Scarpini al chiodoIn Bielorussia il calcio è diventato uno strumento di protesta contro il regime

Nel silenzio della Uefa, Lukashenko ha stilato una lista di proscrizione di quarantanove nomi, tutti calciatori, tutti dissidenti politici. Da arma di propaganda, negli ultimi anni gli atleti si sono trasformati in un fronte di opposizione al governo

AP/Lapresse

Una lista di proscrizione di quarantanove nomi, tutti dissidenti politici secondo l’accusa del governo. Tutti calciatori. È l’ultima trovata del regime di Aljaksandr Lukashenko per reprimere il dissenso in Bielorussia: gli atleti inclusi nella lista non potranno più giocare nei club locali né essere convocati in nazionale, segnala il giornalista Tadeusz Giczan. Di fatto, le loro carriere sono finite, a meno di non abbandonare il Paese e trovare un ingaggio all’estero.

La mossa del governo di Minsk potrebbe sembrare quasi normale, a chi non conosce gli stretti rapporti che il regime ha intessuto negli anni con lo sport, e con il calcio in particolare. Fino a non molti anni fa, il mondo del pallone era uno degli strumenti favoriti per la propaganda di Lukashenko. Poi le cose sono cambiate, e oggi siamo al punto in cui un personaggio come Vasil Khamutowski, ex portiere con ventisei presenze in nazionale, è addirittura sotto processo in questi giorni per attività anti-governative.

Il calcio bielorusso è sempre stato marginale anche ai tempi dell’Unione Sovietica, ma dall’inizio degli anni Duemila ha iniziato a farsi notare grazie ai crescenti successi del Bate Borisov, che nel 2008 arrivò pure a competere per la prima volta ai gironi di Champions League. Inutile dire che i risultati del club, capace di soppiantare la storica potenza della Dinamo Minsk, erano dovuti anche alla vicinanza al regime di Lukashenko, al potere ininterrottamente dal 1994 e strettamente legato al presidente del Bate, l’imprenditore automobilistico Anatol Kapski, che nel 2011 ha anche supportato la campagna elettorale del presidente.

Calcio e non solo, ovviamente. Nel 2014 la Bielorussia ha ospitato, tra non poche polemiche, i Mondiali di hockey su ghiaccio; poi nel 2019 è stata la sede degli Europei di pattinaggio di figura e anche dei Giochi Europei. Competizioni forse non di primissimo piano a livello globale, ma che hanno un certo seguito nell’Europa settentrionale, e che testimoniano come, nel suo piccolo, Lukashenko abbia cercato pure lui di ritagliarsi un proprio posto nella discutibile galassia dello sportwashing.

Curiosamente, la grande occasione per usare lo sport come strumento di propaganda internazionale è arrivato proprio all’inizio della pandemia del Covid-19. Mentre i contagi crescevano in tutto il mondo e le varie federazioni sportive decidevano di fermare le attività e le competizioni, il campionato di calcio bielorusso è andato avanti imperterrito, come chiuso in una propria bolla: l’immagine di un paese sicuro e sotto controllo, mentre tutto il mondo è nel caos, preda di una «psicosi di massa» (parole precise dello stesso Lukashenko). E invece proprio in quel momento – in cui il regime voleva mostrarsi più forte che mai davanti al mondo, anche in vista delle elezioni in agosto – il banco è saltato.

E a dare il via a tutto è stato un calciatore, Aljaksandr Hleb, ex-centrocampista di Arsenal, Barcellona e, ovviamente, Bate Borisov. A fine marzo 2020, mentre quello bielorusso era l’unico campionato in corso in Europa, Hleb denunciava al quotidiano britannico Sun che nessuno nel suo Paese si preoccupava del Covid e stava pensando di fare qualcosa per fermarlo. Soli quattro mesi più tardi, la Federcalcio decideva finalmente di interrompere la competizione, mentre gradualmente nel resto del mondo si faceva l’opposto, ma stavolta non c’entrava nulla la pandemia: nel mezzo c’erano state le elezioni, Lukashenko le aveva ovviamente vinte, ma la gente era scesa nelle strade a protestare. All’improvviso gli stadi, da luoghi di propaganda, erano diventati potenziali sedi di dissenso.

I calciatori avevano iniziato a celebrare i gol facendo il gesto dei manifestanti, nonostante i tentativi del governo di forzarli invece a prendere le parti di Lukashenko. Questo lo sappiamo perché nell’ottobre 2021 la ong Belarusian Sport Solidarity Foundation ha diffuso un report sulle pressioni governative su arbitri e giocatori per diventare armi della propaganda di stato. Secondo diversi testimoni, il ministro dello Sport «minacciò di bloccare i fondi pubblici ai club i cui giocatori si rifiutavano di firmare lettere in favore del governo». Calciatori e direttori di gara iniziarono a denunciare apertamente la repressione del regime, come ad esempio Anton Saroka, uno dei principali giocatori del campionato locale (anche lui, ovviamente, del Bate Borisov), che addirittura venne arrestato durante una manifestazione.

L’ultimo tassello della ribellione del calcio contro Lukashenko arrivò dalle stelle arruolate nei campionati stranieri. Come Ilya Shkurin, astro nascente del calcio bielorusso da poco trasferitosi al Cska Mosca, che arrivò a dire pubblicamente che non avrebbe più vestito la maglia della nazionale finché Lukashenko fosse stato al potere. O come Viktor Goncharenko, giovane allenatore (serve dirlo? Ex Bate Borisov) anche lui migrato nel più ricco campionato russo, che dichiarò di essere contrario «al pestaggio del nostro pacifico e meraviglioso popolo. La polizia e l’esercito dovrebbero proteggere le persone, non picchiarle».

Da allora è passato circa un anno e mezzo, e oggi in Bielorussia non si protesta più. Dopo aver sedato il malcontento, il regime adesso regola i conti nei tribunali, e anche al mondo del pallone tocca la sua fetta di repressione. Ciò che manca in questa storia è però la voce delle istituzioni del calcio internazionale: come la Fifa è rimasta in silenzio sui crimini del governo iraniano, consentendo alla nazionale di prendere tranquillamente parte ai Mondiali in Qatar, così da due anni la Uefa tace sulle intromissioni di Lukashenko nel calcio bielorusso, sulle minacce e adesso sulle liste nere dei giocatori dissidenti.

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