Carica innovativaUn trattato di non proliferazione sui combustibili fossili è il tassello mancante della diplomazia climatica

96 per cento: è la percentuale dei raccolti di Vanuatu distrutta dal ciclone Pam sette anni fa. Lo Stato insulare del Pacifico è stato il primo a sostenere la creazione di un documento del genere contro le fonti fossili. Raggiungere un accordo sarebbe una svolta politica senza precedenti, perché andrebbe ad attaccare (finalmente) il lato dell’offerta e non solo quello della domanda

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Vanuatu è un arcipelago di 80 isole, sparse su 1300 chilometri nell’Oceano pacifico meridionale. Nel 2015 il ciclone Pam ne distrusse il 96 per cento dei raccolti, fece danni per più di un terzo del prodotto interno lordo annuale e uno dei pochi giornalisti stranieri presenti descrisse l’effetto come quello di una bomba. È anche per questo motivo che Vanuatu, con i suoi 310mila abitanti, è diventato il primo Stato a sostenere la creazione di un trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, da plasmare su quello che ebbe un significativo successo nella riduzione degli arsenali nucleari globali e che nel 1985 fece vincere il Nobel per la pace a International Physicians for the Prevention of Nuclear War. 

Siamo ancora lontani, lontanissimi da una concretizzazione, ma l’idea di un trattato di non proliferazione ha quella carica innovativa che oggi manca disperatamente al processo globale di riduzione delle emissioni. Averne uno sarebbe una svolta politica senza precedenti nella lotta alla crisi climatica, perché andrebbe ad attaccare finalmente il lato dell’offerta e non solo quello della domanda. La strategia, a oggi, è focalizzata su molto più sull’energia che consumiamo che sulla sua estrazione dall’ambiente. 

L’accordo di Parigi del 2015 è il pilastro di questa strategia e infatti non fa menzione dei combustibili fossili: all’epoca fu l’unico compromesso possibile per tenere insieme tutti i Paesi, da quelli piccoli e terrorizzati come Vanuatu alle grandi economie energivore. Sono servite ventisei conferenze Onu sul clima, da Berlino (1995) a Glasgow (2021) per avere un documento finale come quello di Cop26 che menzionasse esplicitamente il carbone e le altre fonti fossili. È come se avessimo fatto un quarto di secolo di convegni sui tumori ai polmoni senza mai poter parlare di tabacco nelle risoluzioni finali. 

La metafora sanitaria della lotta al fumo è pertinente e non è nemmeno solo una metafora. La mossa di Vanuatu non arriva nel vuoto: l’organismo internazionale che più si sta spendendo per un trattato di non proliferazione dei combustibili fossili è l’Organizzazione mondiale della sanità. L’Oms fa leva su un numero chiave troppo spesso rimosso dal dibattito: secondo una ricerca pubblicata su Lancet Planetary Health, 6,5 milioni di persone ogni anno muoiono per l’inquinamento causato dall’abuso di combustibili fossili, perché vivono in città soffocate dallo smog o nei pressi di siti di estrazione petrolifera (l’inchiesta della Bbc sulle major dell’energia in Iraq ha svelato anche questo lato della storia: le ondate di leucemia infantile nei pressi dei pozzi in Medio oriente). 

Il 90 per cento di queste morti avviene nei Paesi in via di sviluppo. «La moderna dipendenza dalle fonti fossili non è solo un atto di vandalismo ambientale. Da una prospettiva sanitaria, è un atto di auto-sabotaggio», ha detto Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. Non c’era un modo più diretto per spiegarlo: l’espansione delle estrazioni fossili, proprio come quelle armi nucleari durante la guerra fredda, è un attentato alla salute dell’umanità e anche in quanto tale va fermata. 

L’obiettivo di un trattato di questo tipo sarebbe dare una concretezza giuridica alla richiesta della comunità scientifica: il mantra «Keep it in the ground», teneteli sotto terra, cioè la preghiera di fermare l’ampliamento dell’estrazione di petrolio, gas e carbone, che ancora oggi corre incontrollato. Una ricerca pubblicata su Nature un anno fa aveva stimato che il 60 per cento del petrolio e del gas e il 90 per cento del carbone oggi ancora nel suolo e negli oceani devono rimanerci per darci almeno una possibilità di limitare l’aumento delle temperature a 1.5°C. Un trattato di non proliferazione potrebbe fare quello che l’accordo di Parigi non è riuscito a fare. Sarebbe, insomma, il tassello mancante della diplomazia per il clima: l’accordo di Parigi parla di contenere l’aumento delle temperature e di azzerare le emissioni, ma non cita l’elefante fossile nella stanza, cosa che invece spetterebbe al nuovo trattato. 

Da Vanuatu all’Oms, le voci a sostegno della causa si stanno moltiplicando. L’arcipelago del Pacifico è il primo Stato ad appoggiarla, durante l’ultima assemblea generale dell’Onu, ma il sostegno era arrivato già da decine di città nel mondo (Calcutta, Lima, Sydney, Montreal, Los Angeles) e in Europa (Londra, Barcellona, Parigi, Amsterdam, Ginevra, nessuna italiana però). Il progetto di trattato di non proliferazione, secondo un’analisi pubblicata su Lancet, avrebbe tre pilastri. 

Il primo sarebbe fermare lo sviluppo dell’infrastruttura, anche attraverso la creazione di un registro pubblico globale delle riserve esistenti di combustibili fossili, da affidare all’Agenzia internazionale dell’energia o all’Unep, il programma ambientale dell’Onu. Il secondo pilastro sarebbe una riduzione coordinata della produzione, includendo la rimozione dei sussidi ai combustibili fossili. 

Il terzo sarebbero dei fondi per la giusta transizione, risorse che dovrebbero garantire la tenuta sociale durante il cambio di funzionamento energetico del mondo, da finanziare con una tassa globale sul carbonio o con il dirottamento dei fondi che oggi vanno ai sussidi fossili, sul modello di quello che c’è nel pacchetto europeo Fit for 55 per il dimezzamento delle emissioni al 2030 o sul Green Climate Fund, il fondo per aiutare nella transizione i paesi più economicamente vulnerabili. Un punto importante, sottolineato da Lancet, è che «intervenire sull’estrazione potrebbe essere più accettabile socialmente che intervenire sulla domanda di energia, anche perché ci sarebbe la percezione che i costi della crisi sarebbero sulle spalle delle aziende e non su quelle dei cittadini». 

Vanuatu, in questi anni, è diventata l’epicentro della ricerca di innovazione istituzionale per fronteggiare la crisi climatica. Connessa al trattato di non proliferazione c’è anche la richiesta di inserire il reato di ecocidio tra quelli che la Corte internazionale di giustizia può perseguire legalmente, sottoponendo al suo giudizio penale l’operato di leader politici o aziende. La corte con sede all’Aia è rimasta oggi l’unico tra i grandi organismi Onu a non avere alcuno strumento per affrontare la crisi climatica. Il coinvolgimento della Corte internazionale di giustizia e un trattato di non proliferazione sarebbero finalmente due strumenti concreti di giustizia climatica, la nuova idea pilastro dell’ambientalismo globale, finora declinata in modo quasi sempre astratto. Quella di Vanuatu e dell’Oms è insomma la richiesta di tradurre l’idea politica più contemporanea che ci sia in strumenti legali, per dare un senso di realtà alla protezione del clima.

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