Balle spazialiLe dichiarazioni fuori luogo del pm Clasie e l’assurda idea della mafia che controlla metà del Pil italiano

Secondo il magistrato Michel Claise, la criminalità organizzata avrebbe un giro d’affari di 900 miliardi solo nel nostro Paese e si arricchirebbe comprando aziende in fallimento. Speriamo almeno che le sue indagini siano migliori delle sue interviste. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni su Linkiesta

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Nel giorno dell’arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro abbiamo letto con sorpresa l’intervista concessa dal pm belga Michel Claise al Fatto Quotidiano. Claise è il magistrato responsabile del Qatargate, quindi le sue parole hanno un peso specifico elevato. Ebbene: alcune sue affermazioni, semplicemente, non stanno né in cielo né in terra.

Dice Claise: «In Italia, mafie ricchissime stanno comprando una dopo l’altra tutte le aziende che stanno fallendo: il cinquanta per cento dell’economia è attualmente nelle mani di mafie come ’Ndrangheta e Cosa Nostra. La situazione si è aggravata con la crisi del 2008 e ora con la pandemia di Covid».

Fare una simile affermazione significa non avere la minima contezza dei numeri né delle evidenze. Il Pil italiano è di circa milleottocento miliardi di euro, tenendo conto anche di una componente di circa l’undici per cento di economia “non osservata”. La metà sono novecento miliardi: più del Pil di Belgio e Austria messi assieme.

Tra l’altro, circa oltre il cinquanta per cento del prodotto nazionale è intermediato dallo Stato: se prese sul serio, le dichiarazioni del magistrato belga sembrerebbero implicare che l’intera economia privata (oppure, a scelta, quella pubblica) nel nostro Paese è in mano alle mafie. Se così fosse, avremmo poco da festeggiare la cattura di Messina Denaro e dovremmo invece interrogarci su come sia possibile tutto questo. Ovviamente le cose non stanno così.

In realtà, per quanto sia difficile stimare il giro d’affari delle organizzazioni criminali, le valutazioni più credibili pongono l’asticella molto più in basso: a livello europeo si stima tra i novanta e i centonovanta miliardi di euro mentre per quanto riguarda l’Italia si parla di meno dell’un per cento del Pil, non il cinquanta per cento.

Non solo. Al di là della stima sul costo delle mafie, è surreale l’interpretazione che ne dà il magistrato: l’idea che la criminalità organizzata possa crescere mettendo le mani su aziende fallite è demenziale. Se queste aziende sono sull’orlo della bancarotta è perché non sono in grado di stare in piedi: a meno che non si creda che le mafie sono organizzazioni di mutuo soccorso, le cose non possono stare così.

È vero l’esatto contrario: le mafie utilizzano aziende che svolgono attività formalmente legittime per riciclare il denaro sporco. Queste aziende spesso godono di un vantaggio competitivo dovuto alle pressioni che la mafia esercita su banche, fornitori e clienti: e infatti, quando escono dall’orbita della mafia spesso falliscono. E’ un problema serio, che investe anche la pratica del sequestro e confisca di aziende mafiose e che appesantisce la crescita delle aree a maggiore densità mafiosa. Ma si tratta di una situazione diversa, anzi opposta, rispetto a quella descritta da Claise.

L’intervista contiene anche altre affermazioni fattualmente inverosimili («nel solo porto di Anversa, in Belgio, la cocaina rappresenta dal dieci al dodici per cento del totale annuo delle importazioni») e opinioni quanto meno discutibili («perché non immaginare, nel caso delle droghe pesanti, di considerare che anche chi consuma è parte della rete criminale?»). Bisogna soltanto sperare che l’attenzione e la cura con cui il magistrato conduce le sue indagini siano superiori a quelle di quando discetta di politica ed economia.