Davide contro Golia Storie di attivismo ambientale da leggere durante il World Environment Day

Alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Ambiente è giusto ricordare che, seppur raramente, la tenacia di un singolo può avere la meglio rispetto agli interessi economici di governi e multinazionali. Lo dimostrano le imprese dei sette vincitori del Nobel per l’ambiente

Nalleli Cobo, tra le vincitrici del Goldman environmental prize 2022 (AP Photo/LaPresse)

Nell’epoca in cui le leggi del marketing e della comunicazione hanno imposto la nascita, e la conseguente celebrazione, delle più disparate “giornate mondiali”, il World Environment Day del 5 giugno gioca un’altra partita per storia, autorevolezza dei sostenitori e contesto in cui si inserisce. Istituita nel 1973, la Giornata Mondiale dell’Ambiente è stata proclamata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite in occasione della nascita del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). L’obiettivo potete facilmente immaginarlo: creare una consapevolezza diffusa in merito alle principali problematiche ambientali, con un occhio sempre puntato verso le soluzioni. Il Paese ospitante di quest’anno è la Svezia di Greta Thunberg.  

Alla vigilia del World Environment Day 2022, ripercorriamo i traguardi raggiunti dai sette vincitori (uno per continente, con un’eccezione per l’America Latina) del Goldman environmental prize 2022, comunemente definito “Nobel per l’ambiente”. I loro nomi difficilmente vi diranno qualcosa (anche a causa della scarsa copertura mediatica da parte dei giornali italiani), ma le loro storie di tenacia, passione e determinazione potranno fornirvi preziosi spunti e ispirazioni da coltivare. Perché, seppur raramente, l’attivismo può davvero avere la meglio rispetto agli interessi economici di governi e multinazionali. 

Asia – Niwat Roykaew (Thailandia)
Insegnante ora in pensione, Niwat Roykaew è non casualmente chiamato “Protettore del fiume”. All’inizio degli anni 2000, la Cina ha annunciato un piano congiunto con il governo thailandese per convertire il fiume Mekong – il più lungo dell’Indocina e secondo solo al Rio delle Amazzoni in termini di biodiversità – in un canale di navigazione industriale. Per farlo, avrebbe fatto esplodere alcune parti rocciose del corso d’acqua, in modo tale da consentire alle navi mercantili cinesi di passare. In segno di protesta, Niwat Roykaew ha organizzato diverse manifestazioni in barca sul Mekong, coinvolgendo ong locali e comunità di cittadini.

Grazie alle sue conoscenze nel panorama accademico, ha inoltre commissionato studi che hanno scoperto 100 nuove specie di pesci all’interno del corso d’acqua, di cui 16 solo nel tratto che i governi cinesi e thailandesi avrebbero deturpato. Lo sviluppatore cinese del progetto, Kru Thi, ha accettato di incontrare Roykaew e le comunità locali coinvolte. E così, l’esecutivo thailandese ha annunciato l’annullamento del piano a causa del suo «impatto sociale e ambientale potenzialmente devastante». Una vittoria rarissima, considerando che c’era di mezzo Pechino. 

Oceania – Julien Vincent (Australia)
Il mix energetico dell’Australia è notoriamente tra i più obsoleti al mondo. Sperando che Anthony Albanese – il nuovo primo ministro laburista che vuole invertire la rotta sul clima – contribuisca a decarbonizzare l’isola, l’attivista Julien Vincent sta già facendo la differenza. Dopo aver lavorato con Oxfam e Greenpeace, il 41enne ha fondato una compagnia (si chiama Market Forces) con l’obiettivo di disincentivare le grandi aziende a finanziare i processi di estrazione, raffinazione ed esportazione di carbone. L’aggettivo giusto per definire Vincent è: tenace.

Lui e i suoi colleghi, negli ultimi otto-nove anni, sono riusciti a incontrare i dirigenti delle più ricche aziende australiane, presentando dati e studi (da loro svolti o commissionati) sui rischi e sui costi connessi ai finanziamenti all’industria fossile. Contemporaneamente, Julien ha avviato una campagna sui social media per mostrare le operazioni di greenwashing di banche e assicurazioni. Anno dopo anno, le pressioni dell’attivista australiano hanno prodotto i loro frutti. Quattro grandi banche e tre assicuratori presi di mira da Market Forces hanno interrotto i loro finanziamenti all’industria del carbone, stanziando quel denaro per una serie di progetti finalizzati al rispetto dell’ambiente.

America del Sud e America Centrale – Alexandra Narvaez e Alex Lucitante (Colombia)
Alexandra e Alex (30 e 29 anni) sono due giovani attivisti appartenenti al gruppo etnico dei Cofan, che vive nelle aree forestali tra l’Ecuador e la Colombia. Alex è membro della Ceibo alliance, una coalizione indigena che punta alla protezione dei territori, dei diritti e della cultura di queste comunità. Alexandra, invece, ha formato dal nulla una pattuglia forestale chiamata La Guardia, con l’obiettivo di monitorare e contrastare le attività dannose per l’ambiente all’interno del territorio.

I membri di La Guardia, durante i loro controlli di routine, hanno scoperto diverse operazioni illegali di estrazione mineraria, appoggiate dal governo dell’Ecuador attraverso 52 concessioni rilasciate illegalmente (senza informare le comunità indigene). Alexandra Narvaez ha dunque chiesto l’aiuto di Alex Lucitante – fondamentale per le sue conoscenze in ambito legale – per bloccare le attività estrattive. Posizionando trappole fotografiche e pattugliando con minuzia (e furbizia) la foresta, i due hanno raccolto il materiale necessario per fare causa al governo dell’Ecuador e ottenere l’appoggio di 60 organizzazioni nazionali. Il risultato? Dopo anni di processi, le concessioni sono state revocate. 

Europa – Marjan Minnesma (Paesi Bassi)
56enne olandese, Minnesma ha lavorato in diversi campi prima di dedicarsi a tempo pieno alla questione ambientale: dalla fisica al diritto internazionale, passando per la filosofia, l’amministrazione aziendale e il mondo accademico. I Paesi Bassi sono particolarmente vulnerabili agli effetti della crisi climatica, dato che il 25% del territorio nazionale è sotto il livello del mare. In più, stiamo parlando di uno Stato storicamente dipendente dalle fonti fossili. Una decina di anni fa, Minnesma ha inviato una lettera al governo chiedendo una riduzione del 40% delle emissioni di gas serra entro il 2020.

Il risultato? L’esecutivo ha risposto di non voler ricoprire un ruolo di «capofila» nella lotta al riscaldamento globale. A quel punto, la donna ha manifestato le sue intenzioni di fare causa al governo, ma per riuscirci avrebbe avuto bisogno del supporto della cittadinanza. Ed ecco l’idea da Nobel: la donna ha inventato il cosiddetto “crowd pleading”, una sorta di ibrido tra il crowdfunding e la citizen science, chiedendo agli olandesi di aiutarla a stendere tutte le motivazioni dietro il diritto di essere protetti dai cambiamenti climatici. Tante esperienze e conoscenze per un unico obiettivo.

Com’è andata a finire? 886 persone, compreso un bambino di cinque anni, si sono unite a lei in qualità di “co-querelanti”. E centinaia di Ong hanno scelto di appoggiare il progetto di Minnesma. Non a caso, nel dicembre 2019, la Corte suprema olandese ha stabilito che il governo aveva l’obbligo di adottare misure forti per mitigare gli effetti della crisi climatica. Non era mai successo che una sentenza analoga partisse da un’iniziativa popolare. Da quel momento, i Paesi Bassi sono cresciuti visibilmente in termini di lotta al riscaldamento globale. 

America del Nord – Nalleli Cobo (Usa)
Nalleli Cobo è cresciuta nell’area meridionale di Los Angeles, che è tutt’oggi il principale giacimento petrolifero urbano degli Stati Uniti. Uno dei piccoli pozzi disseminati per la città era costruito proprio di fronte a casa sua. Fin da bambina si è sempre lamentata del cattivo odore provocato dall’impianto, che le ha causato forti mal di testa, problemi cardiaci ed epistassi. Assieme alla madre ha frequentato le riunioni dei comitati di quartiere che chiedevano a gran voce la chiusura di quel pezzo, e all’età di 9 anni ha tenuto il suo primo discorso pubblico.

Un attivismo precoce e spontaneo, quello di Nalleli Cobo, che crescendo ha fondato associazioni, bussato alle porte dei vicini di casa e presentato reclami ufficiali negli uffici istituzionali, convincendo la Physicians for social responsibility-LA ad assumere un tossicologo che ha confermato la pessima qualità dell’aria nei pressi del pozzo petrolifero. Dopo la chiusura di quest’ultimo, Nalleli Cobo ha deciso di esportare i suoi sforzi in tutta Los Angeles, accusando l’amministrazione cittadina di “razzismo ambientale”: le trivellazioni petrolifere sono concentrate nei quartieri dove risiedono le più grandi comunità latine e afroamericane di Los Angeles.

Anche grazie agli sforzi di Nalleli Cobo – che nel frattempo ha sconfitto un cancro presumibilmente causato dall’aria che ha respirato fin da piccola -, nel settembre 2021 il Consiglio dei supervisori della contea di Los Angeles ha vietato la costruzione di nuovi pozzi petroliferi. 

Africa – Chima Williams (Nigeria)
È l’avvocato ambientalista più attivo sul fronte dei casi di inquinamento ambientale in Nigeria, lo Stato più popoloso d’Africa nonché primo produttore di petrolio del continente (tredicesimo al mondo). Per rendere l’idea, nel Paese il 90% delle entrate derivanti dalle esportazioni proviene dalle vendite di greggio. Ogni anno, circa 240.000 barili di petrolio si riversano nelle acque del delta del fiume Niger, con danni irreparabili sui raccolti e sulla pesca.

Grazie alla collaborazione di Chima Williams con le comunità agricole dei villaggi di Goi e Uruma, la corte d’appello del Tribunale penale internazionale con sede all’Aia ha accertato la colpevolezza della filiale nigeriana della Royal Dutch Shell per alcuni disastri petroliferi in Nigeria. Secondo la sentenza, la multinazionale non ha volutamente installato un sistema di rilevamento delle perdite all’interno dell’oleodotto di Oruma: una pratica standard in occidente ma, purtroppo, sistematicamente omessa negli Stati africani. Un risparmio sulla pelle delle piccole comunità contadine.

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