Da quando sono piccoloIl fanciullino pascoliano e l’errore di usare il presente quando serve l’imperfetto

L’abitudine malsana di appiattire i tempi verbali è diffusa quanto inspiegabile, anche perché spesso ci si riferisce a condizioni (ad esempio, avere 10 anni) che non persistono più nel momento in cui si parla e proprio per questo richiedono l’uso del passato

Alyssa Stevenson, Unsplash

«È da quando sono piccolo che vado al mare nello stesso posto». «Seguo il calcio da quando ho dieci anni».

Se non trovate nulla di stridente quando ascoltate affermazioni come queste (astenersi fanatici della montagna e appassionati di altri sport), allora la faccenda è seria. Non grave, ma abbastanza seria da meritare di essere presa in esame. Perché chi dice «da quando sono piccolo» o «da quando ho dieci anni» in genere non è più piccolo né ha più dieci anni. Come si spiega allora quel paradossale tempo presente?

“Essere piccolo” non è come “essere maggiorenne” o “essere adulto”, condizioni che hanno un momento d’inizio nel corso di una vita umana e una volta determinatesi sono permanenti e irreversibili, la loro fine coincidendo con la fine dell’esistenza individuale: per cui andrebbe benissimo dire «da quando sono maggiorenne/adulto faccio questo o quest’altro». “Essere piccolo” è invece una condizione che ha una fine ma non un inizio che la distingua da una condizione precedente (se non dallo stato fetale, al quale però non è dato fare riferimento con cognizione di causa): si è piccoli fin da quando si viene al mondo, ma a un certo punto si smette di esserlo e si diventa qualcos’altro. Quindi è quanto meno improbabile che un bambino, parlando di sé, dica «da quando sono piccolo»: lui è piccolo, lo è da quando è e non può avere memoria di un prima in cui non lo fosse. Nessuno in realtà potrebbe dire «da quando sono piccolo», tranne forse il Benjamin Button del racconto di Fitzgerald.

Allo stesso modo, “avere dieci anni” – come pure averne trenta o quaranta o più, ma in questi casi l’abbinamento dell’espressione “da quando” con il verbo al presente tende a essere più rara – non è una situazione che si prolunghi vita natural durante: una persona ha dieci anni per 365 giorni (366 in caso di anno bisestile) dal giorno in cui li compie a quello precedente l’undicesimo genetliaco. Come è possibile che abbia ancora dieci anni nel momento (supponiamo: vent’anni dopo) in cui dice che da quell’età imberbe si è messo a seguire il calcio (e magari, se non ha scelto bene, non ha ancora vinto uno scudetto)? Sindrome di Peter Pan?

Per restare nel campo delle patrie lettere potremmo pensare a Pascoli, alla poetica del fanciullino che sopravvive nel fondo dell’uomo adulto, «che non solo ha brividi, ma lagrime ancora e tripudi suoi» – idea peraltro dichiaratamente ricavata da un certo Cebete, il filosofo tebano che nel Fedone platonico, rimproverato da Socrate di cui piange l’imminente martirio, spiega che quelle lacrime non sono sue bensì del fanciullino che è in lui. Peccato che nel nostro caso il fanciullino pascoliano non c’entri niente, non è che ci sentiamo immutabilmente piccoli quando diciamo «da quando sono piccolo», o forse sì, ci sentiamo effettivamente tali – qualcuno, almeno – ma non è per questo che lo diciamo

Perché allora lo diciamo? L’espressione “da quando” introduce una proposizione temporale incoativa, ossia una proposizione subordinata che esprime il momento a partire dal quale ha inizio una certa azione o un modo d’essere; quando questa azione o modo d’essere prolungano i loro effetti fino al presente, il tempo della proposizione reggente è il presente; se la condizione prospettata nella subordinata è una condizione che permane, anche il relativo tempo verbale sarà al presente («da quando sono maggiorenne sono sempre andato a votare»), ma se si tratta di una condizione non più attuale (l’essere piccolo, avere dieci anni) la logica della consecutio vorrebbe l’imperfetto («da quando ero piccolo/avevo dieci anni vado al mare, seguo il calcio».

E invece molto spesso ci ritroviamo il presente. Alla radice di questo paradosso sintattico, come aveva spiegato Luca Serianni (La Crusca per voi, n. 37, ottobre 2008), è la propensione a semplificare il ventaglio dei tempi verbali nel periodo, uniformando il tempo della subordinata al presente della principale. Con la conseguenza che la determinazione temporale resta affidata agli elementi lessicali del periodo: «La presenza del connettivo da quando offre l’informazione sintattica essenziale (temporale incoativa) e l’uso del tempo verbale (avevo/ho) diventa secondario», concludeva il compianto linguista.

Bisogna aggiungere che questo appiattimento dei tempi verbali sul presente avviene essenzialmente quando nella proposizione subordinata compaiono i verbi essere o avere legati a fasi o età della vita (essere piccolo/maggiorenne/adulto, avere tot anni), e soprattutto se si tratta delle fasi iniziali (qui, forse, fa capolino il fanciullino di Pascoli). Nessun cinquantenne regolarmente occupato (a meno che non appartenga al personale scolastico) direbbe «abito qui da quando vado [verbo andare] alle elementari», e nessun lavoratore (a meno che non sia uno studente lavoratore) direbbe «da quando sono liceale [fase post-iniziale] leggo un libro a settimana», così come nessun pensionato potrebbe dire «da quando sono dipendente dell’azienda XY [fase ulteriormente avanzata] non riesco a dormire bene». Mentre si dice tranquillamente, seppure in modo incongruo, «abito qui/leggo molto/dormo male da quando sono piccolo».

Da registrare, per cura curiosità, una diversa interpretazione di questa incongruità espressiva, pescata nel mare magnum del web dove molti naviganti pongono la questione. Viene suggerita da un tale che modestamente si definisce “professional polymath” e asserisce di ragionare «per semantica e non per grammatica» (in realtà, parrebbe, più che altro per psicolinguistica). Il procedimento mentale, che magari inconsapevolmente riesuma il nostro fanciullino, si attuerebbe attraverso due fasi: «1. Creazione di marker storico: me da piccolo. In quanto “me da piccolo”, uso il presente perché è come avessi fatto un flash back. All’inizio del ragionamento in effetti mi sto mettendo nei panni di un bambino. 2. Verifica della costanza della condizione dal marker 1 a oggi. Continuo a ragionare in termini presenti perché è come se in tempo reale facessi un viaggio nel tempo in cui continuo ad analizzare in ogni età se la condizione persiste».

Originale, intrigante, ma – diciamolo – un tantino cervellotico. E a me le spiegazioni cervellotiche, da quando sono piccolo… Ops!