Parlare con immaginiPerché il documentario è lo strumento migliore per raccontare il nostro tempo

Il caso del Pordenone Docs Fest, arrivato alla sua 15esima edizione, è un esempio lampante. Nel programma i film sull’Ucraina, che da angolature originali permettono di conoscere i mondi e gli animi di luoghi ora al centro delle cronache

frame tratto da Youtube, da "No Obvious Signs"

Per compensare l’eccesso di immagini di questo tempo la miglior soluzione non è la censura, ma il documentario. Lo ha dimostrato il programma del Pordenone Docs Fest, arrivato alla sua 15esima edizione, con cui viene ricostruito – «seguendo i temi soggiacenti che sobbollono nel mondo», dice il direttore del festival Riccardo Costantini – un quadro del presente. «Vorremmo che il documentario si riveli come un modo nuovo e diverso per raccontare la realtà». E la realtà, in queste settimane, è la guerra in Ucraina.

Per questo, insieme a una retrospettiva sul passato coloniale italiano (non siamo stati brava gente) e una serie di approfondimenti dedicati a Venezia, ecco al CinemaZero della città friulana i documentari a tema ucraino. Il primo è “This Rain Will Never Stop” (2020), della regista ucraina Alina Gorlova, cui il festival ha assegnato il premio Images of Courage 2022 e che aveva invitato a presentare a Pordenone. Lei però ha preferito rimanere in patria, a resistere e documentare (pur tra mille difficoltà) quello che sta avvenendo.

Parlano comunque i suoi lavori. “This Rain Will Never Stop” segue le vicende di Andriy Suleiman, curdo siriano per parte di padre e ucraino dal lato materno, che era fuggito dalla Siria per trovarsi, nel Donbass, in una nuova situazione di guerra. Indugiando sugli aspetti privati della famiglia emergono le connessioni spezzate, i legami recisi in un mondo sempre più precario. Andriy decide, per passione, di lavorare alla Croce Rossa e il suo lavoro lo mette a contatto con l’esperienza della disperazione. “No Obvious Sign”, del 2018, racconta le difficoltà di Oksana Yabukova, ufficiale dell’esercito ucraino alle prese con i disturbi post-traumatici causati dalla guerra. La sua testimonianza è voluta, dice nel film, «perché tutti capiscano cosa vuol dire tornare da una guerra». Dell’esperienza al fronte rimane il tormento: incubi, ricordi atroci e sensi di colpa. Il suo compito era tenere la contabilità dei morti, riconoscere i cadaveri e contattare chi li conosceva. Seguendo il suo viaggio verso la caserma dove intende presentare le dimissioni, i dialoghi con gli ex commilitoni. Ci sono ufficiali ubriachi, soldati costretti ad arrangiarsi per turni e organizzazioni, feriti e morti. «Andremo a ballare sul Cremlino», le dice un’amica, per farle forza e ricordare una battuta che erano abituate a fare insieme. Dare l’addio alla guerra – nonostante lo svuotamento interiore – non è nemmeno facile. Le stesse parole suonano spente. In caserma ci sono ufficiali ubriachi e soldati costretti ad arrangiarsi per turni e organizzazioni, a fare da contraltare al suo disarmo interiore. L’immobilità generale del suo corpo, il rifiuto di andare avanti sono i segni (quelli non evidenti) di una morsa che trascina con sé un intero Paese.

Esiste una via di fuga? Andrij Lysetskyj è l’autore del terzo film ucraino presentato. “Ivan’s Land” (che ha vinto il premio di miglior film, ex aequo con Les en­fan­ts ter­ri­bles di Ah­met Nec­det Cu­pur) è il ritratto di Ivan Prykhodko, artista tradizionale, pittore e scultore del legno, contadino autonomo e solitario, esecutore di riti magici e antichi, con una personalità esuberante e fuori dagli schemi. Sembra il soggetto meno rappresentativo per parlare di quello che accade oggi, ma la verità è che la sua arte è «una protesta verso lo sterminio della cultura ucraina», minacciata dalla modernità e da Putin (che cita, con epiteti poco lusinghieri). Il documentario illumina così un mondo perduto, le sue connessioni profonde con il presente, i legami degli ucraini al loro Paese, i suoi colori, il «suo bel terreno nero».

Non un affresco esaustivo, ma un’introduzione insieme particolare e universale. La storia ucraina è unica e, al tempo stesso, riguarda tutti.

Non solo. «I documentari scelti vogliono essere non punitivi, sono corretti – ormai tutti hanno un lavoro di fact-checking alle spalle – e gradevoli da vedere», spiega Costantini. E anche se il tema generale era quello della ribellione nelle piazze, con contributi da Hong Kong fino alla Turchia, il filo conduttore di una guerra, di cui venivano esposte le premesse e le precondizioni, si impone.

Per questo il documentario è insieme arte e realtà. Nella sua masterclass, Hanif Kureishi, presidente della giuria del festival, ha detto che «i giornalisti sono gli scrittori più importanti del nostro tempo», perché raccontano con coraggio quello che accade, lottando per la libertà di espressione. E di conseguenza i documentaristi, andrebbe aggiunto, sono i registi di cui oggi abbiamo più bisogno.

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