
Ricordiamo le ore del 24 febbraio, incollati a Skytg24, a internet e a tutto il resto, per vedere le immagini degli inviati a Kyiv, per capire la situazione: quella è proprio la piazza principale della capitale e nessuno è per strada; l’altra è Odessa, ancora intatta, e già imparavamo a conoscere Mariupol, la città di Maria, che già nel nome evocava, a suo modo, qualcosa del martirio successivo. Cosa sta succedendo? Davvero è un’invasione? Davvero Putin sta bombardando città, civili e incenerendo tutto quello che trova per la sua strada?
Non avevamo bisogno di opinioni, ma di fatti, di sapere le cose. E sui sentimenti non c’era molto da dire: orrore, pietà per morti innocenti, simpatia totale per un popolo che, in fondo, vuole essere come noi, far parte del nostro mondo, vivere come viviamo noi. Le parole usate al tempo erano le parole della verità: bombe, invasione, morti civili, orrori, massacri. Non erano ancora arrivate la “geopolitica” e il dominio ambiguo dell’opinionismo.
In quei giorni già lontani, ma non tanto da non potersi ricordare con precisione, il bailamme opinionistico non era ancora avviato perché in quelle ore sarebbe stato inaccettabile. C’era solo da dire dell’orrore, del resto nulla.
La parola comune in quei giorni era “invasione”, in consonanza con tutto il mondo occidentale che diceva: “Stop invasion”, “Stop war”. Non si sa come, il linguaggio da noi è però presto scivolato nell’ambiguità: lo “Stop war” è diventato “No alla guerra”. Una volta passati dallo “Stop alla guerra”, con l’implicita intuizione che c’è qualcuno che deve fermarsi, al “No alla guerra”, dove le due parti sono equivalenti, si stabilisce lo scarto del significato e la cristallina separazione tra aggressore e aggredito. Mentre nello “Stop all’invasione” vi è l’identificazione, l’immedesimazione e il comune sentire con qualcuno che una mattina si sveglia e si trova invaso; nel “No alla guerra” c’è una distanza emotiva, un guardare le cose da lontano e dove prima c’era orrore, e ci si sentiva coinvolti, adesso c’è sempre l’orrore, ma da guardare da remoto, senza compassione. E questo è il primo passo.
Il secondo è l’ingresso sulla scena mediatica della “geopolitica”. Questa disciplina (che non è una scienza, e neppure una quasi-scienza, basata com’è su una speciale considerazione di alcuni elementi delle vicende degli stati, elementi ritagliati e assurti a valore assoluto) per definizione non è “morale”, non ha aspetti valoriali; insomma è (vorrebbe essere) come una legge della fisica, per cui esisterebbero dei fattori oggettivi che spingono gli Stati a comportarsi come si comportano. È una sorta di determinismo, neutro e lontano. Allora diventa “naturale” che se uno stato si sente “minacciato”, allora ricorra all’aggressione, anzi alla guerra, visto che il termine aggressione è presto scomparso.
Nella geopolitica non c’è posto per le decisioni soggettive, e per la responsabilità di chi le prende, e meno che mai per un giudizio morale: aggressore e aggredito sono sullo stesso piano nella logica geopolitica: uno vuole conquistare e l’altro non vuole farsi conquistare. Così messa la questione, diventano pari. Noi che c’entriamo? Il fatto che un popolo che vive in democrazia e non vuole perderla; che si sente europeo e per questo è disposto a combattere; che vuole difendere i propri confini e la propria indipendenza, non valgono più nulla.
Una volta che dal giudizio di merito, in cui c’è uno stato che, in spregio al diritto internazionale, ne invade un altro, il frame della vicenda, cioè la sua cornice semantica, non è più l’invasione ma diventa “la guerra”. Stabilire il frame dominante nella contesa politica è cruciale: se il focus è sull’immigrazione, allora vincerà il partito che su quel frame conquista la posizione dominante; se il frame non è l’invasione (atto unilaterale violento), ma “la guerra” (stato delle cose senza espressione di responsabilità), allora vinceranno gli annessi e connessi della “guerra”, come, ad esempio: “Non è l’unica guerra, ma ci sono altre guerre che non consideriamo”, “Anche la Nato ha fatto guerre”, “Le guerre sono tutte negative e non importa chi comincia”, “Bisogna muoversi per la pace” e così via, sommergendo l’“hic et nunc” (il qui e ora specifico: un Paese illegittimamente invaso da un altro) sotto una pletora di opinioni sempre più astratte, sempre più “liberate” dai fatti, sempre più ambigue.
Per altro, un’invasione può finire in generale in due modi: o l’aggressore ritorna sulle sue posizioni di partenza (visto che l’Ucraina non ha mire di occupare la Russia) o gli aggrediti si arrendono e finiscono di essere nazione. C’è anche un terzo modo, naturalmente: che i contendenti (visto com’è scomparso l’aggressore?) s’accordino su una qualunque soluzione. Curiosamente tutto il parterre dei “pacifisti” oscilla tra il secondo e il terzo modo di far finire la guerra, ma non sul primo che sarebbe il più ovvio. Il frame del “No alla guerra” ha spostato completamente la semantica del discorso. Adesso si discute delle ragioni dell’uno e dell’altro e, soprattutto, sentendo la propria impotenza rispetto alla soluzione-principe per far finire la guerra (il ritiro di Putin), chiedono la resa degli ucraini (a loro dispetto, perché hanno dimostrato in tutti i modi possibili e immaginabili che non vogliono farsi conquistare dai Russi) e per ottenere la resa degli ucraini chiedono che l’Occidente non invii loro armi. Risultato? Per avere la pace sono pronti, sempre sulla testa degli Ucraini, a dare la vittoria a Putin.
Ultimo passaggio, ma non di minore importanza, dello spostamento semantico di queste settimane è l’auto-attribuzione della bandiera morale dei “pacifisti” contro chi è favorevole agli aiuti militari agli Ucraini.
Loro sono per la pace, ne consegue, ovviamente, che tutti gli altri sono per la guerra (per la continuazione della guerra, per essere esatti). Così il capolavoro semantico è compiuto: chi vuole la pace si erge a paladino del bene e lascia agli altri ciò che rimane dopo aver tolto il bene. Così, quanti dicono che sia giusto aiutare l’Ucraina a difendersi si devono giustificare, spiegare perché lo dicono, e così diventano loro sotto attacco.
Ma la regola della conquista del frame in politica è ferrea: chi si deve difendere ha già perso. Ovviamente finché accetta la postura da accusato. Ed è così che la situazione si ribalta: chi ha solidarizzato immediatamente con l’aggredito, e della cui evidenza di aggredito prima nessuno aveva dubbi, si trova oggi nella posizione dell’aggressore, perché aiuta… gli aggrediti. Basta spostare il frame, occupare il campo semantico del dibattito, e abbiamo così un mondo sottosopra.
Le bombe, le vittime, i crimini scompaiono dalla mente e rimane una Babilonia di parole che cancella ogni sentimento umano. Quei sentimenti che il 24 febbraio erano nitidi, coinvolgenti e veri. L’ambiguità del linguaggio crea l’ambiguità dei sentimenti e l’ambiguità della politica.