Trova le differenzeIl video di Meloni, quello di Civati e la scoperta che non contano i fatti, ma solo le nostre simpatie

Giorgia posta un video di uno stupro e viene sommersa di insulti, Pippo le immagini fuori da una mensa dei poveri di Milano e viene lodato. La violazione della privacy è uguale, ma il trattamento, a seconda della curva di tifosi, è diverso

Anthony Delanoix, Unsplash

Oggi giochiamo a «trova le piccole differenze», come nelle estati del Novecento in cui facevo i giochi facili che mia zia mi lasciava sulla Settimana Enigmistica. Come sapete, il gioco consiste nel guardare due immagini praticamente identiche e notare quali dettagli cambino.

La prima immagine è dell’agosto 2022. Giorgia Meloni, candidata che non piace alla gente che piace, prende dal sito d’un quotidiano il video d’uno stupro. È ripreso da lontano, e lei lo pubblica per stigmatizzare l’accaduto (e, ovviamente, per fare campagna elettorale). Viene investita dalla compatta disapprovazione di chiunque non sia suo collaboratore. Come hai potuto pubblicare senza l’autorizzazione della vittima quelle immagini, la sua privacy, la riconoscibilità dalle grida anche se non si vede niente, passeresti sopra a tutto per la propaganda. Vergogna, persino, le dicono, visto che ormai siamo diventati tutti il Gabibbo.

La seconda immagine è anch’essa dell’agosto 2022. L’altroieri Giuseppe Civati, candidato che piace alla gente che piace, ripubblica (al posto da cui l’aveva preso ci arriviamo dopo) un video girato fuori da una mensa dei poveri di Milano. C’è gente che non ha da mangiare e che è in fila per un piatto di minestra. Si vedono tutti quanti in faccia. Alcuni di noi provano a obiettare che forse la gente in fila per chiedere l’elemosina non è contenta di venire pubblicata, e che nel dubbio sarebbe bene astenersi. Civati non risponde (né cancella il video, come alcuni l’avevano invitato a fare), ma tra i benintenzionati le risposte sono surreali.

Certo, tu non vuoi vedere i poveri. Certo, quando non hai i soldi per mangiare pensi proprio ai social. Certo, ora stai a vedere che uno debba vergognarsi d’essere povero. Ma perché, una che viene stuprata deve invece vergognarsi d’essere stuprata? Sono sicura non voleste intendere questo, cari i miei stolidi benintenzionati. Sono sicura che, se sedate il cane di Pavlov in voi e l’urgenza di schierarvi, sarete d’accordo che rispettare la privacy delle persone in difficoltà è una richiesta ragionevole. Persino se sono povere.

Il video originale, condiviso da un tizio e poi ritwittato da Civati, l’ha pubblicato un account (italiano) che, quando sono andata a controllare, lo accompagnava con le parole «This is Mario Draghi’s Italy». Ah, vedi. Dopo la fidanzata di Coso dei Måneskin che inventa l’endometriosi, Mario Draghi che inventa la povertà. Che decennio creativo. Tra i retweet, menzione d’onore all’americano che dice non possiamo permettere che l’America finisca così. Ah, vedi. In America finora erano scarsi in quanto a povertà, meno male che c’è l’export delle grandi idee italiane.

Chissà se Civati il video non l’ha tolto perché impegnato a far dei figli, mangiare, bere, leggere, amare, grattarsi, e aveva le notifiche di Twitter disattivate. O perché ha letto i consigli delle persone ragionevoli ma non concordava: lasciare lì in bella vista gente che chiede l’elemosina e non ha acconsentito a finire in mondovisione gli sembra proprio una buona idea. La terza ipotesi, quella che sappia che è una cosa schifosa ma gli sembri possa pagare elettoralmente, non voglio neanche prenderla in considerazione.

Nel gioco di oggi c’è un trucco. Le piccole differenze tra le due immagini non sono differenze tra le immagini: sono differenze tra chi le guarda. Attengono alla nostra incapacità di valutare i fatti, essendo noi accecati da simpatie e antipatie. Non riteniamo che i poveri si possano pubblicare come ci pare e piace e le stuprate no: riteniamo che Civati sia dei nostri e la Meloni no.

Qualche anno fa, una troupe di Mediaset s’introdusse con la forza a casa mia. Era un reato, come ha stabilito il tribunale in primo grado e poi in appello: non si può entrare a casa della gente e riprenderla se non vuol essere ripresa, chi l’avrebbe mai detto. Quando quel video fu mandato in onda, le reazioni non avevano niente a che fare col video: avevano a che fare con l’antipatia o la simpatia che chi lo guardava provava per me.

Ancora oggi c’è gente che scrive sui social che se lo guarda sghignazzando, il video d’un reato, ed è la stessa gente che stigmatizza la Meloni quando posta un altro video di reato, e che davanti a quel reato lì mica sghignazza: perché è più sensibile allo stupro che alla violenza privata? No, perché la signora ucraina stuprata non aveva mai scritto su Twitter qualcosa con cui essa gente si trovasse in disaccordo: non si era macchiata di antipatia, meritandosi perciò violenza. Il codice penale non ci interessa granché; il codice dei nostri umori, moltissimo.

Quando Vongola75 dice quanto si diverte a guardare me che mi agito per far uscire un pregiudicato da casa mia, non è dissimile da Marsupio88 che dice ma quali poveri, quelli in fila sono scrocconi col cellulare. Soprattutto, entrambi – e altri milioni di simpatizzanti e antipatizzanti d’ogni scandale du jour – sono la prova che aveva ragione Thoreau, e la maggioranza della gente continua a vivere vite di silenziosa disperazione, e almeno i social la illudono che quelle vite siano meno silenziose.

Ma più che altro sono il segno che per il discorso pubblico non c’è speranza, incistati come siamo nelle nostre curve di tifoseria, nella nostra incapacità di vedere la realtà, di vedere a che punto sta la piccola differenza tra ciò che giusto perché lo è, e ciò che lo diventa solo perché è l’ingiusto che accade al soggetto giusto: quello della curva avversaria.