Melina continuaI dirigenti del Pd governano il partito come governano l’Italia: tutti insieme, a prescindere

Alla direzione Letta propone primarie il 12 marzo e una nuova sfilza di manifesti dei valori, discussioni sulla «forma partito» e altri modi per perdere tempo (così che, almeno per i prossimi cinque mesi, tutti possano restare saldamente al proprio posto)

di Federica Campanaro, da Unsplash

Ricordo ancora come fosse ieri la prima volta in cui mi capitò di sentir parlare di «forma partito». Ricordo bene il senso di straniamento e forse anche di colpevole ignoranza con cui ascoltai qualcuno proporre un seminario, un dibattito o un incontro sull’argomento, all’incirca trent’anni fa, in una sezione del partito al quale, quindicenne o giù di lì, mi ero appena iscritto (il Pds di Achille Occhetto). Ricordo benissimo quanto quell’espressione, allora, mi sembrasse vetusta, stantia, libresca, inutilmente astrusa e del tutto scollegata dalla realtà.

Per qualche misteriosa ragione, certamente sepolta nel mio inconscio, tale ricordo mi è tornato alla mente ieri, ascoltando il segretario del Pd, Enrico Letta, spiegare alla direzione del suo partito di essere il primo a «voler discutere di forma partito».

A essere sinceri, si direbbe che il Pd non stia facendo altro da un mese. Le elezioni si sono svolte il 25 settembre, Giorgia Meloni ha fatto in tempo a formare un governo e il Pd è già alla seconda direzione in cui discute di quando e come svolgere il prossimo congresso. Per le primarie ieri Letta ha annunciato, tenetevi forte, la data del 12 marzo (ma non è detto che non si possa andare anche un po’ più in là).

Quanto al resto delle decisioni prese – non esageriamo, diciamo prese in esame – ci sarebbe poco da aggiungere. In compenso, per quanto attiene al lessico, alle formule e alle procedure, si può dire che dal campionario del trovarobato e della memorabilia di partito più polverosa non manchi proprio niente. Oltre all’essenziale discussione sulla «forma partito», infatti, ci sono pure la riflessione sul «coinvolgimento degli esterni» e l’allargamento ad altre forze della «società civile», c’è il «comitato di saggi» e il nuovo «manifesto dei valori» da scrivere, e insomma tutto ciò che di regola si accompagna, almeno dai tempi del Pds di Occhetto, alle «fasi costituenti» (tutte cose su cui già Ds e Margherita, ai tempi della lunghissima gestazione del Partito democratico, spesero un’infinita quantità di tempo, energie e inchiostro, tra manifesti dei valori, carte dei principi, codici etici, statuti e statuizioni di ogni ordine e grado).

Si tratta di un modo di procedere che oggi, ovviamente, ha l’unico scopo di guadagnare tempo, congelando tutti gli equilibri, dal segretario pseudo-dimissionario in giù. Nella speranza di trovare il modo, come già accaduto con le pseudo-agorà, di aprire corsie preferenziali ad alcuni ben selezioni «esterni», associazioni, gruppi e gruppetti (tipo i valorosi compagni di Articolo 1 o la possibile candidata alla segreteria, Elly Schlein, che a regole vigenti avrebbe il piccolo problema di non essere neanche iscritta al partito di cui dovrebbe prendere la guida).

L’aspetto più curioso di tutto questo sta però nel fatto che gli stessi dirigenti del Pd hanno passato l’ultimo mese a spiegarci come la principale ragione della sconfitta elettorale sia stata la loro scelta di andare sempre al governo, accettando di partecipare alle maggioranze più eterogenee, invece di cercare nelle urne, al termine di una sfida a viso aperto, il consenso necessario. Eppure questo è esattamente il modo in cui governano il Pd, ed è esattamente quello che stanno facendo adesso.

Questo è l’aspetto più curioso. L’aspetto più tragico, invece, è che lì dentro non sembra esserci nessuno che abbia il coraggio di dirlo.