Vita culturaleUmberto Angelini ci racconta Fog, il festival di arti performative in Triennale

Fino al 14 maggio si potrà assistere agli spettacoli di 35 artisti provenienti da 12 paesi del mondo. Il suo curatore ci ha spiegato come il pubblico ha riscoperto la performing art

(foto: Alessandro Sciarroni)

Il 22 febbraio è partita in Triennale la V edizione di Fog, il performing art festival milanese per eccellenza. Fino al 14 maggio si potranno vedere gli spettacoli di 35 artisti provenienti da 12 paesi del mondo, con lavori che spesso sono degli unicum per Milano e anche per l’Italia. 30 appuntamenti sparsi sia in tutte le parti della Triennale sia nella città di Milano (Teatro Out Off, Spazio Serra, Fondazione Lazzaretto, Parco Sempione e altri ancora in via di definizione, www.triennale.org).

Abbiamo intervistato Umberto Angelini, classe 1968, marchigiano di Ascoli Piceno adottato da Milano e soprattutto ormai dalla Triennale, del cui Teatro è direttore artistico dal 2017. Oggi Angelini è Chief Curator di Triennale Milano per il settore musica, teatro, danza, performance e membro del comitato scientifico di Triennale Milano. Nel contempo è anche sovrintendente e direttore artistico della Fondazione del Teatro Grande di Brescia, posizioni ottenute dopo decenni di lavoro nell’ambito delle performing art (basti pensare che dal 2003 al 2015 è Direttore artistico di Uovo performing arts festival, progetto internazionale sullo spettacolo contemporaneo).

Eppure lei stesso ha chiamato il festival di arti performative che ha organizzato in Triennale “Fog”, nebbia. Cosa ancora oggi non è chiaro al pubblico sulla performance come genere artistico?
Il senso di “Fog” è quello dei confini disciplinari delle arti oggi, non più quello di una supposta difficoltà nel comprendere il genere performativo. Anzi, il pubblico ha semmai scoperto un ritorno alla performance art proprio a causa dell’ibridazione dei generi artistici: lo sguardo da usare nei confronti delle opere d’arte in generale oggi deve diventare meno definito, sembra che ci sia una sorta di nebbia nel considerare criticamente un lavoro, nell’incanalarlo in un genere. C’è una generale condizione di incertezza che però, a guardare bene e con uno sguardo attento, restituisce un effetto meraviglia, pieno di immagini e di diversità. 

12 artisti italiani su 32 presenti: perché secondo lei da noi sono anche pochi gli artisti che scelgono di praticare la performance?
Non credo siano meno da noi. I giovani in generale sono più attenti ai nuovi linguaggi performativi, anche perché i teatri si stanno oggi aprendo di più anche a questi generi. Ricordiamo che le sale in Italia hanno una tradizione frontale, tradizionale, e difficilmente accolgono altre forme di spettacolo. Anche se ultimamente c’è un rinnovato interesse per allargare le programmazioni anche a forme di teatro performativo. Il 3 aprile ci sarà in prima assoluta la proiezione del film di Romeo Castellucci e Yuri Ancarani, entrambi italiani: cento scheletri marciano per le strade di Milano in una notte di novembre, senza parlare, percorrendo piazze e luoghi monumentali. Non rivendicano nulla, se non il diritto di camminare e ritornare in mezzo alle loro case.

La pandemia ha favorito il genere della performance, che è tendenzialmente di uno o pochi artisti e lavora prevalentemente su temi e problemi attuali nell’umanità?
Sì, credo di sì. Sono formati produttivi anche meno impegnativi. In periodo covid manca la tradizionale interazione performer-pubblico, eppure sono molti i lavori che si collegano alla crisi scaturita dal Covid non tanto affrontando direttamente il tema, quanto ponendo domande più ampie. Si parla del tempo, della comunità, del senso di fare teatro. Ad esempio si parte il 22 febbraio (fino al 24) con Daniel Veronese, attore, drammaturgo e regista argentino, che porta in scena le “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace, scrittore americano classe 1962 morto suicida nel 2008: Veronese trasforma i monologhi di Wallace in dialoghi tra un uomo e una donna, impersonati in scena da due uomini che si alternano nei ruoli. In una performance comica e inquietante nel suo rivelare le fragilità, i desideri di possesso, violenza e cinismo insiti nei rapporti affettivi. O dal 3 al 6 marzo si potrà assistere alla prima italiana per “New York City Players”, scritto e diretto da Richard Maxwell: uno spettacolo made in Usa in cui tre donne all’indomani di una guerra civile americana salgono su un podio per raccontare cosa è rimasto delle loro vite frantumate.

Come avviene la selezione di un performer per un festival? Dato che è un linguaggio così autonomo e incanalabile non credo sia semplice a meno che non si parli di artisti stranoti come Laurie Anderson. In cosa consiste la qualità di una performance secondo lei?
Gli strumenti di selezione di un lavoro sono tanti. Per prima cosa c’è il dialogo con gli artisti, che solitamente ho visto o dal vivo o in video. E comunque nella perfomance c’è sempre una dose di rischio, ma è l’aspetto più interessante di questo linguaggio. Si investe in un progetto, un percorso dell’artista. Che va condiviso sempre, sia quando riesce al meglio, sia quando deve ancora perfezionarsi. Per invitare un artista o un altro c’è anche lo strumento del dialogo con altri curatori e direttori, e non dimentichiamo lo spazio, che influisce molto nella realizzazione di una performance. Non da ultima c’è, chiaramente, la disponibilità in quel momento dell’artista.

Perché non ha invitato Marina Abramovich, che si autodefinisce una maestra di performance e ha sviluppato tesi e studi anche tecnici sul metodo della performance?
Perché è un’artista già molto affermata, con un lavoro ormai divenuto storico in ambito performativo. Anche per Laurie Anderson vale lo stesso, ma in questo caso mi ha molto colpito la sua scelta di farci entrare in una realtà virtuale. Dal I marzo al 13 (1-6, 8-13) l’artista si mette in gioco in “To The Moon”, una performance video-immersiva. Lo spettatore viene catapultato fuori dall’atmosfera terrestre e accompagnato dall’artista sulla superficie lunare: immagini e metafore prese dalla mitologia greca, dai film di fantascienza, dalla scienza e dalla letteratura diventano materia prima per un evento sensoriale che si appella all’immaginazione degli spettatori. 

Gottardo ha pensato all’immagine mitologica di un cervo come logo del Festival. Possiamo tornare alle origini della Performance nella figura dello sciamano come tramite tra l’uomo e dio. C’è ancora questo senso di sacralità nella performance di oggi secondo lei?
Noi vogliamo sottolineare con questa figura l’importanza dell’ibridazione di generi di cui parlavo prima non è uomo, non è animale: una nuova dimensione, come quella in cui ci porta la performance,

Che mercato riesce a sviluppare nel festival attraverso la performance? Ha senso far pagare il biglietto o la trasformi, degenerandola, in una forma di spettacolo?
Il biglietto è una forma di responsabilità culturale. Da parte nostra i prezzi sono calmierati, non vogliamo che il costo diventi un ostacolo per accedere al teatro. Ci sono quindi sconti, agevolazioni e varie proposte d’occasione studiate per riuscire a vedere più spettacoli.

Il fatto che il festival Fog si muova in vari luoghi ci ricorda che la performance non ha neanche un luogo adibito unico per mostrarsi. È una complicazione o uno stimolo ciò nella creazione di un festival?
È entrambe le cose: è bello da un lato pensare di usare tutti gli spazi della Triennale, come anche uscire e confrontarsi con altri spazi. Certo, è uno stimolo e allo stesso tempo è da organizzare nei dettagli e a volte è complicato.

Mi parli del progetto “New Eurpean Bauhas”, Triennale unica realtà italiana! E di come svilupperete l’attenzione all’ambiente e i giovani.
No, la Triennale è la prima realtà italiana, non l’unica: i temi di Fog sono spesso quello dell’ambiente e della sostenibilità, e così tutta la stagione della Triennale rifletterà queste tematiche.