Scenari futuriIl modo in cui utilizziamo l’acqua è destinato a cambiare per sempre

La crisi idrica durerà a lungo, ed è giunto il momento di porsi nuove domande. Avrà senso tenere in piedi i parchi acquatici? O gli impianti sciistici quando manca la neve? E gli autolavaggi? La risposta è, probabilmente, negativa. Anche per quanto riguarda determinate tecniche agricole a cui rimaniamo ancorati

LaPresse

Questo inverno nel nord Italia è stato raggiunto il record di 100 giorni senza piogge; maggio e giugno sono stati caratterizzati da temperature più alte rispetto alle medie stagionali e le proiezioni climatiche non fanno che confermare che, a tendere, pioverà sempre di meno. Siamo così entrati in una crisi idrica a dir poco preoccupante, che ha spinto alcune Regioni a dichiarare lo stato d’emergenza e il cui epicentro – secondo l’Associazione nazionale bonifiche irrigazioni miglioramenti fondiari (Anbi) – si sta spostando nel centro Italia. 

Alla luce di questa emergenza, stanno emergendo nuovi scenari per quanto riguarda l’utilizzo dell’acqua, destinato a cambiare per sempre. Nel nostro Paese «possiamo contare su una fitta rete di sensori: incrociando i dati così ricavati con quelli satellitari si può stimare, in base a quanta acqua è piovuta, quanta ce ne sia nel suolo, nel sottosuolo e nei fiumi. Tutte queste informazioni ci dicono che la riduzione, rispetto a un normale anno idrologico, è stata del 60/70%», ci spiega Luca Brocca, dirigente di ricerca del gruppo di idrologia del CNR Irpi (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica). 

«Nel lungo periodo e con l’aumento delle temperature, quello che tutti ci aspettiamo è che la quantità di precipitazioni nel Mediterraneo sia destinata a diminuire. Le proiezioni climatiche ce lo dicono da tanto tempo. Ma quando questo succederà non possiamo dirlo con esattezza. Potrebbe essere nell’arco dei prossimi cinque o dieci anni, nessuno lo sa. Il rischio è che ci siano periodi di carenza di acqua però è concreto, quindi quello che dobbiamo fare è impegnarci per arginare la situazione». 

In Italia, Paese ricco di sorgenti, abbiamo sempre avuto abbondanza di acqua e nessuno, in primo luogo il sistema politico, si è mai troppo preoccupato di come allocare in maniera saggia il suo utilizzo, ma ora che di acqua ne abbiamo meno dovremo imparare a gestirla meglio. 

«Questo è un fatto», continua Brocca, «come farlo in maniera ottimale è una questione che riguarda sì i numeri, ma anche la volontà politica. Dovremo sicuramente razionare l’acqua prima o dopo. La questione è delicata perché gli interessi in gioco sono alti, ma la disponibilità è quella che è, quindi si imporrà un tema di scelte». 

Nel momento in cui c’è poca acqua per l’agricoltura o per l’utilizzo domestico avrà senso tenere in piedi i parchi acquatici? O gli impianti sciistici quando manca la neve ed è necessario spararla? E gli autolavaggi? «Presto o tardi, tutte queste cose dovranno essere gestite meglio e probabilmente alcune situazioni – per come le abbiamo vissute fino ad oggi – non saranno più sostenibili: non solo tenere in piedi impianti sciistici con sola neve artificiale o parchi acquatici tutta l’estate».

La crisi idrica di questi mesi cambierà anche il modo in cui dovremo approcciarci all’agricoltura. Luca Brocca spiega che «coltivare frutta tropicale nella pianura padana come i kiwi» non sarà più pensabile. Anche il riso «richiede una quantità d’acqua molto più elevata rispetto ad altre coltivazioni. Qualsiasi proiezione o trend climatico è, appunto, una proiezione, e come tale può essere disattesa l’anno dopo. Ma in un arco temporale di cinque, dieci anni, lo sappiamo: nel Mediterraneo l’acqua mancherà e ci sarà quindi la necessità non solo di usarla meno, ma di usarla meglio».

Ricordiamo che l’Italia non è un Paese in cui l’acqua scarseggia: «Da noi piove tre volte tanto quello che piove in Israele, dove l’acqua viene riutilizzata anche due o tre volte. In Italia utilizziamo l’acqua potabile anche per farci la doccia o lavare le macchine. Da un lato è necessario fare degli interventi affinché l’acqua venga utilizzata in maniera più efficiente, quindi interventi infrastrutturali, e dall’altro c’è la necessità di capire quali sono gli utilizzi più sostenibili e quelli meno: da qui a quindici anni non potremo più permetterci di utilizzare tutta l’acqua che utilizziamo adesso. Dobbiamo considerare l’acqua a nostra disposizione come un conto in banca: se non ho soldi a sufficienza non mi posso comprare sia la casa, che la macchina, che andare a cena fuori tutte le sere. L’acqua è un bene finito e presto o tardi dovremo fare i conti con il fatto che sarà necessario fare delle scelte in merito al suo utilizzo», sottolinea l’esperto dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica.

«Sullo sfondo della situazione che viviamo adesso esiste un problema di sostenibilità dell’uso della risorsa idrica», integra Domenico Pianese, professore di Costruzioni idrauliche e marittime e idrologia all’Università di Napoli Federico II. In seguito all’industrializzazione e all’antropizzazione, le risorse idriche in Italia sono state sfruttate in maniera spesso indiscriminata: «L’uso dell’acqua in campo industriale o idroelettrico, ad esempio, non richiede dei requisiti di qualità che viceversa deve possedere quella destinata al consumo umano, ma oggi noi utilizziamo l’acqua potabile anche per quelli. Sono circa 15 i miliardi di metri cubi di acqua presenti complessivamente sulla terra: non sono pochi, ma quello che succede a una parte di questi durante il ciclo idrologico con cui ritornano al suolo, è che vengono contaminati dall’uso spesso dissennato del territorio da parte dell’uomo». 

Contaminati in che modo? «Se io per irrigare una zona prelevo acqua dal sottosuolo, abbasso il livello della falda: questo comporta il fatto che vengano richiamate acque dall’esterno che, se provengono da una zona industrializzata o antropizzata, sono contaminate perché raccolgono moltissime sostanze chimiche», spiega il professor Pianese.  

Questo significa che quando noi andiamo ad attingere acqua per un uso industriale da una falda, anziché utilizzare acque reflue, «esponiamo quella falda a una contaminazione: questo fa sì che con il tempo diventi inutilizzabile. Questo processo è ben visibile in questi giorni con quello che sta accadendo nel delta del Po». L’abbassamento delle falde acquifere vicino al mare causa l’ingresso dell’acqua salata nel sottosuolo per via di un fenomeno idraulico responsabile del cosiddetto cuneo salino: così «l’acqua del mare rientra nel fiume e nelle falde vicine, e questo produce immensi danni all’agricoltura», dice Pianese. 

Il tema non è solo quello di usare meno acqua, ma di usarla meglio: «In Italia abbiamo un problema gestionale di carattere generale: il Piano regolatore generale degli acquedotti risale al 1967 ed è un primo modo virtuoso di porsi rispetto al tema della gestione delle risorse idriche, ma oggi si impongono delle implementazioni al sistema. La programmazione dell’azione è importante, ma deve essere supportata dai finanziamenti, che nel settore idrico, in Italia, ultimamente sono stati piuttosto scarsi», racconta Pianese. 

Cosa manca? «Interventi efficaci di raccolta delle acqua grigie. Sarebbe auspicabile un piano nazionale che converta le strategie, oggi applicate a livello locale, in legge. Ad esempio, dovrebbe essere data a tutti la possibilità di fare la propria parte: ogni cittadino dovrebbe essere messo in grado di raccogliere le acque reflue e utilizzarle all’interno dello stabile. L’acqua che si accumula sui tetti va benissimo per alimentare la cassetta dello sciacquone, o per lavare le strade o la macchina. A livello più macroscopico si potrebbero immaginare delle strade drenanti, con giardini ai lati che siano in grado di collettare l’acqua e distribuirla in maniera intelligente nel sottosuolo». 

Dovremo tutti rivedere il nostro mindset nei confronti dell’utilizzo dell’acqua: saranno da trovare delle soluzioni per riutilizzare la risorsa idrica riguardo a situazioni che oggi attingono all’acqua potabile ad esempio, e sarà necessario imparare a fare delle scelte anche nel nostro quotidiano in merito a cosa mangiamo, cosa indossiamo e come decidiamo di spostarci.

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