Instagram e tabùTiziano Ferro non sa che i follower dei padri ricadranno sui figli (surrogati e no)

Il cantante ha pubblicato sui social una foto con il compagno e i due bambini. L’immagine potrebbe essere utile per aprire un dibattito sulla gestazione per altri (in Italia quasi impossibile parlarne), se non fosse accompagnata dalla contraddittoria richiesta di privacy della prole

Matteo Rasero/LaPresse

Meno male che Tiziano Ferro non ha specificato, nel post in cui annuncia al mondo l’arrivo dei suoi figli, se sono stati adottati appena nati con procedura avviata durante la gravidanza, o concepiti con la fecondazione assistita in gravidanza surrogata; meno male, così possiamo parlare in generale della questione, senza che sembri un dibattito su Ferro e la sua prole. (Comunque poi ci arriviamo, a Ferro e alla sua prole).

Non esiste un verbo, per dire la paternità surrogata. È un problema che mi ero posta qualche anno fa, quando un conoscente aveva avuto dei figli da una madre surrogata, che negli Stati Uniti – dove si sono svolte le gravidanze che hanno reso padri prima il mio conoscente e poi Ferro – è una cosa normalissima e in Italia è un gigantesco tabù.

Avevo detto al mio conoscente, maschio gay come Ferro: non hai partorito tu né la persona con cui stai, non avete adottato, ci vuole un verbo preciso per dirlo. Lui si era messo sulla difensiva, sostenendo che no, «è diventato padre» basta e avanza.

Ovviamente non è così: la lingua funziona quando è specifica (per questo la schwa non ha alcuna possibilità di attecchire). Se non trovi un modo per dire una modalità che sarà sempre più comune, si farà sempre più spazio alla cornice che incoraggia il tabù: hanno comprato dei bambini.

Al netto delle convinzioni personali e ideologiche, della feticizzazione della maternità, l’unico modo di abbattere i tabù è parlarne come non fossero tali. (Riderne, persino: vaste programme).

Certo che le donne non devono essere ridotte in schiavitù e sfruttate; ma ci sono quelle per le quali una gravidanza è un lavoro come un altro, ci sono quelle cui piace essere incinte, c’è il libero arbitrio.

Certo che se i lavori di fatica puoi farli fare a qualcun altro pagherai sempre per farli, e quindi non vedo perché sia normale delegare a qualcuno le pulizie di casa e non la gravidanza; ma forse sottovaluto le perversioni, e probabilmente in futuro ci saranno sempre più povere che si sobbarcano le gravidanze delle ricche ma continueranno a esserci ricche che non si fanno fare l’epidurale.

Epperò l’adozione di neonati da gestanti che già sanno di non voler fare da madri non è diversa: è, a tutti gli effetti, una gestazione per altri. E nessuno, neanche i più oscurantisti tra noi europei, è contrario all’adozione di bambini cresciuti in uteri non desideranti, siano ad adottare scapoli o coppie omosessuali o zitelle. Ma quel bambino non è stato concepito su commissione, non sarà una transazione commerciale, puntesclamativeranno i reazionari. A parte che, se pensate la genitorialità non abbia a che fare col commercio, provate a negare un giocattolo a un bambino occidentale; mi state dicendo che una gravidanza per sbaglio è meglio d’una gravidanza pianificata?

La questione, al netto di Ferro, è complessa perché stratificati sono i tabù da una parte e grandi le paranoie di sembrare reazionari dall’altra. Talmente grandi che ci guardiamo bene dal notare quanto sia curioso che gli omosessuali maschi, coi loro rapporti fortissimi con la figura materna, appena ne hanno l’opportunità si affrettino a creare famiglie in cui la figura materna non esiste; non sarò certo io a farlo, e poi mi pare più utile regolamentare una situazione esistente che giocare col kit dello psicologo dilettante.

Non sarà certo Tiziano Ferro a risolvere il tabù: il tabù potrebbe cominciare a decadere se le italiane con un’immagine pubblica da tutelare utilizzassero la surrogata con la disinvoltura con cui la utilizzano le americane facenti parte del club dei giusti, da Shonda Rhimes a Nicole Kidman. Se lo fa solo chi un utero non ce l’ha, è il rifugio dei disperati (milionari disperati, ma sempre disperati), non un’opzione come un’altra.

Però di Ferro vale la pena parlare, e non del verbo che definisca la sua paternità ma del suo modulo comunicativo. Quando nel 2020 è stato necessario annullare tutte le tournée previste e riposizionarle nel 2021 (poi sarebbero saltate di nuovo, ma ancora non si sapeva), l’imminente paternità di Ferro era considerata una fortuna per gli altri cantanti: un concorrente in meno ai posti negli stadi nel 2021, è concentrato sulla gravidanza e non farà concerti.

Ovviamente nessuno l’ha scritto, perché gli esseri umani sono più civili di quanto si pensi, e intuiscono su cosa farsi i cazzi loro: sulle gravidanze in programma, su quelle in essere ma riservatamente, su quelle già concluse ma senza comunicati ufficiali. Nessuno ha scritto niente quando è nata la prima figlia di Ferro. Tutti hanno taciuto finché lui, ieri, non ha instagrammato sé stesso in una foto in cui si vedeva la sua faccia, la fronte del marito, le nuche dei bambini.

Sotto a quella foto c’è scritto così: «Comprendiamo e accettiamo la curiosità che regna intorno a noi, ma vi chiediamo di rispettare la riservatezza di Margherita e di Andres. Ci prenderemo cura dei nostri figli, proteggendoli e custodendone l’intimità meglio che potremo. Saranno solo e soltanto loro a decidere “quando” – e soprattutto “se” – condividere il racconto della loro vita». È la didascalia della prima immagine pubblica del racconto della loro vita, pubblicata non da loro ma da un cantante con più di due milioni di follower (cui aggiungere tutti quelli che leggeranno quel post rilanciato sulle pagine dei giornali).

Naturalmente non c’è una soluzione. Puoi non pubblicare mai i tuoi figli e sperare che nessuno lo faccia al posto tuo? Forse sì: dopotutto nessun paparazzo t’ha pubblicato a tradimento in questi primi mesi di paternità, e George Clooney ha come argomento più forte nel chiedere ai tabloid di lasciare in pace i suoi figli il proprio non averli mai condivisi sui social (social sui quali non sta, peraltro).

Puoi dire che stai proteggendoli pubblicandone solo le nuche e che quel confine non va superato? Forse sì, ma in Italia è anche superfluo: i giornali italiani si sono regolamentati con quell’ubriachissima convenzione per la quale le facce dei minorenni vanno rese irriconoscibili, col risultato della collega di Ferro che un minuto minaccia causa alle riviste che hanno pubblicato una foto con la figlia non pixelata, e il minuto dopo fa salire la figlia sul palco d’uno stadio davanti a decine di migliaia di persone.

Puoi pensare che i figli d’una celebrità globale nell’epoca della comunicazione autogestita, in cui dal tuo telefono puoi mostrarti in diretta dalla doccia o dagli Oscar, dalla cucina o da un concerto, puoi pensare che abbiano una scelta circa l’essere la loro vita uno spettacolo pubblico? Forse puoi illuderti, sì. Forse puoi creare un nuovo paradosso, nuove scuole filosofiche, una nuova società dello spettacolo. In cui la richiesta pubblica di non considerare la tua famiglia affare pubblico prenda ottocentomila pubblici cuoricini.