Embargo incompleto L’Ue blocca il petrolio russo, ma non tutto

Dopo un lungo negoziato, a tarda notte è stato raggiunto un accordo che taglierà il 90% delle importazioni entro fine anno. Esentati i rifornimenti di Ungheria, Cechia e Slovacchia

AP/Lapresse

L’annuncio arriva a pochi minuti dalla mezzanotte, quando in molti temevano una nuova fumata nera. Entro fine anno, l’Unione europea fermerà le importazioni di petrolio russo per due terzi del totale, vietando quelle effettuate via mare, circa il 65% del totale, ma non quelle via terra. Grazie alla promessa di Germania e Polonia di rinunciare volontariamente al petrolio di Mosca, pur potendolo ricevere via oleodotto, però, il taglio complessivo salirà al 90%. I Capi di Stato e di governo sono riusciti a salvare l’unità europea, pur al prezzo di consistenti concessioni ai Paesi più recalcitranti: Ungheria, Cechia e Slovacchia.

Un accordo faticoso
Il Consiglio europeo chiamato a decidere sull’embargo al petrolio russo, punto cruciale del sesto pacchetto di sanzioni, è stato una lunga e difficoltosa maratona negoziale.

A un certo punto della giornata sembrava perfino che i protagonisti della politica europea non stessero partecipando alle stesse riunioni. «Tutto fa pensare che ci sarà un consenso», diceva ai giornalisti il Cancelliere tedesco Olaf Scholz nel primo pomeriggio, al termine del colloquio con il suo ambasciatore. Poco dopo lo smentiva il Primo ministro ungherese Viktor Orbán, affermando che i Capi di Stato e di governo erano in grande difficoltà nel trovare un accordo.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen si mostrava scettica sulla possibilità di una fumata bianca entro la fine dell’incontro, quello del Consiglio rilanciava con «progressi possibili nelle prossime ore» e quella del Parlamento Roberta Metsola sottolineava la «bella atmosfera» che si respirava nella stanza.

La discussione si è protratta fino a tarda sera e il testo che ha generato è necessariamente un compromesso tra posizioni differenti. Nelle sue conclusioni, il Consiglio esorta ad adottare il pacchetto di sanzioni «assicurando un mercato unico dell’UE ben funzionante, una concorrenza leale, la solidarietà tra gli Stati membri e condizioni di parità per quanto riguarda l’eliminazione graduale della dipendenza dai combustibili fossili russi».

Verrà garantita un’«eccezione temporanea» per il petrolio fornito tramite oleodotti e in caso di interruzioni improvvise della fornitura, si legge nel testo, «saranno introdotte misure di emergenza per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento».

In sostanza, vengono esentate da questo embargo le forniture trasportate via terra che alimentano le raffinerie di Ungheria, Cechia e Slovacchia, per una durata al momento indefinita. Ma, hanno assicurato Michel e von der Leyen in conferenza stampa, presto si tornerà sul tema introducendo una data di scadenza anche per le condutture terrestri.

I dettagli tecnici dell’embargo verranno definiti già nelle riunione degli ambasciatori di mercoledì 1 giugno. I Paesi che ricevono petrolio via mare dalla Russia dovranno interrompere il traffico di petrolio greggio a  partire dal primo gennaio 2023, mentre avranno otto mesi per mettere fine all’import di prodotti raffinati.

Quelli che lo ricevono via terra, potranno continuare a comprare petrolio non raffinato, ma devono sottostare alla stessa deadline per i derivati, ampliata a 18 mesi soltanto per la Cechia. I governi di Germania e Polonia hanno fatto «chiare dichiarazioni politiche» sul loro impegno a rinunciare al petrolio russo, esattamente come i Paesi riforniti via mare: tecnicamente le loro forniture non sono incluse nelle sanzioni, ma si sono comunque impegnate ad esaurirle entro la fine del 2022.

Il muro ungherese
Probabilmente non era questa la misura che aveva in mente Ursula von der Leyen, quando il 4 maggio scorso annunciò di fronte al Parlamento europeo la proposta di un embargo totale sul petrolio.

Ma la versione ridotta è l’unica possibile, viste le esigenze degli Stati membri dipendenti dal combustibile russo: la dura opposizione delll’Ungheria, spalleggiata dalla Cechia, ha prolungato il negoziato. Fonti europee assicurano a Linkiesta che è stata una trattativa difficile ma rispettosa, con i leader nazionali comprensivi nei confronti delle rispettive posizioni.

Prima dell’incontro con i suoi omologhi, Viktor Orbán aveva definito «irresponsabile» l’atteggiamento della Commissione, che ha avanzato la proposta senza prima assicurarsi il sostegno degli Stati. «Non si possono applicare le sanzioni senza prima avere pronte le soluzioni per fronteggiarne le conseguenze interne», le parole del Primo ministro di Budapest.

A porte chiuse, rivelano fonti comunitarie, è stato meno aggressivo. Ha spiegato che l’approvvigionamento energetico è una questione di sicurezza nazionale, cosa su cui nessuno ha potuto obiettare.

Per l’Ungheria non erano sufficienti le garanzie proposte nelle settimane precedenti: una deroga di un anno per i Paesi più dipendenti dal petrolio russo prima, l’esenzione degli approvigionamenti via terra, poi. Orbán ha pretesto la possibilità di importare il petrolio russo per altre vie, in
caso di interruzione del flusso dell’oleodotto Druzhba, che attualmente serve il suo Paese: un’eventualità possibile per decisione della Russia o dell’Ucraina per rappresaglia. Di fatto, il Primo ministro di Budapest voleva una «copertura» totale, ottenuta con la formula «misure di emergenza per garantire l’approvvigionamento».

Ma l’Ungheria non è stato il solo Paese del fronte dell’opposizione. Il governo ceco, pur non volendo bloccare l’intesa, ha richiesto agli altri membri un impegno a concederle un periodo di esenzione. Cechia e Slovacchia, servite come l’Ungheria dal ramo meridionale dell’oleodotto Druzhba, hanno «salvato» le proprie forniture di greggio e Praga ha ottenuto pure 10 mesi in più di tutti gli altri per liberarsi dei prodotti petroliferi raffinati

Diversi Stati europei temevano che condizioni di esenzione troppo favorevoli avrebbero intaccato il mercato unico. Se uno Stato membro riceve petrolio via terra dalla Russia e un altro lo deve acquistare via mare da altre fonti, infatti, il primo godrebbe di un vantaggio competitivo che si ripercuote sul suo sistema produttivo, cosa che può facilmente trasformarsi in una situazione di concorrenza sleale all’interno dell’Ue. Per questo il testo finale sottolinea il concetto di level playing field, la parità di condizioni che deve essere assicurata sul lungo termine.

Questa serie di compromessi ha prodotto un risultato concreto soddisfacente per le istituzioni europee (solo il 10% delle importazioni di petrolio russo resta escluso dall’embargo) e segna un’importante conquista politica. Dopo quasi un mese, arriva finalmente il via libera al sesto pacchetto di sanzioni alla Russia: oltre alla questione petrolifera, vi sono compresi l’esclusione dal sistema di pagamento Swift di altre tre banche (tra cui Sberbank, la principale del Paese), il divieto di trasmissione in Europa per altri tre mezzi d’informazione legati al Cremlino, l’impossibilità per le compagnie europee di assicurare imbarcazioni russe e una nuova lista di individui da colpire, tra cui il patriarca di Mosca Kirill.

Nove miliardi per l’Ucraina
L’embargo al petrolio russo è stato il punto principale della discussione sull’Ucraina, che ha occupato tutta la prima giornata di discussioni del Consiglio europeo.

Ad aprirla, un collegamento in diretta del presidente Volodymyr Zelensky: in questo caso, nessun richiamo individuale ai singoli leader nazionali, ma un appello generale all’unità e all’urgenza del momento. Le dispute interne, ha detto Zelensky, incoraggiano la Russia a fare più pressione sull’Europa. Il presidente ucraino si è anche soffermato sulla situazione critica nel Donbass e sul tributo di perdite in umane e militari pagato finora dal suo popolo: molti danni, molti concittadini uccisi, tanti bambini morti.

La risposta concreta al bisogno di liquidità immediata di Kiev ammonta a nove miliardi di euro di «assistenza macro-finanziaria», anche se non è chiaro come verranno erogati. Il Consiglio rimanda la palla alla Commissione europea, che deve presentare una proposta legale in merito. Solo allora si capirà se questa somma è composta da prestiti o finanziamenti a fondo perduto. Una differenza non da poco, per un Paese allo stremo.