L’aria che (non) tiraPerché il settore eolico in Italia non sta decollando

La velocità media del vento sta calando a causa del riscaldamento globale. In più, ci sono altri due ostacoli: la burocrazia e le resistenze di cittadini, enti locali e associazioni. Il risultato? Nel 2021, nel nostro Paese, sono stati installati solo 0,3 GW di nuova potenza complessiva

Un parco eolico nel Comune di Surbo, in provincia di Lecce (LaPresse)

In Italia l’energia eolica sta attraversando un momento non facile. Lo conferma l’ultimo report mensile sui consumi elettrici di Terna, la società italiana operatrice delle reti di trasmissione dell’energia elettrica: a maggio 2022, la produzione di energia dal vento sul territorio nazionale si è ridotta considerevolmente rispetto allo stesso mese del 2021, segnando un -43,1%. 

Mantenendosi in linea con la tendenza annuale, lo scorso maggio la richiesta di energia elettrica è nel complesso aumentata rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+5,5%) e del 2020 (+13,7%). La domanda, però, è stata soddisfatta soprattutto da fonti non rinnovabili (46%) e in misura minore da fonti rinnovabili (37%, il 18,2% in meno rispetto a maggio 2021). La restante parte si riferisce al saldo estero, che è cresciuto. Tra le fonti rinnovabili, soltanto la produzione da energia solare ha segnato un aumento (+4%), mentre l’idroelettrico rinnovabile, così come l’eolico, è in calo (-28,8%).

Il problema della siccità eolica
Questi dati sono prima di tutto un riflesso della crisi climatica. Il clima secco e caldo e l’emergenza siccità degli ultimi mesi hanno messo a dura prova il settore idroelettrico, ma in realtà anche l’eolico risente del riscaldamento globale, tanto che si parla ormai di siccità eolica. 

Secondo il sesto rapporto di valutazione dell’Ipcc, se si verificherà un aumento di 2°C entro il 2050 ci sono otto probabilità su dieci che nell’Europa mediterranea la velocità media del vento diminuisca e cinque probabilità su dieci che la stessa cosa accada nel Nord Europa. La causa sarebbe da attribuire al rapido riscaldamento della regione artica e alle minori differenze di temperatura tra le varie latitudini. Già nel 2021, in alcune zone dell’Europa centrale e nordoccidentale, è stata registrata una velocità del vento inferiore alla media degli ultimi quarant’anni. 

Questo comporta ovviamente una riduzione del potenziale di generazione di energia eolica, ed è un problema. Nel generale contesto della crisi climatica e visti gli attuali limiti dell’idroelettrico dovuti alla siccità, il contributo dell’eolico può e deve diventare un tassello fondamentale per raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione e contrastare l’emergenza climatica. 

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), per contenere l’aumento delle temperature a 1,5 °C bisogna aggiungere – a livello globale – circa 390 gigawatt (GW) di parchi eolici all’anno entro il 2030. La siccità eolica sperimentata in alcuni luoghi nel 2021, insomma, non deve diventare la scusa per spostarsi su altre strade: al contrario, dovrebbe essere l’incentivo a potenziare gli impianti eolici e a prepararsi ad affrontare la futura variabilità del clima e del vento. D’altronde è proprio questa la direzione in cui si sta dirigendo l’Europa, dato che la Commissione europea punta a fare in modo che l’energia eolica rappresenti il 50% di tutta l’elettricità utilizzata nell’Unione europea entro il 2050 (oggi è circa il 15%).

La burocrazia che ferma il vento
La sostanziale stasi dell’eolico italiano non si può però attribuire (solo) alla siccità eolica. Al momento l’ostacolo principale al decollo del settore è la burocrazia che blocca la realizzazione dei nuovi impianti, per la cui autorizzazione bisogna produrre una grande mole di documenti, coinvolgere enti diversi e tenere conto della disomogeneità normativa tra regioni. 

Il problema riguarda anche il repowering degli impianti esistenti. Come riporta Bloomberg, inoltre, alcune delle principali aziende produttrici che si occupano di eolico tra Europa e Stati Uniti sono in difficoltà a causa dei cambiamenti nei sussidi per l’energia pulita, dell’aumento dei costi per le materie prime e la logistica e della pressione per ridurre i prezzi delle turbine, con la conseguente diminuzione dei profitti.

Al momento, la potenza eolica installata in Italia è di 10,93 GW, ma secondo il presidente dell’Associazione nazionale energia del vento (Anev), Simone Togni, potrebbe arrivare a 20 GW nel 2030 e oltre i 30 GW nel 2050. Eppure, la realtà è sconfortante. Basti pensare che le autorizzazioni degli impianti eolici nel triennio 2018-2020 sono calate dell’80% rispetto al 2012-2014. 

Secondo uno studio di Althesys, il 50% dei progetti rinnovabili non viene realizzato a causa delle difficoltà burocratiche, e l’altro 50% vede la luce con 6-8 anni di ritardo rispetto ai tempi previsti dalla legge. In Italia, nel 2021, oltre il 70% dei 264 nuovi progetti eolici e fotovoltaici utility scale censiti risultava ancora in corso di autorizzazione. Parlando nello specifico dell’eolico onshore (a terra), l’anno scorso sono stati autorizzati circa 300 megawatt (MW), mentre 1,2 GW erano ancora ostaggio della burocrazia. 

A conti fatti, nel 2021 sul territorio nazionale sono stati installati solo 0,3 GW di nuova potenza eolica complessiva: a questo ritmo è impossibile raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione in tempi utili. Inoltre, gli investimenti green dovrebbero andare di pari passo con l’efficientamento della rete elettrica nazionale, che deve essere in grado di gestire e accumulare l’energia prodotta da un numero crescente di impianti rinnovabili. 

Per cercare di sbloccare la situazione, a inizio maggio è stato approvato il decreto energia e investimenti, che tra le altre cose semplifica i procedimenti di approvazione degli impianti rinnovabili e individua con criteri omogenei in ogni Regione le zone idonee alla loro realizzazione. Fino a quel momento venivano elencati soltanto i siti non idonei, lasciando di conseguenza ampio margine di obiezione su tutti gli altri da parte di amministrazioni ed enti locali. In questo modo, invece, si punta a prevenire i contenziosi successivi all’approvazione dell’impianto rinnovabile. 

Le resistenze psicologiche
L’altro ostacolo – che non è recente né esclusivamente italiano – al decollo dell’eolico riguarda le resistenze psicologiche di alcuni cittadini, associazioni, comitati e amministrazioni. I cosiddetti Nimby (Not in my backyard: non nel mio giardino) e Nimto (Not in my terms of office: non durante il mio mandato) si oppongono alla realizzazione di pale eoliche soprattutto per via dell’impatto paesaggistico e ambientale. 

Anche dopo aver ottenuto la Via (Valutazione di impatto ambientale) dall’ente di competenza, la realizzazione di un impianto potrebbe essere ulteriormente frenata dal ricorso di un Comune che mette in dubbio l’idoneità del territorio a ospitare il parco eolico. Sta succedendo ad esempio a Castel Giorgio (Terni), dove il progetto di realizzazione di sette turbine eoliche ha ricevuto il via libera della Regione Umbria, ma è osteggiato dall’amministrazione comunale. 

Esistono già strategie di mitigazione per rendere gli impianti eolici compatibili con la conservazione della biodiversità, mentre è certamente più difficile ribattere alle contestazioni che fanno leva sul senso estetico. Legambiente sta provando a mutare la sensibilità su questo fronte con “Parchi al vento”, una guida turistica gratuita online, da poco disponibile nella seconda edizione, che individua alcuni parchi eolici italiani e invita a visitarli. Esattamente come si fa con quei paesaggi insoliti e suggestivi, ma non privi di bellezza.

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