Compromessi ambientaliLa burocrazia sta sgonfiando le ambizioni del Fit for 55

In attesa della plenaria del 22 giugno, 10 Paesi (non c’è l’Italia) fanno sentire la propria voce: per il nuovo pacchetto climatico dell’Unione europea sono state fatte «troppe concessioni», con il rischio di «avviarci su una traiettoria impossibile»

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Minori costi e oneri amministrativi, la centralità delle politiche di coesione e delle comunità locali, ma anche l’utilizzo di fonti di transizione (le biomasse), di modo che le esigenze ambientali si coniughino a quelle economico-sociali. Sono questi i punti chiave del parere approvato lo scorso 15 giugno in commissione Regi (quella per lo sviluppo regionale) sulla proposta di modifica della direttiva sulle energie rinnovabili contenuta nell’ambizioso Fit for 55

Il pacchetto adottato dalla Commissione europea nel luglio 2021 è lo strumento principale di cui l’Unione si è dotata per ridurre le emissioni entro il 2030 e per rafforzare l’autonomia energetica degli Stati membri. Fit for 55 è ormai al centro dell’agenda comunitaria e si discuterà nuovamente nella plenaria del 22 giugno, non senza patemi. 

La preoccupazione di dieci Paesi dell’Unione europea, coordinati dalla Danimarca, si è palesata attraverso una nota congiunta in cui si denuncia proprio un potenziale indebolimento delle politiche climatiche comunitarie a causa dei numerosi compromessi a cui si sta giungendo per l’approvazione del Fit for 55.

Lo snellimento burocratico delle procedure
La dimensione locale torna al centro delle politiche relative alla produzione di energia green. E la sinergia tra gli Stati membri e gli enti territoriali e regionali in funzione della pianificazione e dell’attuazione delle misure in materia di ambiente e clima è, anche da un punto di vista strategico, una delle chiavi per il raggiungimento dei target contenuti nel Fit for 55. 

Ma quanto è difficile produrre e consumare energia pulita a livello di quartiere? La proposta di modifica della direttiva punta proprio all’introduzione di «incentivi e politiche proattive per facilitare la diffusione della produzione efficiente di energia rinnovabile, del riscaldamento e del raffrescamento a partire da fonti rinnovabili, non solo presso le famiglie a reddito medio-alto, ma anche più specificamente presso quelle a basso reddito a rischio di povertà energetica, prestando particolare attenzione alle famiglie situate in zone scarsamente popolate». 

A ciò si aggiunge la necessità di procedure amministrative semplificate per i piccoli produttori di energia rinnovabile e per le comunità energetiche, che si affiancano all’azzeramento degli oneri amministrativi per l’accesso alle reti. Nel parere relativo alla modifica della direttiva si esorta anche l’istituzione di appositi regimi di sostegno finanziario per le comunità energetiche locali, in particolare al tempo zero, ossia durante le fasi di pianificazione e creazione delle stesse, e sessioni di informazione tecnica e di orientamento per sostenere tali comunità e incoraggiare l’uso di assetti proprietari innovativi.

L’importanza della politica di coesione
Qual è il costo economico e sociale del processo di transizione energetica? Il parere sulla proposta di modifica della direttiva sulle energie rinnovabili prova a rispondere a questo interrogativo, riconoscendo l’importanza della politica di coesione, soprattutto per «prevenire l’allargamento delle disparità, aiutando quelle regioni che sopportano il peso più pesante della transizione, favorendo gli investimenti infrastrutturali, e la formazione dei lavoratori alle nuove tecnologie».

La politica di coesione potrebbe diventare quindi uno strumento utile a prevenire l’allargamento delle disparità, nell’ottica di una transizione sostenibile per tutti gli attori, anche a livello locale. 

I dubbi di dieci Paesi dell’Unione europea
Intanto, dopo la bocciatura della riforma Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di gas serra), una nota congiunta di dieci Paesi dell’Unione europea lanci l’allarme su un potenziale indebolimento delle politiche climatiche dell’Unione a causa dei numerosi compromessi cui si sta giungendo per approvare Fit for 55. 

Attraverso un’azione congiunta coordinata dalla Danimarca, Germania e Spagna, Austria, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia e Slovenia, si sono detti «preoccupati della riduzione delle ambizioni in tutti i dossier» insieme alle «concessioni fatte per raggiungere compromessi». 

Nella nota congiunta del 15 giugno si legge che «considerati isolatamente, questi cambiamenti potrebbero sembrare giustificati o di impatto limitato, ma sommandoli tutti rischiamo di non raggiungere l’obiettivo entro il 2030 e di avviarci su una traiettoria impossibile». 

I 10 Paesi dell’Unione europea hanno ricordato che il Fit for 55 è «la chiave per rendere l’Unione europea idonea all’indipendenza energetica dai combustibili fossili russi e l’unico modo per affrontare la crisi climatica e garantire un approvvigionamento energetico dell’Unione europea indipendente, pulito, affidabile e a basso costo». Parole forti e chiare in vista del 22 giugno, una giornata molto importante per un pacchetto che – salvo qualche eccezione – sta gradualmente dimenticando le sue ambizioni iniziali.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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