Apicoltura urbanaL’importanza di rendere le nostre città a misura d’ape

Tutti, o quasi, amano gli insetti del miele. E il loro ingresso in città con una schiera di iniziative ne è la prova. L’ambiente urbano, però, non è sempre il loro habitat ideale: «Va abbandonata l’idea meramente estetica e antropocentrica lasciando spazio a un’estetica più selvatica», ci spiega Paolo Biella della Bicocca di Milano

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Sui tetti, nelle scuole, in parchi pubblici, musei, alberghi e orti urbani, in aziende e ora anche nelle Rsa: l’habitat delle api, che in campagna si restringe paurosamente, si allarga all’ambiente urbano. Se una volta si comprava il pesce rosso, oggi va di moda farsi l’alveare. Intanto, secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), in Europa quasi metà delle specie di insetti è in grave declino e un terzo è in pericolo di estinzione. Ma la star degli insetti è lei, l’Apis mellifera

Sarà perché la prima lettera che si impara è la “A” di ape, perché ha sempre goduto di ottima stampa, dai lirici greci all’Ape Maia e Bee Movie, per quell’attitudine al calembour o solo perché sgobba per noi fornendoci miele, propoli e cera (chiedendo ben poco in cambio). Sta di fatto che tutti amano le api. E il loro ingresso in città con una schiera di iniziative ne è la prova.

A Milano, dove sono stati censiti 12.253 alveari, “BeeCityMilano” invita le aziende ad «adottare un alveare», e con il progetto “BeeKorian” le RSA tuteleranno 480mila api coinvolgendo le scuole. “Beethefuture”, progetto di Eataly e Slow Food, dopo aver riforestato 100 ettari agricoli con fiori amici delle api punta alle città: entro il 2023 donerà 10 milioni di semi a enti, comuni e associazioni impegnate nella cura del verde urbano. 

A Torino c’è “Urbees”, a Bologna “Api e Orti Urbani”. A Roma gli alveari di “Apincittà” monitorano la qualità dell’aria e il primo apiario sperimentale della Federazione Apicoltori italiani è attivo dal 1980 a Palazzo della Valle, sede di Confagricoltura. Ma il fenomeno è nazionale: ben due le reti di comuni che si sono impegnati in progetti di tutela, i “Comuni amici delle api” e “Cittaslowbee Italia”.

Ci siamo chiesti se tutto questo daffare abbia senso, e ne abbiamo parlato con Paolo Biella, ricercatore di Ecologia presso il dipartimento di Biotecnologie e bioscienze dell’Università di Milano-Bicocca, che ha pubblicato uno studio su api e ambiente urbano: City climate and landscape structure shape pollinators, nectar and transported pollen along a gradient of urbanization.

Qual è il nemico numero uno delle api? 
«Innanzitutto va detto che in Italia, oltre ad Apis mellifera, ci sono circa mille specie di api selvatiche. Nel mondo oltre 20mila. Hanno stili di vita assai diversi, la maggior parte sono solitarie, la femmina fa le uova e approvvigiona di polline le sue cellette, altre comunali, fanno nidi indipendenti ma nello stesso posto, alcune vivono nel suolo altre nelle cavità del legno. Difficile dire quale sia la minaccia peggiore per tutte, anche se l’Iucn – che ha stilato le liste rosse delle specie minacciate – punta il dito sulla repentina trasformazione del paesaggio da boschi e prati naturali a zone a forte impatto agricolo e urbano. Poi ci sono ogni anno nuove malattie, il cambiamento climatico, i pesticidi in campagna».

Dal Regno Unito arriva l’allarme: il boom dell’apicoltura urbana potrebbe danneggiare le altre specie di impollinatori. È vero?
«L’ape da miele ha colonie con molti individui e se non è controllata tende a essere dominante, a raccogliere tutte le risorse disponibili in un paesaggio. Se si vuole impollinare un frutteto in un giorno, questo è un vantaggio. In città, dove le risorse sono a macchia di leopardo con poche aree verdi distanti tra loro, mettere tante api da miele può essere un problema se non si creano risorse alternative. Non solo: le api essendo coloniali si trasmettono malattie e possono lasciare sui fiori patogeni che passano agli impollinatori selvatici».

Cosa si può fare concretamente: le “apistrade” fiorite che collegano isole verdi hanno senso?
«Certo: anche sugli impollinatori selvatici abbiamo trovato un effetto negativo dell’isolamento delle aree verdi in città: più sono distanti tra loro, meno se ne trovano. Andrebbero creati corridoi di connessione, ad esempio non solo viali alberati ma anche fioriti, tetti verdi o balconi con fiori adatti agli impollinatori, isole per la biodiversità dove gli animali possono nutrirsi o nidificare. Sono tutte misure molto utili.

Il vivaio Bicocca è una piccola area verde gestita dall’università in un quartiere molto cementificato: in meno di un ettaro abbiamo messo fiori e nidi artificiali per impollinatori selvatici. E anche due arnie per avvicinare le persone a questo mondo: tutti conoscono l’ape da miele, è l’impollinatore più vicino a noi e la “usiamo” come strategia divulgativa». 

Che tipo di fiori piacciono agli impollinatori?
«Esistono varie forme di fiori e di impollinatori: mosche, coleotteri, farfalle: lo spettro è molto ampio. Mantenere un’alta diversità è una garanzia per avere una efficienza totale di impollinazione. Fiori di colori, dimensioni, complessità morfologica diversi – a tubo, a trombetta, a scodella – e con fioriture che si alternino nei vari periodi dell’anno – ad esempio i salici – sono tra i primi a fiorire dopo l’inverno, così gli insetti trovano subito una risorsa. Esistono dei mix già predisposti di fiori di campo che garantiscono questa diversità. In università stiamo studiando i pollini dal punto di vista nutrizionale per capire quali siano i più adatti».

Nel 2030 il 70% dell’umanità vivrà in aree urbane: ha senso attrezzarle, come si sta provando a fare, per accogliere specie a rischio?
«È un auspicio che spero si realizzi, le città si stanno espandendo e ciò sottrae habitat alle specie selvatiche. Ma come abbiamo detto si possono attuare accorgimenti che aumentano la sostenibilità dei paesaggi urbani dal punto di vista della biodiversità, trasformando aree anche piccole non solo per la fruizione antropica ma tenendo conto che ci sono altri animali a utilizzare lo spazio.

Ad esempio gli sfalci dell’erba possono essere asincroni, lasciando isole falciate dove le persone possono stendersi e aree dove crescono i fiori selvatici. Va abbandonata l’idea meramente estetica e antropocentrica lasciando spazio a un’estetica diversa, più selvatica. Del resto i fiori – leguminose, narcisi, tulipani – che abbiamo piantato al Parco Nord sono fotografatissimi dalle persone e funzionano bene per gli impollinatori».

Le api urbane sono “sentinelle ambientali”, in che modo viene utilizzata questa proprietà?
«L’insetto è un bioaccumulatore di elementi dall’atmosfera e si sposta in continuazione in un raggio di 1-3 km dall’alveare, ampio ma non troppo, delle dimensioni di un quartiere. Raccoglie dati e può essere studiato per monitorare le aree e capire dove è necessario intervenire».

A che punto siamo con l’impollinazione artificiale?
«Si stanno studiando dei mini droni. In Asia impollinano a mano con dei bacchetti con piume. Su Amazon Usa c’è uno strumento per far rilasciare il polline ai pomodori e trasportarlo con dei bastoncini. Ma l’impollinazione naturale è gratuita e più efficiente. Quanto costa un drone e quanto un insetto selvatico? Sarebbe più economico piantare dei fiori e mantenere un livello decente e sostenibile di biodiversità». 

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