Nonna GuiaIl mondo (social) alla fine del mondo (quello vero)

Arriveremo al termine delle nostre vite senza sapere perché l’umanità abbia inventato TikTok e gli altri strumenti che hanno ormai fritto le nostre sinapsi. E soprattutto perché nessuno ci ha più detto «Ti porto a zappare l’orto, vedrai come ti passa»

Photo by Natasha Connell on Unsplash

Che cos’hanno fatto i social network al cervello della ragazzina che piange su TikTok perché la vittoria della Meloni ostacolerà il suo diritto di farsi scrivere “non binary” sui documenti? Che cos’hanno fatto i social network al cervello di Jon Stewart? Che cos’hanno fatto i social network al cervello di quelli la cui vita sentimentale si è sempre e solo svolta su Tinder? Che cos’hanno fatto i social network al cervello di Anna Delvey? Che cos’hanno fatto i social network al vostro cervello, o al mio?

Per quando i neurologi avranno abbastanza anni di dati da dircelo, da dirci come l’umanità ha inventato lo strumento che avrebbe fritto le sue sinapsi e poi ci si è accomodata dentro, sarete morti di vecchiaia voi che leggete ma, quel che è più grave, anche io che scrivo. Arriveremo alla fine delle nostre vite senza sapere come siamo diventati gli alieni in quella scena di “Mars Attacks!” in cui la musica country fa esplodere i cervelli dei marziani invasori.

Di Anna Delvey avete letto, o più probabilmente avete visto lo sceneggiato Netflix, “Inventing Anna”. È la ragazza un po’ russa e un po’ tedesca che per anni, approfittando della difficoltà di riconoscere una mitomane in anni in cui la mitomania è di serie, si è finta ricchissima riuscendo così a farsi dare soldi dall’alta società newyorkese (l’unico modo per farsi fare un prestito è apparire già ricche, questo non ce l’ha insegnato Anna ma la squattrinata Rossella O’Hara, nella scena in cui si faceva un vestito con le tende per andare a trovare il ricco Rhett in prigione).

Alla fine l’hanno processata e condannata per, tra le altre cose, aver usato un jet privato senza pagarlo (è successo prima: oggi le toccherebbe, per aver con quel volo inquinato, un secondo processo social per leso ambientalismo e cancelletti furibondi). Venerdì è uscita di galera e ha dato un’intervista al New York Times. Non dice niente d’interessante (ha molti progetti per il futuro, come le soubrette anziane), ma l’intervistatrice riporta che una delle condizioni degli arresti domiciliari è che stia lontana dai social network.

Il giudice ci è arrivato in modo spiccio, non ha atteso gli studi sulle sinapsi: se sei un’esibizionista millantatrice, Instagram condurrà alla rovina forse chi ti segue e sicuramente te. Se sei Anna Sorokina in arte (della truffa) Delvey, toglierti i social è come togliere l’eroina a Cristiana F.: una precondizione per tutto il resto.

C’è un’umanità, non dico adulta ma con diritto di voto, che senza i social non ha mai vissuto: quelle bettole che si danno un tono esistono da quando questi disgraziati erano all’asilo o alle elementari, essi non sanno cosa significhi muoversi in un mondo che ne è privo. Ci sono due recenti conversazioni su Twitter abbastanza sconvolgenti per il pubblico adulto, ognuna con migliaia di risposte.

La prima è il corrispondente sentimentale di «mi chiedo come facesse l’umanità a nutrirsi prima di Glovo». La ragazza articolava in un paio di tweet la sua perplessità: «Non riesco a capire come le persone trovassero l’amore prima dei social e delle dating app. Accontentarsi era la norma? Oppure tutti magicamente si sentivano attratti dalla persona seduta vicino a loro in classe? Ho chiesto al mio rabbino come si sono incontrati lui e la moglie: l’ha vista per caso mentre era in visita alla sua università, ha chiesto in giro come si chiamasse, anni dopo ha visto quel nome tra gli inquilini d’un palazzo in cui s’era appena trasferito in un altro stato! Cioè, una sequenza di eventi che non accadrà più d’una volta nella storia dell’umanità».

Insomma, la ragazza si chiedeva che inferno passassimo senza trovare anime gemelle sulle app di rimorchio, cioè senza vagliare prima d’incontrarlo che anche a Brocco97 piacessero Christopher Nolan e il gelato al pistacchio. L’avevo quasi dimenticata, poi ieri è arrivato il tweet perfettamente complementare. Fa così: «Le ragazze si mandano messaggi in cui dicono “sto andando a un appuntamento con un ragazzo che dovrebbe chiamarsi Brian, la geolocalizzazione è questa, se mi ammazza questa è la foto che ha su Bumble così potete farlo processare”, e le amiche rispondono “Ricevuto, sarà fatto, divertiti”».

Sotto a questo tweet, che a qualunque persona cresciuta in anni in cui avevamo neuroni normali e rimorchiavamo gente nei bar o ai giardinetti o in chiesa o alle feste o a scuola sembra la cronaca d’una follia, ci sono migliaia di risposte che non solo considerano la descrizione normale ma rilanciano. Anche noi gay lo facciamo, gli unici che non escono con qualcuno senza il terrore di venire ammazzati sono i maschi etero. La mia amica al primo appuntamento ha un segnalatore gps cucito nel reggiseno. Le mie amiche si sono presentate alle due di notte nel posto dov’ero col mio appuntamento perché era passata l’ora in cui le avviso che sono ancora viva dopo un primo appuntamento.

A parte che vorrei sapere perché l’esistenza di questo universo da incubo devo scoprirla da Twitter e se gli sceneggiatori dormono in piedi o cosa, ci sono due elementi che m’impediscono di capire una realtà che non mi appartiene e un tempo al quale sono per fortuna estranea. Uno è: ma quindi la possibilità di combinare un appuntamento via app ha completamente privato i vostri cervelli della capacità di notare un tizio carino a un tavolo del vostro stesso bar? Vengono date possibilità romantiche solo a Brocco97, il cui principale atout è essere uno che non avete mai incontrato?

La seconda questione, che è un sottoinsieme della macroquestione «Dio, lo so che non esisti, ma grazie di non avermi fatto avere vent’anni in questo secolo», è: se io avessi temuto che ogni primo appuntamento mi facesse diventare caso di cronaca nera, sarei ancora vergine. Non so – data la natura iperbolica del mezzo – se i timori di venire uccise raccontati sui social siano reali, ma posso assicurarvi, disperate ragazze mie, che non sono il normale prezzo da pagare allo scopare in giro. Vi assicuro che è esistito un tempo in cui nessuno si preoccupava che tornassimo a casa vive, perché l’alternativa era eccezionale. (Sospetto lo sia anche adesso: non mi pare la cronaca nera sia piena di tizie assassinate da Brocco97 quanto la postura sui social lascerebbe pensare).

Quando Jon Stewart ha deciso di smettere di condurre il Daily Show, a metà del 2015, vivevamo talmente in un altro mondo che l’ospite simbolico a chiudere il programma era Louis CK, allora il più presentabile tra i comici in circolazione. I successivi sei anni, Stewart li ha passati in una fattoria dove, oltre a diventare vegano, ha dato rifugio con la moglie ad animali maltrattati.

Quando è tornato, un anno fa su Apple+, aveva smesso di capire il mondo. Tra una puntata e l’altra fa dei podcast in cui parla coi suoi autori, venticinquenni che sembrano usciti da una versione postmoderna di United Colors of Benetton, ed è uno strazio vederlo perché mina una delle nostre principali certezze.

Specialmente in Europa, se vedi un adulto andar dietro alle istanze identitariste, puoi star certa che sia professionalmente un fallito. Uno che non ha combinato talmente niente nella vita che non gli resta che provare a vendere ai quindicenni libri che dicano quel che i quindicenni vogliono sentirsi dire. Con cui talmente nessun adulto ha voglia di parlare che ti spiega seriamente che i figli sono i suoi migliori amici. Ma Jon Stewart era il migliore. Il più figo, il più lucido, il più sagace.

La settimana scorsa è cominciata la seconda stagione di “The Problem with Jon Stewart”, e c’era lui che ci spiegava che non riempire di ormoni un bambino che si percepisce femmina è come non fare la chemio a un bambino col cancro. Pur essendo il migliore, se stai sei anni in campagna con le capre e guardi il mondo solo dai social, torni che ti si è fritto il cervello.

«Sono Sara, ho sedici anni, sono uno studente, e ad oggi non ho diritti». Sara e le sue eufoniche a casaccio e le sue concordanze non mammifere le ho viste solo su TikTok, il giorno dopo le elezioni, quando spiegava di far parte della comunità LBGT e le altre consonanti «da sette anni». Cioè da quando ne aveva nove.

Sara piangeva disperata perché ora non le scriveranno sui documenti che non è binaria (forse, oltre al voto ai sedicenni, Letta aveva promesso pure documenti non mammiferi, e io me lo sono perso). Sara però alla frase dopo piangeva per i suoi diritti di donna.

Quale YouTuber americano avrà messo nella testa di Sara queste scemenze? E quale realtà può competere con quel TikTok in cui Sara piange il proprio destino di mammifera senza che nessuno le dica «ti porto a zappare l’orto, vedrai come ti passa»? Sono diventata mia nonna, lo so. D’altra parte era una nonna, quella che metteva su la musica country facendo esplodere i cervelli agli alieni, prima che l’internet ci permettesse di fare tutti i personaggi ed essere tutto noi: la nonna, gli alieni, la musica, e soprattutto i cervelli esplosi.

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