Modelli di rischioIl clima causerà la prossima crisi finanziaria, ma a molte banche sembra non interessare

La disponibilità di dati certi, completi e chiari è uno dei principali ostacoli alla migliore gestione dei rischi ambientali per gli istituti di credito. Vivendo nell’era della data economy, questi problemi possono ancora essere risolti. Ma bisogna fare in fretta

Unsplash

Sono state più di 300 le persone che hanno risposto all’appello lanciato lo scorso ottobre dal guru del marketing Seth Godin. Sono artisti, imprenditori, scienziati, insegnanti e cittadini comuni provenienti da 41 paesi del mondo. Ciascuno di loro ha offerto il proprio personale contributo per realizzare un libro sui cambiamenti climatici che è stato pubblicato il 12 luglio negli Stati Uniti e il giorno successivo in tutto il resto del mondo.

Il proposito dichiarato di “Carbon Almanac. Guida al cambiamento climatico” è di fornire le informazioni chiave affinché ciascuno di noi contribuisca a determinare la svolta definitiva e risolutiva nei processi sociali ed economici che stanno pesando sull’innalzamento della temperatura media. E la modalità con cui persegue il proprio scopo è la puntuale esposizione di fatti, dati, tabelle, mappe, infografiche, definizioni, storia, citazioni e risorse che fotografano il climate change e il rischio che comporta.

In una intervista rilasciata al Sole 24 Ore in occasione della pubblicazione del volume, Godin ha evidenziato come la trattazione schietta e capillare del problema che ne agevoli la comprensione, sia la leva che ci resta per effettuare quel cambiamento che può ancora avvenire.

Perché non è ancora troppo tardi, come recita il sottotitolo, contrastare la narrativa imperante «complicata di proposito dagli estrattori di petrolio, dalle industrie e da tutte quelle persone che non vogliono farci parlare di ciò che sta accadendo attorno a noi, della siccità, delle ondate di calore, delle tempeste di neve in Texas, dello scioglimento delle calotte polari».

Raccontare le cose come stanno a beneficio di tutti e di ogni capacità di comprensione è la via indicata da Godin per il cambiamento, assumendo il suo punto di vista come la miglior prospettiva, dobbiamo convenire con quanto hanno scritto, a seguito della pubblicazione dell’esito del recente stress test condotto dalla Banca centrale europea (Bce), che il clima causerà la prossima crisi finanziaria in Europa.

Ora, senza inutili allarmismi, di fatto quel che la Bce ha fotografato non è un quadro imprevisto o sorprendente, è la realtà: la maggior parte delle oltre 100 banche prese in esame non ha inserito i rischi connessi al climate change tra quelli da prendere in considerazione nelle politiche di prestiti e investimenti. Non includere il rischio climatico nei propri modelli di rischio di credito mette a rischio la stabilità finanziaria del nostro vecchio continente.

«Se le banche non includono adeguatamente i rischi climatici nei loro modelli – scrive Euractiv – ciò le espone a perdite impreviste, ad esempio se una compagnia petrolifera da loro finanziata fallisce a causa delle politiche per mitigare i cambiamenti climatici. Se a non farlo sono la maggioranza degli istituti, la stabilità del sistema finanziario è a rischio».

Considerando che, e il dato emerge dallo stesso report, circa due terzi delle entrate delle banche da clienti aziendali non finanziari provengono da industrie ad alta intensità di emissioni di gas serra, e che in molti casi, le “emissioni finanziate” provengono da un piccolo numero di grandi società, secondo la Bce la loro esposizione ai rischi della transizione è fortemente aumentata.

Lo stesso elemento che Godin indica come ostacolo alla comprensione e dunque alla risoluzione del cambiamento climatico, cioè la disponibilità di dati certi, completi e chiari, pare essere uno dei principali ostacoli alla migliore gestione dei rischi climatici per le banche che spesso non dispongono dei dati sui rischi climatici dei loro clienti.

C’è molto lavoro da fare per colmare queste lacune, non sono io a dirlo, lo dice in primis la Bce per il tramite del suo presidente del consiglio di Vigilanza, ma la buona notizia è che, vivendo nell’era della data economy, di dati non vi è certo scarsità. Si tratta quindi non più solo di essere capaci di produrre questa abbondanza di numeri, ma di essere disposti ad aiutare chi deve prendere decisioni politiche a metterli a fattor comune, valorizzarli e renderli utili ad assicurare un futuro di stabilità alla nostra e alle prossime generazioni.

X