Questa casa non è un alberghieroConcita, Harvard e la società signorile di Massa Lubrense

La battuta di Concita De Gregorio, fatta per illustrare la distanza tra Draghi e i parlamentari, scatena l’indignazione dei soliti social, pronti a lanciare accuse di classismo dimenticandosi di guardare la realtà

di Vidar Nordii, da Unsplash

«A volte Draghi assume questo tono da titolare di cattedra a Harvard che è finito in un alberghiero di Massa Lubrense». Ci sono molte cose che si possono pensare quando, mercoledì sera, Concita De Gregorio butta lì questa battuta.

Quella che penserebbe qualcuno di costruttivo è: ecco, pensiamo a una seria riforma degli istituti alberghieri, ché a Milano è più facile trovare uno stylist eterosessuale che un cameriere di ristorante costoso che sia in grado di versarti il vino senza sgocciolarlo sulla tovaglia. (Spero apprezzerete come in tre righe, un solo screenshot, io vi dia modo d’accusarmi sia di classismo sia d’omofobia).

Quella che penso io è: maledizione, perché non l’ho scritta io.

Quella che pensa (e dice) un’ospite del programma condotto dalla De Gregorio è «eh ma non è un docente di Harvard» (la conduttrice esala «era una metafora, era un esempio», probabilmente maledicendo dentro di sé l’epoca del letteralismo).

Quella che pensa (e dice) la suscettibilità campana sui social è: come ti permetti, Massa Lubrense è un posto bellissimo. (Una volta avevamo le pro-loco, ora abbiamo i polemisti social. Tra i quali la docente universitaria e ospite televisiva Donatella Di Cesare, che pensa si tratti di questione meridionale; e il sindaco di Massa Lubrense, evidentemente convinto che Harvard sia una mensa, che invita la De Gregorio ad andare a mangiare lì e poi dire «mi sono sbagliata, scusatemi», se solo a Boston sapessero fare il dottorato in scienze politiche al sangue come lo spadellate voi).

È verità universalmente riconosciuta che siamo ormai completamente incapaci di considerare il bersaglio delle battute (l’alberghiero non è Harvard, che sia a Massa Lubrense, a Parigi o a Pordenone; e comunque: la figlia del multimilionario Chris Rock studia da cuoca a Parigi, essendo quelli che di mestiere fanno i soldi e non i polemisti di Twitter consapevoli che ormai saper friggere le uova è abilità più rispettabile che conoscere l’aoristo).

È verità universalmente riconosciuta che siamo altresì incapaci di considerare le cose nel loro contesto temporale. Mentre otto italiani su cento guardavano Concita De Gregorio e David Parenzo (povera Gruber: anni di fatiche, botte, e perdi casomai la crisi di governo), Jacob Bernstein pubblicava sul sito del New York Times la sua cronaca del funerale di Ivana Trump.

Da qualche giorno su Netflix c’è il nuovo monologo di Bill Burr, Live at Red Rocks, in cui a un certo punto il comico dice una delle grandi indicibilità contemporanee: per chi è un adulto oggi, è un po’ straniante vedere i nuovi padri che fanno la gara a chi è più amorevole verso i figli, giacché ai nostri tempi i padri erano figure terrorizzanti. E non è che i nostri tempi fossero l’Ottocento dickensiano, eh: parliamo di pochi decenni fa.

È un rimosso molto interessante. Qualche giorno prima di vedere Burr, ero a un pranzo al quale due signore parlavano di come ritenessero il far mangiare a un bambino una cosa che non gli piace non certo un ordinario tentativo di educarlo, ma «una violenza agghiacciante». Ho detto: beh, no, una violenza agghiacciante è prenderlo a cinghiate. Le signore sono insorte: come osavo anche solo evocare un’immagine del genere, come potevo sminuire il sopruso di farti ingoiare la sogliola sgradita.

La più scandalizzata delle signore era più vecchia di me, il che vuol dire che ha rimosso un tempo che ha vissuto, che ha applicato il metodo Strasberg alla vita e s’è convinta che la cosa più violenta e inaccettabile che tu possa fare a un bambino è dirgli: finché non mangi le verdure non ti alzi da tavola. D’altra parte uno dei più clamorosi successi televisivi degli ultimi anni, This Is Us, ha per protagonista un padre degli anni Ottanta chiaramente scritto con in mente i padri degli anni Venti: uno che ha come principale scopo di vita rendere felici i figli. La ragione per cui quello sceneggiato non dovrebbe funzionare è la ragione per cui funziona: vogliamo raccontarci che il mondo è sempre stato così.

E quindi l’articolo di Bernstein (figlio di Carl e di Nora Ephron) veniva twittato dagli americani con lo sdegno con cui gli italiani twittavano dell’alberghiero di Massa Lubrense: i figli di Ivana Trump raccontavano che la madre, cresciuta nella cortina di ferro e poco disposta ad assecondare i capricci, li picchiava col cucchiaio di legno.

Non c’era bisogno d’essere esperti in senso del tono o in dinamiche familiari per capire che le orazioni funebri riportate da Bernstein erano molto affettuose. «Se piangi ti do il resto», diceva Ivana al figlio nel bagno d’un ristorante a un cui tavolo il piccino aveva fatto troppi capricci, racconta il figlio quarant’anni dopo, ed è una frase così familiare a chiunque sia cresciuto nel Novecento che bisogna avere un grave rimosso (o una gran determinazione a far equivalere “famiglia Trump” con “violenza agghiacciante”) per prenderla per un’affermazione diffamatoria con cui i figli vogliono prendere le distanze dalla salma della madre.

Guardavi i tweet di ferma condanna davanti a un’ordinaria cronaca di genitorialità novecentesca, pensavi a Jacob Bernstein il cui documentario sulla madre era elegiaco, e improvvisamente dubitavi: avevi sempre creduto lo fosse perché Nora era una donna straordinaria, ma forse non era quello, forse è che in questo secolo fragile non si può dire la verità su nulla, neanche sul secolo scorso.

Mentre il ceto medio riflessivo italiano difendeva il teorico alberghiero di Massa Lubrense (mio commentatore preferito, sotto il tweet del campano Antonio Polito, uno che precisava che nell’alberghiero che in realtà sta a Vico Equense si forma il personale degli stellati in cui mangia Concita De Gregorio; chissà se si forma lì anche il personale che sgocciola il vino a Milano), io mi chiedevo se ci volesse Chris Rock – multimilionario con la terza media, intellettuale senza titoli di studio – per essere felice che la figlia studi da cuoca a Parigi, Parigi dov’è arrivata con l’aereo privato.

Noialtri poco ricchi con pretese intellettuali come reagiremmo, se invece del liceo-classico-che-apre-la-mente la nostra prole ci dicesse di voler frequentare una scuola in cui imparare a sfilettare il branzino? Diremmo ma certo, tesoro, meglio di Harvard, vuoi mettere? O correremmo a piangere da Concita?

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