L’inaccettabile aggressioneIl vero pensiero del Papa sulla guerra (e i pacifisti che lo citano a sproposito)

Tanti politici hanno chiamato in causa le parole del Pontefice per legittimare la capitolazione di Kyjiv. Ma Francesco ha sempre detto che gli ucraini sono vittime di una «aggressione inaccettabile, ripugnante, insensata, barbara, sacrilega»

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Pace. È la parola d’ordine di questi giorni. I preparativi della grande manifestazione nazionale, fissata a Roma il 5 novembre, ne sono scanditi mentre più fervono. E di essa si sostanziano le crescenti dichiarazioni sull’immediato «cessate il fuoco» in Ucraina, che, a mezza via tra alate aspirazioni all’universale fratellanza ed egoistici moti di tutela del benessere personale/comunitario, sono talora accompagnate dalle consuete geremiadi su Nato e Ue, guerrafondaie quasi ontologicamente e, dunque, cause prime delle reazioni del Cremlino. 

I ben intenzionati e desiderosi di una rapida fine della guerra, come di ogni conflitto bellico, sono indubbiamente i più. Ma con loro sono sorprendenti banditori di pace anche esponenti di partiti estremisti di destra e sinistra, di movimenti pro family, di gruppi omofobi e antiabortisti, che a Mosca sono politicamente/economicamente legati o vedono ammirati in Vladimir Putin l’antemurale dei valori naturali e cristiani portati a dissoluzione da un Occidente irrimediabilmente corrotto. 

Poco importa che la mano del presidente della Federazione Russa semini dal 24 febbraio distruzione, morte, miseria in Ucraina, che grondi senza sosta di lacrime e sangue di migliaia di innocenti. Poco importa che l’operazione speciale da lui voluta sia in realtà null’altro che la sopraffattoria invasione di uno Stato sovrano. Perché la situazione è in ultima analisi complessa e otto mesi di guerra sono pur sempre conseguenza di politiche atlantiste che hanno esasperato il difensore del russkij mir (mondo russo, ndr) e il pio vindice del “popolo uno e trino” della Santa Rus’, includente Bielorussia, Russia, Ucraina. Non meraviglia pertanto che ancora negli ultimi giorni siano apparsi appelli anche da parte di ben noti intellettuali, per i quali un “negoziato credibile” di pronta risoluzione del conflitto si tradurrebbe, stringi stringi, nella resa incondizionata dell’Ucraina a Mosca. 

Di ben altro tenore, e di fatto passata pressoché sotto silenzio, la chiara e puntuale dichiarazione della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece). Approvato all’unanimità dal presidente, il gesuita e cardinale arcivescovo di Lussemburgo Jean-Claude Hollerich, e dai restanti 19 presuli partecipanti all’Assemblea plenaria d’autunno – compreso il delegato della Conferenza episcopale ungherese, il vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest Gábor Mohos – il testo è stato diramato venerdì in inglese, tedesco, spagnolo, francese, italiano nella forma di «accorato appello alla pace in Ucraina e nell’Europa intera. “Dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc. 1,79)». 

Si parte senza giri di parole dalla «profonda tristezza per le orribili sofferenze umane inflitte ai nostri fratelli e sorelle in Ucraina dalla brutale aggressione militare dell’autorità politica russa», per passare a esprimere piena vicinanza «ai milioni di rifugiati, per lo più donne e bambini, che sono stati costretti a lasciare le loro case, così come a tutti coloro che soffrono in Ucraina e nei Paesi vicini a causa della “follia della guerra”. Siamo profondamente preoccupati per le recenti azioni che accrescono il rischio di un’ulteriore espansione del conflitto in corso, con tutte le sue incontrollabili e disastrose conseguenze per l’umanità». Non manca poi la considerazione secondo la prospettiva di «cittadini dell’Unione Europea», la quale è valutata dai vescovi quale «realtà preziosa, secondo la sua ispirazione originaria. Siamo grati per gli instancabili sforzi dei decisori politici europei nel mostrare solidarietà all’Ucraina e nel mitigare le conseguenze della guerra per i cittadini europei, e incoraggiamo fortemente i leader a mantenere la loro unità e determinazione per il progetto europeo».

Segue poi, prima dell’invocazione finale a Maria Regina della Pace, il passaggio più importante nel quale i componenti della Comece, ribadita «la piena comunione con i numerosi appelli lanciati da Papa Francesco e dalla Santa Sede», rivolgono anche loro «un forte appello ai responsabili dell’aggressione, affinché sospendano immediatamente le ostilità, e a tutte le parti affinché si aprano a ‘serie proposte’ per una pace giusta in vista di una soluzione sostenibile del conflitto». Pace che, per essere giusta e, dunque, vero quanto fruttuoso superamento della guerra in atto, è realizzabile solo «nel pieno rispetto del diritto internazionale e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». 

Ma cos’è questa pace di cui tanto si parla? Che tanto giustamente invoca Papa Francesco? Quel Papa Francesco, mai così citato dalle alte cariche dello Stato (si pensi ai recenti discorsi d’insediamento dei neopresidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana) e, tanto a sinistra quanto a destra, da zelanti predicatori di un «cessate il fuoco» sinonimo di resa dell’invaso all’invasore. 

Per sintesi e completezza la migliore risposta la si ritrova nel numero 2304 del Catechismo della Chiesa cattolica, in cui è condensata la bimillenaria riflessione teologica e magisteriale sul tema tra Agostino e la costituzione del Vaticano II Gaudium et spes: «La pace non è la semplice assenza della guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza. È la “tranquillità dell’ordine”. È “frutto della giustizia” (Is 32,17) ed effetto della carità».

In tale prospettiva si può meglio comprendere il personale e ricchissimo approfondimento condotto da Bergoglio sulla pace a partire da un testo miliare del suo magistero quale la Fratelli tutti, che è pienamente in linea con quello dei predecessori e pur ne è anche completamento: dalla «terza guerra mondiale a pezzi» all’attuale insostenibilità della “guerra giusta”. Punto, questo, che sembrerebbe costituire un superamento della dottrina tradizionale della Chiesa, così com’è espressa nel numero 2309 del Catechismo. 

In realtà Francesco, che nel suo nuovo libro Vi chiedo in nome di Dio. Dieci preghiere per un futuro di speranza, in uscita domani, è tornato a ripetere parole già espresse altrove col dire: «Non esiste occasione in cui una guerra si possa considerare giusta. Non c’è mai posto per la barbarie bellica», ha mostrato al riguardo una costante ondivaghezza. A ben pensarci, forse sarebbe meglio dire che ha attuato di fatto una distinzione tra illegittimo (più precisamente, inesistente) diritto alla guerra e legittimo diritto alla difesa, quest’ultimo, in ogni caso, pur sempre parte essenziale della tradizionale dottrina del bellum iustum

Ne ha parlato proprio lui il 15 settembre, conversando coi giornalisti durante il volo di ritorno dal Kazakhstan. Si tratta di affermazioni chiave anche in riferimento alla guerra d’invasione russa e alla liceità dell’invio d’armi a Kyjiv, sul quale il Papa così esordiva un mese fa: «Questa è una decisione politica, che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità, che sono tante e poi possiamo parlarne. Ma può essere immorale se si fa con l’intenzione di provocare più guerra o di vendere le armi o di scartare quelle armi che a me non servono più. La motivazione è quella che in gran parte qualifica la moralità di questo atto. Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria. Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non la ama, invece chi difende, ama. Qui si tocca un’altra cosa che io ho detto in uno dei miei discorsi, e cioè che si dovrebbe riflettere più ancora sul concetto di guerra giusta». Di comune interesse la parte finale della risposta: «La guerra in sé stessa è un errore, è un errore! E noi in questo momento stiamo respirando quest’aria: se non c’è guerra sembra che non c’è vita. Un po’ disordinato ma ho detto tutto quello che volevo dire sulla guerra giusta. Ma il diritto alla difesa sì, quello sì, ma usarlo quando è necessario».

È quanto aveva già spiegato in agosto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, in un’intervista a Limes, nel corso della quale, ribadito che «il disarmo è l’unica risposta adeguata e risolutiva a tali problematiche, come sostiene il magistero della Chiesa» e invitato a rileggere la Pacem in terris di Giovanni XXIII, aveva aggiunto senza giri di parole: «Si tratta di un disarmo generale e sottoposto a controlli efficaci. In questo senso, non mi pare corretto chiedere all’aggredito di rinunciare alle armi e non chiederlo, prima ancora, a chi lo sta attaccando». 

In linea di continuità, dunque, con quanto affermato dallo stesso porporato il 13 maggio durante un convegno su Giovanni Paolo I alla Pontificia Università Gregoriana: «Sull’invio delle armi ripeto quello che ho detto dall’inizio: c’è un diritto alla difesa armata in caso di aggressione, questo lo afferma anche il Catechismo, a determinate condizioni. Soprattutto quella della proporzionalità, poi il fatto che la risposta non produca maggiori danni di quelli dell’aggressione. In questo contesto si parla di “guerra giusta”: il problema dell’invio di armi si colloca all’interno di questo quadro. Capisco che nel concreto sia più difficile determinarlo, però bisogna avere alcuni parametri chiari per affrontarlo nella maniera più giusta e moderata possibile».

Intrinsecamente veritiere, dunque, le parole dei vescovi della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea nel riaffermare «la piena comunione con i numerosi appelli lanciati da Papa Francesco e dalla Santa Sede» e la conformità al pensiero pontificio su ogni sforzo per conseguire una pace giusta nel rispetto del diritto internazionale e della salvaguardia dell’unità territoriale dell’Ucraina. Possono dire lo stesso chi si riempie la bocca del nome di Bergoglio per legittimare richieste di pace intesa come mera assenza di guerra e capitolazione di un popolo, vittima di un’«aggressione inaccettabile, ripugnante, insensata, barbara, sacrilega»? Queste sì, per chi lo ignorasse, parole autentiche del Papa.

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