Il fronte energeticoL’Occidente deve inviare all’Ucraina anche i pezzi di ricambio per le linee elettriche

I bombardamenti russi hanno deliberatamente lasciato al freddo e priva di corrente la popolazione, senza intaccare il morale. Meglio al buio, ma liberi. Kyjiv va aiutata a riparare le infrastrutture, eredi di quelle di epoca sovietica nell’ennesimo ricatto del passato

Un traliccio dell'elettricità in Ucraina
AP Photo/Andrew Kravchenko

Armi, e kilowatt. All’Ucraina servono generatori per passare l’inverno, ma ha anche un urgente bisogno di pezzi di ricambio per riparare la sua rete elettrica, danneggiata dai bombardamenti russi. Quando le linee vengono interrotte, le città restano al gelo e al buio. In alcuni casi, le forniture sono ripristinate nel giro di poche ore dalle task force. Rischiano la vita, come i soldati. Anche se non dovrebbero essere obiettivi militari, quattro elettricisti sono morti sul lavoro. Kyjiv sta esaurendo la componentistica per rammendare la rete ferita.

In particolare, scarseggiano i trasformatori che convertono la corrente ad alto voltaggio, prodotta dai generatori, perché possa essere usata nelle case. Gli Stati Uniti, con più di cento milioni di dollari, e gli alleati occidentali si stanno mobilitando per contribuire, ma un grosso ostacolo l’ha lasciato in eredità la dominazione di Mosca: l’infrastruttura ucraina deriva da tecnologia sovietica. Trasmette una potenza di 750mila volt, mentre quelle dell’Ue hanno un tetto più basso, di quattrocentomila.

L’Europa invierà generatori. In questa fase di emergenza, i più efficaci sono quelli diesel. Trovare materiale compatibile, però, è un problema. È evidente la premeditazione del Cremlino nel colpire le linee, sapendo che Kyjiv avrà difficoltà a ripararle. Lo fa scientemente, con una precisione aliena ai suoi missili che uccidono «per sbaglio», come no.

Mosca conosce mappe e tracciati perché la griglia del Paese era condivisa e interconnessa, anche con la Bielorussia, in un passato non troppo lontano. «Bisogna essere ingegneri elettronici per sapere dove attaccare», è l’impressione tra gli abitanti. Quello russo è terrorismo di Stato, la condotta – anche in questa guerra totale energetica – configura violazioni, le ennesime, al diritto internazionale.

La resistenza non ne risente. Ci si ingegna. Un ristorante ha previsto due menù: uno ha alternative fredde se i fornelli non vanno. Nelle case, candele, torce del cellulare, neve sciolta sulla stufa quando l’acqua non arriva. Come ha spiegato la giornalista Olga Tokariuk al Linkiesta Festival, se devono scegliere tra Vladimir Putin e il buio, tra Putin e il freddo, gli ucraini preferiranno sempre il gelo di un blackout. Cioè la libertà.

Kyjiv al buio a causa dei bombardamenti russi
Foto di Andrew Kravchenko/AP

Il 23 novembre, il giorno in cui è stata scattata la foto qui sopra, i droni e i terra-aria russi hanno spento il settanta per cento della rete ucraina. La neve rende a loro modo poetiche queste immagini, ma è anche il sintomo più visibile della stagione fredda, di cui ci stiamo già lamentando al sicuro nelle nostre città. Non servono didascalie alla rilevazione satellitare della Nasa: il buio sopra Kyjiv in un continente di luci è il tentativo di Putin di far morire assiderata una nazione, un nuovo Holodomor.

In questi giorni, il sindaco della capitale Vitali Klitschko ha detto che se le interruzioni durassero più di un giorno (siamo già a metà, in questa clessidra) le autorità municipali sarebbero costrette a pompare acqua nei tubi, per evitare che li spacchi congelandosi. A quel punto, diventerebbe problematico riparare gli impianti prima della fine dell’inverno. Il governo sta aprendo una serie di «centri invincibili», già più di settemila, dove sono garantiti soccorsi, segnale telefonico e, appunto, riscaldamento.

La maggior parte del fabbisogno (fino al sessanta per cento), prima del conflitto, era coperta dalle centrali nucleari. La più grande, quella di Zaporizhzhia, dal 4 marzo è sotto il controllo degli invasori. Da sola, valeva un quarto della produzione energetica nazionale. L’Onu ha degli osservatori lì dentro, attraverso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea).

A loro, i leader di Kyjiv chiedono di raccontare la verità. Hanno scritto al Palazzo di vetro, finora senza risposte. Secondo un reportage del Wall Street Journal, gli occupanti avrebbero rapito il personale tecnico, imprigionato poi in celle sotterranee, tra torture e percosse. Gli stessi crimini di guerra di cui sono vittime da nove mesi, e da otto anni, i civili ucraini.

Le bombe russe hanno colpito ogni anello della catena, oltre alle centrali termiche e idroelettriche. Molte sono abbattute dalla contraerea, troppe bucano ancora le difese; a conferma di quanto potrebbe incidere uno scudo dal cielo, invocato dall’inizio del conflitto, e di quanto servano armi e munizioni per proteggere i centri abitati.

«L’energia è un altro fronte di questa guerra», ha detto il viceministro Yaroslav Demchenkov. Dobbiamo fare di tutto perché non sia l’unico dove l’Ucraina non sta vincendo.

Questo articolo è tratto dalla newsletter di “Linkiesta europea”, ci si iscrive qui