A Imodium MiuMiuNon indosserò mai il completo di Ferragni, ma rivendico il diritto a interessarci alle stronzate

Il golf di cashmere che pare ristretto dopo un lavaggio sbagliato è diventato un fenomeno culturale, malgrado la guerra. Certo, è immettibile dalle persone comuni, ma che importa?

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Sembrano quattro secoli ma sono passate solo quattro settimane. Era il 15 febbraio e a New York c’erano le sfilate. Non era ancora scoppiata la guerra, gli stilisti non facevano uscite gialle e azzurre, o defilé senza musica, con quel goffo spirito solidale di quando, insomma, c’è la guerra, lo spettacolo deve continuare ma un po’ ti senti a disagio, e non vuoi farti dare dell’insensibile.

C’erano le sfilate, la pandemia c’illudeva d’essere in remissione, e insomma si poteva essere frivoli a tempo pieno. Chiara Ferragni era a New York a farsi fotografare per la copertina del dorso su moda e stile del New York Times, e il 15 febbraio si è instagrammata con quello che, ai meno attenti, è sembrato un omaggio al completo da collegiale porca con cui, ventitré anni fa, Britney Spears cantava …Baby One More Time.

Fuori la temperatura era a meno dieci, spiegava nella didascalia la stessa Ferragni, e la specifica non turbava nessuna cui piaccia la moda: sappiamo da tempo che essa non ha stagioni, e quel completo – che avevamo visto nella sfilata Miu Miu in autunno – ne era la prova definitiva. Era della collezione primavera-estate 2022, ma il golf in cashmere lo rendeva troppo caldo per l’estate e persino per la primavera. Era un golf in cashmere, ma il fatto che fosse corto sotto le tette lo rendeva da congestione immediata se indossato in inverno. (Ferragni, che quando vuole sa essere molto spiritosa, dopo otto foto da modella ne ha postate due in cui reggeva una confezione di Imodium, medicinale per la diarrea. Sì, ci tenevo che questo fosse l’unico articolo sull’impatto di Prada sul nostro immaginario a contenere la parola «diarrea»).

Sappiamo da tempo anche che la moda non ha a che vedere coi corpi. Quando, due giorni dopo, l’edizione americana di Vanity Fair è uscita con una nuova copertina sulla quale c’era Nicole Kidman col completo di Miu Miu che ormai era il completo della Ferragni, golfino corto e minigonna a pieghe e calzettoni, le vestali della necessaria varietà di modelli fisici e della rappresentanza di tutti i corpi si sono parecchio innervosite. Ho visto ultracinquantenni sostenere, senza mettersi a ridere, che loro sono coetanee della Kidman e quindi sanno che quello è photoshop, che il corpo d’una cinquantenne non è così. Sento di poterle rassicurare: ho avuto molte delle età che ha avuto la Kidman, e non sono mai ma proprio mai stata vagamente simile a lei: niente è più iniquo della natura, che a lei ha dato gambe lunghissime e a me rotoli sballonzolantissimi. Non c’è fotoritocco che possa compensare la distanza tra lei e me.

Tuttavia, meno di una settimana dopo l’Imodium della Ferragni è apparsa una foto che ci ha ricordato che cosa meravigliosa sia la moda (e non solo dal punto di vista del pil: proprio da quello culturale). i-D, rivista inglese che da sempre piace alla gente che piace, ha messo il completo di Miu Miu (che a quel punto godeva già di vita propria, aveva una propria identità, esisteva al netto di chi lo indossasse) in copertina. Addosso a Paloma Elsesser, che è una modella taglie forti (oltre che la figlia d’un cileno e d’un’afroamericana: oltre che la diversità di forme anche quella di colori, adesso non avete proprio più margine di lamentela, care mie).

La copertina di Paloma significa che posso sborsarmi i rotoli dalla minigonna a pieghe anche io? No, e sì.

No, perché la questione della rappresentanza è una truffa. Paloma non rappresenta me chiatta più di quanto la Kidman rappresenti una delle mie amiche cesse taglia 40. La magrezza è consolatoria, per carità (almeno ti cascano bene i vestiti), ma non basta. E la grassezza è un handicap, sì; ma minore se, come Paloma, sei bellissima: hai una bella pelle, bei capelli, tette alte, e tutto quel che rende i tuoi rotoli un dettaglio che non dà alcun fastidio.

E sì, perché c’è una cosa che chi sa la moda non ha bisogno di sentirsi dire e chi non sa la moda non capirà neanche tra cento lezioni: che «stare bene» non è un criterio. I vestiti più interessanti non sono necessariamente quelli più donanti, il complesso di mettere qualcosa che ti sfini andrebbe superato attorno alla seconda media, e la ricerca dell’illusione della gamba lunga ha prodotto orrori quali la platform, quel rialzo nelle scarpe da donna che le fa sembrare delle offese di guerra nonché tamarre.

Su W il completo di Miu Miu lo indossa Naomi Campbell, su Instagram ha un proprio account (@miumiuset), sui giornali di moda è ovunque, da Vogue Korea a Marie Claire Australia. Quand’ero piccola a Bologna c’era un’espressione per il capo di stagione che avevano proprio tutti: cammina da solo.

Quel golfino che pare ristretto dopo un lavaggio sbagliato e quella minigonna da collegiale porca hanno preso vita, e quel completo è diventato un fenomeno culturale nonostante l’apparente immettibilità e – soprattutto – nonostante la guerra e la disposizione d’animo non ideale per le frivolezze e i vestiti e l’estetica lolitesca. O forse proprio per quello: forse le guerre si fanno per il diritto a continuare a essere frivoli, a interessarsi alle stronzate, a decidere di metterci una minigonna a fil di patonza anche se abbiamo le gambe grosse. Mi sembrano motivi più sostanziosi di altri.

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