Punti di vistaLa caccia può diventare un’alleata della biodiversità?

L’attività venatoria è un tema divisivo e complesso, e «la politica lo cavalca o tutto a favore dell’animalismo o tutto a favore della caccia, fino a difendere il bracconaggio. Oppure non se ne occupa proprio», spiega Renata Briano (Fondazione UNA), secondo cui i cacciatori possono avere un importante ruolo di riequilibrio dell’ecosistema

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Tutti possiamo immaginare – e auspicare – un mondo in cui uomo e ambiente coesistono in equilibrio. Ma in questo quadro c’è spazio per la caccia? Il tema è notoriamente controverso e divisivo. Quando arriva all’ordine del giorno nel dibattito pubblico, è polarizzato ai due opposti: da un lato l’abolizione dell’attività venatoria tout court, dall’altra la difesa della caccia in qualunque forma, fino al bracconaggio, ossia la caccia svolta in violazione delle norme attualmente vigenti. Purtroppo, stando a un report di BirdLife, l’Italia è al secondo posto (dopo l’Egitto) per bracconaggio tra i Paesi del bacino del Mediterraneo.

Ricordiamo, però, che caccia e bracconaggio sono due cose opposte: «l bracconaggio è un’attività illegale che va a incidere moltissimo sulle specie e sulla loro conservazione, mentre la caccia per definizione è un’attività conservativa, perché è regolamentata da leggi europee e italiane che si basano su dati scientifici. Infatti, non si possono cacciare specie a rischio, ma solo specie che la scienza dice essere cacciabili», ci spiega Renata Briano, ex parlamentare europea e oggi presidente del Comitato scientifico di Fondazione UNA. 

La delicatezza degli argomenti che ruotano attorno alla caccia è confermata dalla recente decisione di Regione Lombardia sullo spiedo bresciano: dopo l’approvazione della legge sulla “valorizzazione della cultura e della tradizione lombarda dello spiedo bresciano e di altri preparati a base di selvaggina” – che consentirà ai cacciatori lombardi di cedere gratis ai ristoranti fino a 150 capi di selvaggina abbattuti «da utilizzare per la preparazione dello spiedo bresciano e altri piatti tradizionali lombardi» – in Consiglio regionale si è sfiorata la rissa

Fondazione UNA, che dal 2020 è una delle oltre 1400 realtà che fanno parte dell’Unione mondiale per la conservazione della natura, si posiziona come alternativa a entrambi i poli. E per questo riunisce in sé sensibilità provenienti da mondi diversi (e che devono parlarsi): venatorio, agricolo, ambientalista, scientifico, accademico. Realtà che hanno identità specifiche, ma che possono sedersi intorno a un tavolo e collaborare a un obiettivo comune: salvaguardare la natura e la biodiversità. 

La caccia viene spesso descritta come un’attività barbarica, non etica e dannosa su tutti i fronti. Tuttavia, rimanendo all’interno di precisi confini e regole, potrebbe anche diventare un’alleata della sostenibilità ambientale e della biodiversità. Per quale motivo? Ne abbiamo parlato con Renata Briano.

Tra gli obiettivi della fondazione c’è quello di posizionare la caccia come elemento utile alla sostenibilità ambientale e alla biodiversità. Quali ostacoli incontrate in questo?
«È difficile far comprendere che l’ambiente non è fatto da individui, ma da una rete di relazioni: spesso le persone approcciano la caccia e altri temi ambientali guardando ai singoli elementi; invece, occorre tenere conto della complessità degli ecosistemi. La necessità di una cultura scientifica più approfondita, quindi, è sicuramente un tema. Quello che cerchiamo di fare è sostenere un modello di cacciatore come attore positivo della sostenibilità ambientale, e un modello di caccia come un’attività finalizzata a mantenere gli equilibri in natura e a preservare la biodiversità con grande attenzione sul territorio, anche da un punto di vista economico. 

Forse un altro degli ostacoli principali sono i pregiudizi intorno all’attività venatoria. Spesso la caccia viene associata al bracconaggio, ma le due cose sono esattamente l’opposto: il bracconaggio è un’attività illegale che va a incidere moltissimo sulle specie e sulla loro conservazione, mentre la caccia per definizione è un’attività conservativa, perché è regolamentata da leggi europee e italiane che si basano su dati scientifici. Infatti, non si possono cacciare specie a rischio, ma solo specie che la scienza dice essere cacciabili».

A proposito di bracconaggio: quali sono le dimensioni di questo fenomeno oggi in Italia?
«Essendo un’attività illegale, è difficile avere dati precisi. Sicuramente esiste e storicamente è stata portata avanti soprattutto nei Paesi del sud Europa, con effetti terribili su alcune specie. La caccia moderna e sostenibile, però, è la prima ad avere svantaggi da un’attività di bracconaggio e dunque a combatterlo».

Perché un cacciatore dovrebbe dedicarsi al bracconaggio?
«Chi fa bracconaggio è un delinquente, ma non necessariamente un cacciatore. Anzi, il bracconiere può essere chiunque e può appartenere a qualunque categoria: quando lavoravo in Provincia e in Regione sapevo di attività di bracconaggio, che non erano portate avanti da cacciatori, nei confronti del lupo, del cinghiale. E anche del falco pecchiaiolo, ucciso come dimostrazione di virilità. Adesso non si parla più di animali nocivi, perché sappiamo che ciascuno ha il suo ruolo ecologico. 

Un tempo invece c’era questo concetto e dunque alcuni animali, come faine e volpi, venivano bracconati perché creavano un danno ad alcune attività umane. Noi siamo contro tutto questo. Il cacciatore vero caccia solo le specie che rientrano nell’elenco redatto sulla base dei dati scientifici che dimostrano quali specie si possono cacciare, in che numero, in quale stagione, con quale modalità e così via».

Qual è l’impatto ecologico di questa “caccia vera”?
«Per prima cosa, i cacciatori svolgono una serie di attività positive per l’ambiente, sia durante la stagione di caccia sia dopo: ripristino e pulizia dei sentieri, rimozione dei rifiuti, eliminazione dei nidi di processionaria. Poi, il cacciatore ha un ruolo di riequilibrio dell’ecosistema. Quando una specie diventa troppo invasiva è un problema. Il cinghiale ne è un esempio: alla fine degli anni Ottanta la popolazione dei cinghiali si stava espandendo e iniziava a danneggiare l’agricoltura. O ancora: se ci sono troppi caprioli mangiano troppi germogli, e il bosco ne risente». 

La caccia è già sostenibile così come è regolamentata oggi o a suo parere sarebbero necessari dei miglioramenti normativi? 
«Sicuramente sono stati fatti passi avanti, tra cui l’inserimento nella Costituzione della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. Si possono sempre fare passi avanti su tutto, ma credo che i miglioramenti, anche in ambito legislativo, vadano fatti se c’è ascolto, lavoro condiviso e dialogo tra tutte le parti: agricoltori, cacciatori, mondo scientifico, mondo ambientalista. Altrimenti c’è il rischio che vadano all’analisi provvedimenti che prendono una piega esclusivamente emotiva. Sono convinta, però, che si avrebbero sicuramente dei miglioramenti se l’Europa e i Paesi membri investissero di più nella ricerca: la caccia si deve basare su dati scientifici, ma non sempre ne abbiamo di adeguati».

Il tema della caccia effettivamente è affrontato spesso con emotività: la dimensione ludica associata all’attività è un aspetto difficile da digerire.
«Sì, e anche la dimensione di morte. C’è una fetta della popolazione che fa una scelta vegetariana o vegana, che è etica e personale, ma la maggior parte degli italiani segue una dieta onnivora. In questi casi credo non si possa essere contro la caccia perché è ludica o perché prevede l’uccisione dell’animale: anche il salame di maiale ha la stessa origine. C’è una sorta di contraddizione di fronte alla quale è difficile riuscire a far passare il concetto di sostenibilità della caccia. Trattandosi di un tema divisivo e complicato, la politica lo cavalca o tutto a favore dell’animalismo o tutto a favore della caccia in qualunque dimensione, fino a difendere il bracconaggio; oppure non se ne occupa proprio».

Ci sono però specie, come l’allodola o la tortora selvatica, che non sono protette né a rischio, e dunque sono cacciabili, ma sono in calo. L’auspicabile aumento dei dati scientifici che citava potrebbe aiutare a tracciare un migliore confine tra specie cacciabili e non?
«Esattamente. Spesso i piani faunistici o i calendari venatori vengono bocciati perché mancano i dati, che sono fondamentali. L’Europa dà delle regole generali – a cui poi gli Stati membri si devono adeguare – che in base ai dati scientifici dicono se una specie si può cacciare o no. In passato a volte erano i cacciatori a opporsi alla raccolta di questi dati oppure gli Stati membri non investivano per raccoglierli: adesso mi sembra ci sia una sensibilità maggiore».

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