Quotidiani orrori“A stretto giro” e altre insopportabili frasi fatte del giornalistese

Luoghi comuni, espressioni trite e ritrite, scorciatoie linguistiche: la sciatteria della scrittura trova la sua massima espressione nella stampa. E i tempi stretti o la necessità di fare correzioni dell’ultimo minuto non sono una scusante

di Nicolien Botha, da Unsplash

“Lo chiameremo Andrea”. No, non è l’imitatissimo titolo del film girato da Vittorio De Sica giusto cinquant’anni fa: al posto di Andrea potete metterci qualsiasi altro nome, maschile o femminile; oppure potreste omettere “lo chiameremo” e far seguire Andrea o l’altro nome maschile o femminile dall’inciso “il nome è di fantasia”. Stiamo parlando di una delle più logore, insulse e inutili formulette a cui fa ricorso il giornalismo scritto e radiotelevisivo per tacere il nome vero del protagonista di un fatto di cronaca quando lo suggeriscono motivi di opportunità, in genere (ma non sempre) in quanto si tratta di un minorenne.

Logora perché ripetuta con compiaciuta disinvoltura ogni qualvolta se ne presenti l’occasione (alla faccia della fantasia…), come il doveroso ritrovamento della appagante frase fatta in cui ci si riconosce membri della medesima consorteria, tutti ugualmente capaci di padroneggiare gli arrugginiti strumenti del mestiere. Insulsa perché il fantasioso nome proprio potrebbe benissimo essere sostituito da nomi comuni come l’uomo, l’anziano, il ragazzo, il bambino, lo studente, l’operaio, il professionista (e relativi femminili). Inutile perché il bello (bello?) è che nella maggior parte dei casi, una volta fantasiosamente battezzato, quel tale Andrea o chi per lui non viene più nominato neppure per sbaglio.

Il lavoro del giornalista non è così semplice come i (non pochi, per lo più prevenuti) detrattori della professione tendono a credere: tempi stretti, notizie dell’ultimo momento, aggiornamenti e ribattute sono spesso all’origine di una prosa poco sorvegliata (nonché inzeppata di refusi; ma in questo caso non si può dire che non ci sono più i correttori di una volta: non ci sono e basta, per esigenze di bilancio). Nulla però obbliga all’uso compulsivo di formule trite, stucchevoli luoghi comuni e figure retoriche di imbarazzante banalità, che talvolta hanno pure la colpa grave di contagiare il linguaggio comune.

Tra queste ultime una delle più infestanti è senz’altro “a stretto giro”, che di per sé non vuol dire nulla, ma diventa (un po’ più) comprensibile in quanto versione ellittica della locuzione “a stretto giro di posta” che ci riporta ai tempi andati delle carrozze trainate dai cavalli, quando la risposta a una lettera urgente, per fare prima, veniva affidata allo stesso postiglione con cui la lettera era giunta.

Curioso il ricorso a un’immagine così obsoleta nel mondo ipertecnologico del real time, dove la posta cartacea è cannibalizzata da quella virtuale (rispondere “a stretto giro” a un’email non fa un po’ ridere?); e quanto meno discutibile l’estensione di questo uso figurato ai casi in cui la risposta avviene a voce, di persona o per telefono. Si dirà: è una frase idiomatica. Ma non sempre le frasi idiomatiche mantengono una reale efficacia comunicativa, a volte, come nel caso dello “stretto giro”, risultano gratuite e fastidiose.

Non sarebbe più lineare rinunciare ai barocchismi malacconci e dire semplicemente che la risposta è arrivata o arriverà “prontamente”, “immediatamente”, “sollecitamente”, “tempestivamente”, “non appena possibile”, “nel più breve tempo possibile”, “il prima possibile”?

È noto che molti giornalisti si sentono scrittori mancati. Ma ci sono anche quelli che covano una vocazione poetica inespressa e vedono rime ovunque: ovviamente, dove non ci sono. Amor fa rima con cuor nelle melense canzonette d’antan, ma che senso ha – mettiamo, parlando di calcio – dire che “bel gioco non sempre fa rima con risultati”? Dov’è la rima? Un uso traslato, d’accordo: infatti trasla il linguaggio nel dominio del ridicolo.

Rivelano invece insospettabili premonizioni patofisiologiche quelli che parlano di “cifre da capogiro”. Ma fortunatamente l’allarme è infondato: si è mai visto qualcuno colpito da vertigini davanti a un numero a nove, ma anche a diciotto cifre? Tutt’al più avrà qualche difficoltà a leggerlo, ma avvertire un malessere proprio no. Ammettiamo pure il capogiro, in funzione enfatica-superlativa, nei contesti espressivi ostentatamente “caricati” – ad esempio il lessico “esagerato” di Villaggio-Fantozzi – ma per il resto potremo lasciarlo tranquillamente alle premure terapeutiche di neurologi, otorinolaringoiatri e compagnia curante.

E che dire di certi incipit che regolarmente si ripresentano, come estenuati revenant linguistici, ogni volta con la presunzione dell’originalità? Come quello (un classico) che parte enumerando una serie di situazioni incresciose – relative a un luogo, a un ambiente di lavoro o altro – e dopo il punto, o i due punti, amaramente (ritualmente) ironizza: “benvenuti a… (o nel…)”.

Oppure (altro evergreen) quello che esordisce con un virgolettato – di solito una dichiarazione forte, o almeno impegnativa, quando non addirittura polemica – seguita, dopo la chiusura delle virgolette, da “parola di…”: reminiscenza forse delle letture dal Vangelo ascoltate a messa, se non degli spot televisivi di Francesco Amadori. Con variante cantautorale: “parole e musica di…”. E sub-variante luciobattistiana: “pensieri e parole di…”.

Ma il momento in cui la prosa giornalistica da involontariamente comica sprofonda nella sciatteria è quando dalla sacca degli attrezzi si cava l’avverbio “già”. Isolatamente preso, serve a esprimere assenso o constatazione, spesso accompagnati da rassegnato disappunto (“Te l’avevo detto che scrivere non è il tuo mestiere”. “Già…”); negli articoli più raffazzonati si presenta spesso, invece, in una impropria funzione di raccordo tra due periodi, interposto tra due parole identiche, per mediare il passaggio a un nuovo sviluppo. Così (inventiamo): “… qualcuno ha notato l’assenza di Renzi. Già, Renzi. Il leader di Italia viva ieri si è recato…”. Una sorta di anadiplosi, ma in questo caso non è una finezza stilistica, è il grossolano artificio di chi non si cura di “costruire” (di “articolare”) l’articolo e si limita a affastellare le informazioni così come gli vengono in mente.

Pare di vederlo, il tipo, con le dita sul mento, pensoso, sentenzioso, sussiegoso, magari financo burbanzoso, mentre pronuncia il suo “già”. Non si può sentire questo “già, Renzi” (o già qualunque altra cosa). Eppure tocca leggerlo. Lo chiameremo giornalistese (e non è un nome di fantasia).