Opere da sentireGli orizzonti tremanti di Ólafur Elíasson

Macchine per vedere e per pensare. Sono le installazioni di Ólafur Elíasson che, fino al 26 marzo, è al Castello di Rivoli (in provincia di Torino) con sei “macchine” create ad hoc per il Museo d’Arte Contemporanea

Navigation star for utopia, 2022 (Courtesy of Castello di Rivoli)

Si intitola Trembling horizons (Orizzonti tremanti) la nuova mostra di Ólafur Elíasson, tra gli artisti contemporanei più richiesti al mondo, a cura di Marcella Beccaria: un percorso attraverso sei opere immersive dell’artista danese-islandese che trasformano la Manica Lunga del Castello di Rivoli in una sorta di viaggio spazio-temporale. Da Navigation star for Utopia, metafisico astrolabio che disegna fasci di luce colorata sulle pareti e accoglie i visitatori come una bussola per il futuro, a Your Non-human friend and navigator (opera vincitrice del PAC2021) due pezzi di driftwood, (legno modellato dal mare che l’artista ha raccolto sulle coste dell’Islanda), uno dei quali sospeso e, grazie a una calamita, orientato lungo l’asse Nord-Sud. 

Courtesy of Castello di Rivoli

In mezzo, sei Kaleidoramas, invenzione di Elíasson che unisce le parole caleidoscopio e panorama: sei strutture a cuneo montate a parete e orientate con diverse angolazioni che offrono l’illusione di uno spazio più ampio di quanto fisicamente possibile. Sei opere che giocano sulla scomposizione della luce attraverso l’acqua o un sistema di lenti e l’effetto specchio del caleidoscopio, disegnando paesaggi fatti di onde luminose, linee dell’orizzonte, bande di luce scomposte nello spettro visibile, che dilatano e trasfigurano lo spazio fisico. Opere dai nomi affascinanti come Caleidorama: curioso, potente, autoriflettente, esitante. Ma anche opere da non guardare, bensì da “sentire” con il corpo o meglio, secondo le parole dell’artista: «Feel your senses feeling». Senti i tuoi sensi che sentono.  

Incontriamo Ólafur Elíasson nella Sala di lettura della Biblioteca del Museo dove, per tutta la durata della mostra, sarà esposto al pubblico (e consultabile) un centinaio di volumi dedicati all’opera di Eliasson, dalle prime mostre personali degli anni Novanta. Manca solo il numero di Time magazine del 22 ottobre, con la copertina – anzi, le copertine – di Ólafur Elíasson sul tema del cambiamento climatico. «Torno a Rivoli sempre volentieri, qui ho fatto la mia prima mostra al di fuori della Danimarca, nel 1998. E questa mostra è per me l’occasione di approfondire un tema che mi ha sempre interessato, quello della stratificazione di convenzioni culturali che, senza rendercene conto, ogni giorno utilizziamo per definire la realtà», racconta a Linkiesta Eccetera

OLAFUR ELIASSON – The sun has no money, 2008 (Courtesy of Castello di Rivoli)

«Soprattutto noi occidentali, noi europei, siamo intrisi di convenzioni che chiudono il mondo nelle regole della prospettiva, che stabiliscono l’ampiezza che deve avere l’angolo tra una parete e il pavimento, che in una mappa in alto ci sia il Nord e in basso il Sud. Sono tutte convenzioni, ma il nostro cervello le ha assimilate nei secoli e a queste si riferisce in modo automatico, ci permettono di orientarci nello spazio e nel tempo tutti allo stesso modo. Ma sono convenzioni. Stando all’interno di questi caleidorama, ti puoi sentire come di fronte al tempo mentre si svolge. È un’opportunità per riconsiderare il tuo senso del tempo e delle proporzioni, come quando vediamo le immagini dello spazio profondo di un telescopio: sono immagini che provengono dai limiti della nostra immaginazione», aggiunge l’artista divenuto famoso per l’installazione londinese The Weather Project (2003). 

Courtesy of Castello di Rivoli

«Anche il modo in cui oggi vediamo la realtà attraverso uno schermo digitale è frutto di un lavoro di ingegneria elettronica. Per queste ragioni sono sempre stato affascinato anche dagli strumenti scientifici di misurazione della realtà, come la bussola, cioè strumenti basati su un sistema universalmente accettato e che l’uomo ha utilizzato per conoscere il mondo ma anche per conquistarlo e dominarlo. Ecco perché Trembling horizons si apre e si chiude con due “bussole” decisamente fuori da ogni schema: i caleidorama sono un viaggio in una realtà diversa da quello euclidea». 

Un viaggio da fare immersi nel buio, passando da un’opera all’altra guidati solo dalle forme fluide in movimento prodotte dai diversi caleidorama, dispositivi che dialogano con le vasche d’acqua la cui superficie, a ogni minimo spostamento d’aria prodotto dal passaggio dei visitatori, si increspa e disegna onde di luce sugli specchi dei caleidoscopi. «Sono cresciuto tra Danimarca e Islanda, l’acqua è per me un elemento naturale molto familiare» continua l’artista classe 1967. «Ma anche la nostra idea di natura è mediata dalla nostra esperienza culturale, dall’antropocene. Ecco quindi che in molti lavori ho utilizzato l’acqua come attivatore di un processo di scomposizione della luce, della realtà, per portare ancora una volta l’attenzione sulla natura e sul problema del cambiamento climatico, il grande problema delle prossime generazioni», conclude.