Agorà mondiale Twitter non è un giocattolo e Musk non l’ha comprato per innescare polemiche

Il social network dei cinguettii è il non-luogo dove si ritrovano politici, imprenditori e giornalisti. Stabilire un quadro chiaro in cui inserire le prossime modifiche è un passo cruciale per l’equilibrio finanziario della piattaforma, ma anche per la sua stessa esistenza

Credits: LaPresse

È il giugno del 2017 quando Barack Obama twitta «No one is born hating another person because of the color of his skin, his background or his religion». A fronte dei cinquecento milioni di tweet inviati in media ogni giorno, da anni, oggi questo è il tweet con il maggior numero di like di sempre: 4.3 milioni. Non è un caso. Twitter è l’Agorà collettiva dove si ritrovano politici, imprenditori e giornalisti di tutto il mondo, è il corridoio preferenziale in cui si annunciano, fatti, scoop e si pubblicano discorsi politici in anteprima.

Sulla piattaforma ci sono 336 milioni di utenti realmente attivi mensili. Per avere un ordine di grandezza, gli Stati Uniti, terzo paese al mondo per popolazione, contano 331 milioni di persone. Ma non è solo una questione di numeri – ci sono piattaforme più popolose e infinitamente meno rilevanti sul piano mediatico – è anche e soprattutto la tipologia di utenti reali e attivi ad incidere sulla natura della piattaforma.

Twitter rappresenta un punto nevralgico dell’influenza politica di tutto mondo: qui sono presenti e attivi l’83 per cento dei leader mondiali, e inoltre, come testimonia una recente ricerca del Pew Research Center, il novantaquattro per cento di quanti lavorano nel mondo delle news usa Twitter per ragioni lavorative. Circa sette giornalisti su dieci (sessantanove per cento) affermano che è il social che utilizzano maggiormente per svolgere il proprio lavoro, con una percentuale dell’83 per cento nella fascia di età compresa tra i 18 e i 29 anni, tra cui è uno dei social più utilizzati.

E questo non è dovuto solo alla presenza di profili di giornalisti e testate ufficiali, quanto al fatto che oggi Twitter è, in una certa misura, la fonte delle fonti. Qui infatti trova il suo habitat migliore il citizen journalism, e per capirlo basta ripensare all’ondata di proteste che ha investito il mondo arabo nel 2011 o all’attuale rivoluzione in Iran, che ha trovato spesso su Twitter il suo centro di divulgazione naturale. Twitter è un non-luogo digitale di natura sovranazionale che gode di enorme potere mediatico. Chi crede che si tratti di un semplice social network, non ha ancora chiaro l’orizzonte delle cose.

Se trascuriamo per un attimo la comunicazione teatrale assunta finora da Elon Musk – forse la cosa più vicina all’avanspettacolo fuori dal palcoscenico, con quella scena del lavandino portato in braccio nel quartier generale di Twitter nel giorno del suo insediamento – inizia ad essere più chiaro, quindi, perché alla fine di ottobre Musk finalizza l’acquisto di Twitter per la cifra astronomica di quarantaquattro miliardi di dollari. Cifra che sul mercato oggi non vale e di cui certo proverà a rientrare velocemente, ma ci sono scelte che non si fanno solo per denaro. Parafrasando una famosa citazione, chi preferisce i soldi al potere commette un grave errore e uno spreco di talento. In ogni caso Musk per finalizzare l’operazione si è assicurato 25,5 miliardi di dollari di finanziamento da un pool di banche – sotto le ali della Morgan Stanley – e garantendo personalmente il margine di ventuno miliardi di dollari restante. Ma su questo torneremo a breve.

L’inizio del regno di Musk a capo di Twitter non parte all’insegna della cautela, anzi. Fioccano clamorosi licenziamenti tra le figure storiche e apicali, profili che hanno contribuito alla reputazione del marchio grazie a una policy che ha sempre tenuto a cuore il valore dei diritti umani e la tutela della privacy. Per non farsi mancare niente, Musk procede poi per giorni, e con esponenziale intensità, a una serie di eccentriche dichiarazioni pubbliche sulle singole modifiche che immagina di apportare, senza mai presentarle come azioni facenti parte di un progetto d’insieme. Facendo così arrabbiare gli utenti – che mandano in hype l’idea di migrare su altri social – e impazzire gli investitori. In meno di un mese dai nastri di partenza, l’ombra della scure sembra abbattersi su Twitter. Siamo alla fine di novembre 2022, la cornice appare drammatica.

Poi arrivano i numeri: il traffico durante la Coppa del Mondo raggiunge quasi ventimila tweet al secondo. Twitter non è mai stato così vivo. La domanda però è fino a quando lo sarà e soprattutto in che modo cambierà, considerato che Musk sembra volerne stravolgere le fondamenta a partire dalla tabula rasa fatta sul personale. Ma andiamo con ordine.

Il licenziamento che ha colpito il cinquanta per cento dei dipendenti Twitter, anche se probabilmente dettato in buona parte anche da scelte ideologiche o di carattere politico, va inquadrato in una la situazione generale in cui versa tutto il settore tecnologico. È infatti attualmente in corso un terremoto che ha visto oltre 1500 aziende in tutto il mondo fare tagli al personale, tanto che a metà novembre il Financial Times inquadrava quest’ondata di licenziamenti come la più grande redistribuzione di talenti della storia dell’industria tecnologica. Industria che, con la sua espansione capillare in tutti i settori, se da un lato taglia – sono stati circa 121mila i licenziamenti complessivi nel settore quest’anno – dall’altro apre. Solo guardando agli States, 194mila nuovi posti di lavoro nel tech in questi ultimi mesi.

Tornando al punto in questione, in questo contesto è chiaro che anche Twitter, a prescindere dall’acquisizione di Musk, sarebbe certamente andata incontro a dei tagli. Tuttavia il punto è che Musk li ha fatti con una selezione e una modalità che hanno intaccato la fiducia degli investitori, soprattutto per quanto attiene alla moderazione dei contenuti – licenziando prima molti dipendenti che lavoravano per controllare la disinformazione e l’incitamento all’odio e reintegrando, poco dopo, il profilo di Donald Trump all’uso della piattaforma.

Nessun marchio rischia volentieri la propria reputazione facendo promozione in uno spazio che potrebbe diventare presto un covo di fake news e hate speech. E così società quali Volkswagen, Mondelez International Inc. General Mills, Pfizer, Audi, nonché Ford e General Motors, decidono di interrompere la pubblicità, dichiarando che non acquisteranno spazi pubblicitari su Twitter fino a quando non avranno compreso meglio il futuro della piattaforma. E come se non bastasse l’Interpublic Group – che tra i suoi clienti vanta, tra gli altri, Nintendo – e infine anche Havas Media, danno ai propri clienti lo stesso consiglio.

Stabilire un quadro chiaro all’interno del quale saranno inserite le modifiche che si vogliono apportare, garantendo al contempo una moderazione consona, diventa presto un passo cruciale, non solo per l’equilibrio finanziario di Twitter, ma forse per la sua stessa esistenza. Twitter ormai brucia circa quattro milioni di dollari al giorno.

Sul fronte politico e governativo le cose non sembrano andar meglio. L’Onu – che con ogni probabilità avrebbe fatto una scelta più consona rivolgendosi direttamente al Governo degli Stati Uniti – ha manifestato pubblicamente le proprie preoccupazioni attraverso una lettera aperta, firmata dall’alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, esortando il nuovo proprietario di Twitter a garantire il rispetto dei diritti umani all’interno del social network. Ma non basta. Elon Musk nel frattempo risulta sotto indagine da parte delle autorità statunitensi – in particolare dalla Sec, l’agenzia federale di controllo della Borsa – in relazione alla suddetta acquisizione. Tra le osservazioni nel mirino ricade anche l’ipotesi di possibili connessioni tra le oscillazioni del titolo in Borsa e le dichiarazioni teatrali fatte da Musk.

Ce n’è già abbastanza per farsi venire un gran mal di testa, quando sul tavolo le carte si complicano ulteriormente. Si profilano all’orizzonte possibili implicazioni di sicurezza nazionale a causa di presunti finanziatori considerati “a rischio”. A questo punto potrebbe entrare in campo il Cfius, il Comitato per gli investimenti esteri degli Stati Uniti. La Cnn sottolinea in particolare l’investimento – per una cifra pari a 1,9 miliardi di dollari – del principe saudita Alwaleed bin Talal, ma a preoccupare sono anche possibili relazioni con la Cina, senza dimenticare le intromissioni sulla guerra provocata dalla Russia, e il balletto relativo alla rete Starlink, sempre di proprietà di Musk, attiva in Ucraina.

A questo punto è chiaro che nessuno affronta tutto questo senza un disegno, solo per il gusto di possedere un social network e migliorarne i profitti. Ed è altrettanto chiaro che Twitter non è (più) solo un giocattolo.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter