Diplomazia nello spazioIl futuro della stazione spaziale internazionale dopo il ritiro della Russia

Mosca ha annunciato il suo ritiro a fine 2024 per mettersi in proprio, ma non ha le risorse. Però neanche l’Iss potrà garantire gli attuali livelli operativi dopo il 2030 senza un investimento massiccio, soprattutto degli Stati Uniti

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È grande come un campo da football e orbita a 420 chilometri dalla superficie della Terra. Dal 1998, in più di vent’anni di onorato servizio, la Stazione spaziale internazionale (Iss nell’acronimo inglese) è un simbolo di concordia tra Paesi che avevano passato quel «secolo breve» a farsi la guerra. Con un nuovo conflitto nel cuore dell’Europa, la Russia ha annunciato – ma non ancora formalizzato – il suo ritiro a fine 2024. Equivarrebbe al pensionamento della stazione, e la Nasa lavora per rimandarlo, però mancano ancora reali alternative. Si apre il problema di un vuoto strategico nel cielo. Mosca offre satelliti all’Iran e si lega inesorabilmente alla Cina, che sta completando un modulo alla volta la sua Tiangong, già abitata dai taikonauti e di una nuova generazione rispetto alla Iss.

I “taikonauti”, a scanso di equivoci, sono gli astronauti cinesi. È un retaggio della corsa allo spazio: a parità di mansioni, la professione che tutti i bambini sognerebbero di fare ha nomi diversi in base alle nazioni. Se in passato l’etimologia era greca anche per i cosmonauti sovietici, tai kong in mandarino significa «spazio» ed è un altro indice del fatto che i tempi sono cambiati. Nella sua maoizzazione, Xi Jinping vuole lasciare in eredità il rango di superpotenza spaziale. Ci riuscirà. In termini di tecnologia, la Russia ha ormai poco da offrire a Pechino. È vero il contrario.

Il programma del Cremlino vaticina il ritorno sulla Luna e motiva l’abbandono della Iss con la volontà di mettersi in proprio, ma non ha le risorse economiche. Le sanzioni occidentali in risposta all’invasione dell’Ucraina gli hanno tagliato la componentistica, oltreché le gambe. Per questo, le mosse della Roscosmos – l’agenzia governativa specializzata nel bucare le scadenze delle sue missioni più ambiziose – vanno lette in chiave geopolitica. La smobilitazione della parte russa della Stazione spaziale internazionale sarebbe soprattutto un favore all’alleato cinese, a cui lo «zar» sarà sempre più subalterno.

Dopo il 24 febbraio, la collaborazione scientifica tra Russia e Occidente è stata congelata, con l’eccezione rilevante della Iss. Un po’ modello di «diplomazia spaziale» impermeabile alle tensioni terrestri, come durante la Guerra Fredda, un po’ per come è costruita. Ispirata da Ronald Reagan e realizzata un decennio dopo da Bill Clinton anche per dare lavoro agli ingegneri sovietici che Washington temeva potessero finire ad assemblare razzi per altri regimi, la stazione ha due parti complementari e interconnesse. Era epoca di disgelo e così, per volare, ciascun ramo ha bisogno dell’altro. Quello russo corregge la traiettoria, bilanciando l’attrazione gravitazionale del pianeta; quello americano alimenta l’intera struttura con i suoi pannelli solari.

La Nasa nell’ultimo quarto di secolo ci ha speso 100 miliardi di dollari. Sono coinvolti anche l’Esa europea, il Canada e il Giappone. La ricerca che si fa lassù ha avuto importanti ricadute sulla nostra vita quotidiana, ma quello è anche l’unico laboratorio dove studiare gli effetti sul corpo umano delle radiazioni cosmiche e dell’assenza prolungata di gravità. Questi progetti, ancora in corso e non conclusi, sono il presupposto per i viaggi spaziali più lunghi. Per la prossima frontiera, Marte. E poi oltre. Per questo non possiamo rinunciare alla Iss.

Era stata concepita per durare 15 anni, ma grazie agli innesti tecnologici l’aspettativa di vita della Stazione spaziale internazionale si è allungata fino al 2030. La Russia promette di sfilarsi a fine 2024, ma non lo avrebbe ancora notificato ai partner, come invece prevedono gli accordi, dove è richiesto un anno di preavviso. Non che il Cremlino sia mai stato particolarmente sensibile al diritto internazionale.

Servirebbe tempo, poi, per smantellare il braccio russo e portar via l’equipaggiamento. Il New York Times ipotizza che la cosa più conveniente, per un gigante in crisi di liquidità, potrebbe essere vendere direttamente agli americani.

A prescindere dalle tempistiche, una rottura sembrava inevitabile. Sulla scia dell’aggressione all’Ucraina, il direttore della Roscosmos Dmitry Rogozin era arrivato a minacciare di far precipitare la Iss contro la Terra. Non è avvenuto e Rogozin è stato sostituito da Yuri Borisov. È lui l’uomo che ha comunicato a Vladimir Putin l’uscita dalla Iss in un colloquio a favor di telecamere. «Bene», il glaciale commento del presidente. Intanto, i cosmonauti ancora bordo sono stati costretti a posare in una foto propagandistica con la bandiera secessionista del Donbass.

La Nasa ha stanziato 415 milioni di dollari a tre aziende, tra cui la Blue Origin del fondatore di Amazon Jeff Bezos, per sviluppare progetti di piattaforme private. Il punto è che non saranno pronte in tempo. Era il 2018 quando l’amministrazione di Donald Trump proponeva di tagliare i finanziamenti alla Iss. Il disimpegno è stato sventato. Anche se con Joe Biden si trovassero le contromisure, però, non è scontato che la stazione possa garantire gli attuali livelli operativi dopo il 2030, quando era previsto il suo spegnimento, con tanto di piani per farla ammarare nel Pacifico. A quel punto, la Cina sarebbe l’unica potenza a disporre di un laboratorio e di un quartier generale nell’orbita terrestre.

Mosca sostiene di poter ultimare i disegni della sua nuova stazione entro la fine dell’anno prossimo, per cominciare i lanci entro il 2028. Secondo alcuni esperti, finché Roscosmos non avrà un’alternativa funzionante potrà decidere di rimandare lo sganciamento dalla Iss. Con Pechino esistono già patti per un villaggio lunare in coabitazione. La Tiangong, invece, vola su un’orbita che la Russia non può raggiungere, salvo chiedere un passaggio od ospitalità negli spazioporti asiatici. Per la tv pubblica cinese CGTN, potrebbe venire costruito un modulo per i cosmonauti da attaccare alla stazione. Sarebbe un trasloco.

È già iniziata l’integrazione tra i sistemi di posizionamento satellitare Beidou e Glonass per ridurre, con una costellazione più numerosa, la dipendenza dall’americano GPS. Nel frattempo Mosca – che un tempo lucrava sui viaggi in Soyuz verso la Iss, ora appaltati alla SpaceX di Elon Musk – ha messo in orbita un satellite iraniano, inaugurando una collaborazione quadriennale con Teheran. Non ci sono scopi bellici, assicurano gli ayatollah, ma verrà usato anche per identificare obiettivi da colpire in Israele e in tutto il Medio Oriente, e non certo solo per l’agricoltura.

A Xi, Putin porta in dote soprattutto il blasone dei fasti sovietici, vista l’attuale difficoltà dei suoi programmi fondati sulle “balle spaziali” più che sui risultati. Non si può ignorare questa convergenza in quello che sta diventando sempre più un dominio militare, ad esempio con i test di cannoni laser per abbattere i satelliti, dai cui dati dipendono più di quanto immaginiamo le attività sulla Terra.

Furono i comunisti a mandare nel 1961 il primo uomo tra le stelle, oggi c’è un ideale passaggio di testimone alla Cina. L’Occidente a trazione americana non può permettersi una ritirata dallo spazio, come quella disastrosa dall’Afghanistan di un anno fa.