Invecchiare beneMessaggi in bottiglia… o in barrique!

La crescente attenzione verso il mondo dell’enologia rischia, paradossalmente, di allontanare i protagonisti da quello che dovrebbe essere l’obiettivo principale: offrire un buon vino. Meglio ancora se prodotto in maniera solidale

Foto Elmanque - Pixabay

Chi ama il buon bere sa che ogni bottiglia è un racconto, fatto di luoghi, tradizioni, speranze e dedizione. Dentro il bicchiere si mescono storie lontane, alcune radicate nel passato, altre proiettate in un futuro non ancora realizzato: identità in costruzione che devono maturare e prendere corpo proprio come i vini nelle botti d’invecchiamento.

Bere responsabile, produrre solidale
In un mondo sempre più affollato di aspiranti sommelier, affascinati dalle atmosfere sofisticate (un po’ snob) e dalla gestualità rituale (un po’ pretenziosa) che fanno da cornice a masterclass e degustazioni, dell’aspetto etico del vino si parla ancora troppo poco. Eppure sono sempre più numerose le realtà agricole in cui l’impegno per una produzione d’eccellenza diventa il perno di progetti benefici di utilità sociale, che amplificano il valore delle bevande stesse. Non solo in senso economico.

Investire in futuro: il nuovo presente della tradizione
Alla base di questo fenomeno, per cui sempre più aziende, cantine, distillerie e consorzi puntano a crearsi un’identità che vada oltre la singola etichetta, ampliando i confini dell’appartenenza territoriale e della tradizione familiare, c’è una nuova idea di “investimento”, in cui dedizione, pazienza, fiducia, lungimiranza e valorizzazione non riguardano più solo la vita della vigna, l’attesa dell’invecchiamento, la prosperità dell’annata e la preziosità della bottiglia, ma si amplia in senso tanto spaziale quanto cronologico, come impegno ad aprire nuove prospettive e migliorare il futuro di un territorio (non necessariamente vicino) o le condizioni di chi lo abita.

Non solo “bio”: nuova sostenibilità del vino (equo e solidale)
I vini prodotti con metodo biologico sono sempre più al centro di un’enologia che si vuole rispettosa del territorio e attenta alla salute dei suoi abitanti, ma esistono realtà vitivinicole in cui il concetto di “sostenibilità” parte innanzitutto dalla liberazione della terra, dalla creazione di nuovi collanti comunitari e dalla restituzione di diritti e dignità a chi li ha persi per via. In Italia sono molti gli esempi virtuosi di vini prodotti con finalità di riqualificazione di territori in difficoltà e riabilitazione sociale. Per lo più frutto di piccole realtà estranee alla grande distribuzione organizzata, in realtà non hanno nulla da invidiare ai prodotti più celebri, in termini di qualità e gusto, e per questo stanno cominciando ad attirare l’attenzione e a ottenere riconoscimenti anche in contesti prestigiosi come il Sana Slow Wine Fair.

Centopassi: i vini dalle terre confiscate alla Mafia
Tra i marchi ad aver ottenuto più attenzione c’è Centopassi, che riprende il nome dal film di Marco Tullio Giordana dedicato a Peppino Impastato, e rappresenta l’anima vitivinicola di nove cooperative sociali siciliane riunite nella rete Libera, che dal 2001 gestiscono 400 ettari di terreno confiscati alla criminalità organizzata, riportando in un’area di 90 ettari che si trovavano precedentemente in stato di totale abbandono vitigni autoctoni da cui oggi si ottengono undici vini (bianchi e rossi, monovarietali e miscele), tutti prodotti in regime biologico certificato, classificati come Igt (a eccezione del Centopassi Rosso classificato come Doc) e presenti anche su importanti scaffali e prestigiose carte di Londra, Amsterdam, New York, Los Angeles, Hong Kong o Melbourne. Qualità e riconoscimenti a parte, al centro del progetto resta innanzitutto la volontà di rappresentare un approccio diverso di lotta alle mafie, attraverso la creazione di realtà produttive stabili e durature, capaci di affrontare autonomamente il mercato.

Cin cin alle “seconde opportunità”
Sotto i riflettori ci sono anche i vini prodotti in un’ottica di riabilitazione e inclusione sociale, che mette al centro dell’opportunità economica la dignità della persona. È il caso del vino Gorgona, che deve il suo nome all’ultima isola-penitenziario d’Italia, al largo della costa toscana di fronte a Livorno. Qui, in un vigneto di due ettari, i detenuti producono dal 2013 grazie alla collaborazione con l’azienda vinicola toscana Marchesi de’Frescobaldi, al fine del reinserimento in società. Bianco e rosso, il vino Gorgona è migliorato di annata in annata, affermandosi come vino d’eccellenza, apprezzato dagli esperti e richiesto in Italia e all’estero (da New York al Giappone). Degni di nota anche i vini Pecora Nera e Cornella Bianca, un Lambrusco secco e una Spergola, che nel 2015 hanno segnato il debutto dalla cooperativa sociale L’Ovile di Reggio Emilia (fondata nel marzo 1993) nel mondo dell’enologia, ampliando la linea di prodotti a filiera corta, biologici, equi e solidali ottenuti grazie all’impegno di lavoratori svantaggiati o con forte difficoltà a entrare nel mondo del lavoro.

Brindisi per l’integrazione grazie a una vigna “migrante”
Dal 2020 l’azienda agricola Braccia Rese di Busca (in provincia di Cuneo) produce vino in edizione limitata i cui proventi sono donati ai servizi della Caritas diocesana di Saluzzo a favore dei braccianti agricoli stranieri. Qui è nato Errante, un vino ottenuto dalla “Neretta Cuneese”, un vitigno considerato secondario non di pregio, ma che ha la capacità di adattarsi a crescere in mezzo alle altre piante (per questo è definito “la vite che migra”). Mai valorizzata, sebbene da sempre presente sulle colline cuneesi, questa varietà di vite è oggi al centro di una limitata produzione vitivinicola (un migliaio di bottiglie) con cui Braccia Rese sostiene il progetto Saluzzo Migrante: per ogni bottiglia venduta, un euro è destinato alle iniziative con cui Caritas si impegna a raccontare le storie e migliorare le condizioni di vita di chi migra dall’Africa sub-sahariana all’Italia, spostandosi continuamente per lavorare nella raccolta stagionale della frutta.

Vino di forza e cambiamento: dalle donne per le donne 
Nell’Oltrepò Pavese è attiva l’Associazione Donne della Vite, una realtà ideata per promuovere e valorizzare il ruolo femminile e le pari opportunità nel mondo vitivinicolo. Ne fanno parte coltivatrici, ricercatrici, agronome, produttrici, enologhe, sommelier, ristoratrici, enotecarie, giornaliste, tutte legate al mondo della vite, ma anche impegnate nella promozione di attività culturali e di utilità sociale. A questo scopo, nel 2016 è nato DiVento, il vino sostenibile e solidale realizzato per raccogliere fondi a sostegno della Casa di Anita di Nairobi (Kenya), dove Amani Onlus accoglie bambine che hanno avuto esperienza di vita di strada. DiVento esprime la forza della trasformazione e del cambiamento e, per questo, cambia ogni anno: nel 2016 è stato un bianco aromatico da varietà resistenti, nel 2019 un rosso Igt Toscana biologico, nel 2020 uno Spumante Brut dell’Oltrepò Pavese battezzato Rinascita, nel 2021 una bollicina rosé chiamato VentoRosa, mentre quest’anno sarà uno spumante dolce a base Moscato con il nome DolceAnita, un vino che vuole simboleggiare la dolcezza come antidoto alla violenza e all’aggressività.

Barolo “to be”: dalle Langhe a New York
Più innovativo il ripensamento del “senso del vino” rappresentato dall’iniziativa Barolo en primeur (promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e dalla Fondazione Crc, in collaborazione con la Fondazione Crc Donare, e da quest’anno anche con il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani), che da due anni rende l’eccellenza dell’enologia piemontese protagonista di una vera e propria gara di beneficenza.

Al centro del progetto 15 barriques di Barolo frutto della vinificazione delle uve raccolte durante la vendemmia 2021 nella vigna storica Gustava di Grinzane (più altre 1200 bottiglie di oltre 70 produttori del Consorzio), dove lo scorso 28 ottobre sono state battute all’asta, in collegamento simultaneo con New York e Hong Kong, permettendo di raccogliere 769.800 euro (quasi 170.000 euro in più rispetto al 2021) da devolvere a realtà non-profit internazionali attive negli ambiti della salute, della ricerca, delle arti e della cultura, dell’inclusione sociale e della salvaguardia del patrimonio culturale nazionale (tra cui la Scuola Enologica di Alba).

L’aspetto innovativo del progetto sta proprio nel fatto che il vino in questione è e resterà in affinamento obbligatorio fino al 2025. Solo allora vedrà la luce una collezione di bottiglie numerate, dalla qualità garantita dal critico enologico Antonio Galloni, e con un’etichetta esclusiva, realizzata dall’artista Michelangelo Pistoletto e raffigurante la Rosa del Terzo Paradiso 2022. Si tratta quindi di un vino unico e da investimento in senso duplice, perché destinato a crescere in valore economico ma anche a produrre valore sociale e territoriale, con in più il merito di aprire la strada anche in Italia al modello di vendita “in anteprima” ancora poco sviluppato.

Non solo Italia
Ovviamente non è solo il vino italiano il protagonista di questo impegno in direzione di una produzione “equa e solidale”. All’estero, soprattutto nelle nazioni dalla storica tradizione enologica (come Cile, Argentina e Sud Africa), si fanno strada piccole cooperative che commerciano i loro vini su canali diversi da quelli dei grandi produttori, ricavandosi nicchie di mercato alternative e rivolgendosi a una clientela capace di andare oltre le semplici dinamiche di convenienza e disponibile a pagare un prezzo che sia sostenibile per il produttore, eliminando gli intermediari. Molte di queste si riuniscono sotto l’“ombrello” dell’organizzazione internazionale Fairtrade che, dal 1994, porta sulle tavole di tutta Europa i vini e gli altri prodotti del Sud del mondo, stringendo accordi per migliorare le condizioni dei produttori agricoli dei Paesi in via di sviluppo.

Le occasioni dentro e fuori dal calice
Insomma, se per i produttori vitivinicoli la capacità di relazionarsi con la terra e il territorio è una necessità intrinseca nel loro lavoro, e il tema della sostenibilità ambientale è ormai recepito quasi universalmente, la nuova frontiera dell’enologia è rappresentata dalla capacità di creare relazioni con l’ambiente sociale circostante o più o meno lontano. Si tratta di assumersi una responsabilità nuova, ma anche di riconoscere alcune potenzialità latenti e sottovalutate della propria attività e del vino in sé, in grado di fungere da occasione per affrontare temi e valori con ricaduta sociale, ma anche di farsi strumento per agire in modo concreto: veicolando messaggi, sostenendo progetti, creando fiducia nel futuro. Sia esso identificato in un’annata di bottiglie limited edition, in una nuova classe di aspiranti enologi, in una comunità di persone svantaggiate in cerca di un secondo inizio. Insomma, quando si degusta un buon calice di vino, vale la pena soffermarsi, capire quali storie ci stanno dentro e attorno. E per riuscirci non serve l’attestato di sommelier.