288, euro 18
